Francesco Schettino, il comandante della Costa Concordia, è già agli arresti domiciliari. Da i 15 anni di galera, che si prospettavano, siamo passati ad una semplice misura cautelativa. Il gip ha deciso di non tenerlo in carcera, suscitando la sorpresa del pm: “non capisco…”. Il bilancio dei morti è di 11 persone, ma ancora i dispersi sono molti. Si parla di 23 dispersi, anche se le persone che mancano all’appello sono ufficialmente ancora 28, visto che i 5 corpi recuperati, ancora non hanno un’identità.
Secondo il giudice non vi sarebbe pericolo di fuga del comandante e di inquinamento delle prove, disponendo così i domiciliari. Ma le accuse contro il comandante sono molto pesanti: insieme al primo ufficiale in plancia, Ciro Ambrosio, è accusato di omicidio colposo plurimo, naufragio e abbandono della nave.
Intanto parla De Falco, il capitano di fregata della Capitaneria di Livorno. Lui è quello che nel cuore della notte, mentre la Costa incagliata sugli scogli s’inclinava sempre più paurosamente verso il mare del Giglio, intimò al comandante Schettino di tornare a bordo a fare il suo ineludibile dovere di salvare la vita ai passeggeri: «Vada a bordo, cazzo!», la sua voce ferma, indignata, appassionata, ieri è risuonata in tutte le case. Lui non ci sta a passare da eroe: “Se ripenso ai passeggeri che hanno perso la vita sulla Concordia, dico che è stata una sconfitta, perché alla fine non siamo riusciti a salvarli tutti. Salvare la gente è la nostra missione”, così si sfoga l’alto ufficiale. In queste ore l’amico con cui più si confida è sicuramente il capitano Francesco Paolillo, anche lui in sala operativa a Livorno nella notte della tragedia. Ieri, dalla Procura di Grosseto, dove De Falco indaga fianco a fianco ai pm sulle cause del disastro, il capitano ha chiamato al cellulare proprio lui, Paolillo: «Francesco, hai saputo?, ci sono altri cinque morti nella nave. Ma ti rendi conto, quel comandante, che cosa ha fatto?». Abbandonare la nave, «uscire fuori dal bordo», per Gregorio De Falco è «più che disertare», è «tradire il codice », «andare oltre la legge». «Perché per uno come me — spiega — laureato in Giurisprudenza a Milano e con l’Accademia di Livorno alle spalle, la giustizia è tutto, sta nel mio Dna».
Nei giorni scorsi, prima ancora che uscisse la registrazione audio di quella drammatica telefonata dell’1.46 («Comandante risalga sulla nave… Ora comando io… Cosa vuol fare? Vuole andare a casa?») il capitano De Falco aveva spiegato subito che era stato «il tono» di Schettino a non convincerlo, anzi a fargli capire che «mentiva». Se a bordo c’era stato solo «un guasto tecnico», allora perché far indossare i giubbotti salvagente alle persone? «Un comandante serio non fa preoccupare inutilmente i passeggeri», è la sua tesi di fondo, anche se i comandanti di navi, per una sorta di orgoglio ipertrofico, tendono sempre a minimizzare le difficoltà e a volte possono apparire misteriosi. Ma c’è un altro dettaglio, per nulla trascurabile, che pesa parecchio sul cuore del capitano. Il comandante Francesco Schettino, è originario di Meta di Sorrento. De Falco invece è di Napoli, cresciuto a Ischia. Campani tutti e due. «E questa per noi è stata l’offesa più dura—confessa la signora Raffaella, sposata nel ’97, pure lei napoletana del Vomero —. Perché tra i marittimi campani ci sono tanti De Falco di cui non parla nessuno, tanti bravi marinai che non si comportano come il comandante Schettino e non meritano adesso la stessa etichetta».
















