18 May 2012

Happy Birthday Supertramp!

Oggi avrebbe compiuto quarantaquattro anni Christopher McCandless, lo studente universitario californiano che nel 1990 a ventidue anni decise di far perdere le proprie tracce, di rinunciare alla propria identità, gettando via anche la targa dell’auto, dopo aver donato i suoi 24.000 dollari di risparmi alla Oxfam, per intraprendere da solo un viaggio di due anni in autostop, portando con sé meno dell’indispensabile, dall’Ovest americano fino in Alaska, dove morirà presumibilmente di fame – il cadavere pesava 30 Kg. – all’interno di un autobus abbandonato, il Magic Bus tuttora meta di pellegrinaggio da parte di coloro che sono rimasti affascinati dalla sua storia.
“Nelle terre estreme”, il libro sulla sua vita scritto da Jon Krakauer e pubblicato nel 1996, si basa sui suoi viaggi e sui racconti di tutti coloro che conobbero Chris durante il suo lungo viaggio solitario.
Nel 2007 esce il film “Into the wild”, ispirato al libro di Krakauer, diretto da Sean Penn dopo dieci anni di trattative con la famiglia di Christopher, restia a portare sugli schermi la vita del figlio, e che ritengo valga la pena rispolverare.
Scontato ma doveroso dire che la colonna sonora è veramente super: non dico che è stato costruito un film attorno alla musica, ma sicuramente le musiche di Eddie Vedder hanno reso film e colonna sonora quasi indispensabili l’uno all’altra!
Il film può non piacere, o addirittura disgustare, forse perché ognuno di noi ha un Alex  Supertramp (il soprannome con cui Chris decise  di ribattezzarsi) nascosto nella parte più recondita dell’anima, e “guardarsi” potenzialmente capaci di oltrepassare una certa linea di confine può essere scomodo…”Into the wild” è un veleno aspro che ti entra in circolo e va a spurgare ciò che vorremmo rimanesse silenziosamente al suo posto, e ti lascia per un paio di giorni con una sensazione diffusa di malessere.
E’ un film dalle mille domande e dalle poche risposte, se non quelle che puoi inventarti tu e di cui ti devi accontentare.
E’ snervante rimanere col dubbio di quanto ci sia di vero in quello che Sean Penn ha ricostruito. E alla fine ti chiedi: Chris/Alex ha “vinto”? Con la Natura Selvaggia ha perso: esemplare la sequenza dell’alce.
La Natura Selvaggia non vorrà mai diventare sua madre, lui sarà sempre un ospite malamente tollerato, e lo metterà nelle condizioni di uccidersi con le sue stesse mani da sprovveduto (se si vuol dare per buona l’ipotesi che sia morto per aver ingerito accidentalmente piante velenose).
E lì ti arrabbi, perché di occasioni ne ha avute: la coppia di “vagabondi gommati” aspiranti genitori, l’ex militare aspirante nonno, dovrebbero essere stati per lui la dimostrazione di essere capace di suscitare negli altri quello che forse non aveva trovato nei suoi genitori, e ti chiedi se per caso, preso dal suo progetto apparentemente folle, non se ne fosse neanche accorto, o se ne accorgeva eccome ma convinto “di non meritare l’amore” fuggiva a gambe levate “dentro spazi vuoti cercando di chiudere le brecce al passato”, perchè “non puoi basare la felicità solo sui rapporti che hai con le persone”.
E allora, non ci si può che accontentare di questo:

Un destino per ognuno di noi..
Quando arrivi ad essere cio’ che sei..
sei tutto..
Mai guardarsi alle spalle..
ogni sbaglio sarà un sassolino che ti indicherà una nuova strada ..
La vita.. in qualunque modo essa sia.. vale la pena di essere vissuta..

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THE TREE OF LIFE: centotrentanove minuti da Dio.

Terrence Malick vince la Palma D’Oro con il suo Albero e i giudizi che leggi o senti in giro sono contrastanti. Si passa dal capolavoro assoluto al Superquark imbottito di catechismo palloso, da sale piene di silenzi emozionati a risate isteriche liberatorie all’arrivo del tanto sospirato “directed by” che pare si diverta a giocare a nascondino tra una dissolvenza e l’altra e che quando finalmente arriva ti fa capire che, sì, stavolta il film è davvero finito. Io ero prevenuto, e durante la prima mezz’ora ho rischiato di congelarmi nella conferma che forse con la storia di Superquark, National Geographic e Manuale dei Giovani Testimoni di Geova avevano ragione.

The tree of life, come è stato detto anche dai muri, ma solo così lo riesci a dire, non è un film tradizionale, forse non è neanche un film vero e proprio, ma una serie di stimoli soprattutto visivi che lasciano libero lo spettatore di interpretare, sentire, capire come vuole quello che vuole.

E’ difficile parlarne, perché se si cerca di spiegarlo, di razionalizzarlo, lo si banalizza, lo si costringe in una chiave di lettura, quando invece le interpretazioni possono essere molteplici e personalissime. La storia della famiglia borghese con papà severo e mamma buona con tutti gli annessi e connessi, senza farci mancare una morte precoce, che causerà qualche ruga affranta in più sul volto dell’ormai-adulto-fratello-maggiore-Sean Penn, la Storia che lo spettatore pigro tanto aspetta, ansimante e con la bocca ben aperta per potersela mangiare tutta-tutta bella e pronta da bravo bambino, è solo un pretesto per raccontare altro, anzi, forse non per raccontare, ma per farci sentire delle cose.

Le voci fuori campo, della madre e del figlio maggiore soprattutto, questa specie di preghiera continua, che ha irritato molti, sono state, invece, quelle che assieme a tutto il resto mi hanno fornito una risposta sul significato di quello che mi stava passando davanti gli occhi.

Voci e immagini, immagini distanti tra loro ma curiosamente vicine. Eclissi e mani davanti una lampada, veli da sposa e sudari, acqua, tanta acqua, delle cascate, dal tubo del giardino, dalla pelle abbronzata e stanca, con schiuma di mare e schiuma da bagno, fuori dagli occhi e dentro l’utero, embrioni e meduse, pesci e spermatozoi. Il fuoco, del vulcano e di un barbecue, l’aria, che carezza una tenda e che ti solleva in volo e vorresti fosse reale. La terra, per coprire radici giovani, caos cosmici e microcosmici, attorno allo Spazio e allo spazio di una tavola apparecchiata, l’amore che fa rima con dolore e la pietà e la misericordia che esistono dai tempi dei dinosauri, i girasoli che per fortuna non sono solo quelli di Van Gogh e i movimenti della macchina da presa che ti fanno sentire quasi un guardone, una presenza invisibile, costante e asfissiante, che alita sul collo dei personaggi, ne coglie l’intimità, i bagliori più profondi della loro anima, del loro sentire, che quasi meriteresti di essere cacciato via, che ti dessero una gomitata sul naso un po’ distratta ma violenta, eppure ti tengono lì, addosso, perché ti vogliono, ti vogliono fare sentire, ti vogliono fare vedere, e ti stanno chiedendo di dare un’occhiata a quello che hai combinato, nel Bene e nel Male,  perché per centotrentanove minuti… sei Dio.

Ecco, Malick secondo me ha voluto far sentire lo spettatore come Dio, senza saette in mano, parrucconi bianchi e macchine del fumo. Vai lì, parcheggi, paghi il biglietto, forse popcorn ma di sicuro acqua, ti siedi, il vecchio accanto si girerà a guardarti un secondo per il crock dei tuoi popcorn tra i denti e tu alzerai il dito medio nel buio, ma per un po’ capisci cosa vuol dire essere Dio, quando una famiglia qualsiasi, che non è la classica famiglia ma la Famiglia Primordiale, con il padre/terra/fuoco/ e la madre/aria/acqua – lui, la forza, il comando, il rigore, Lo Stronzo, la rottura–di-palle, l’affetto naturale-animale, le coccole somministrate come una medicina amara, necessarie perché tre figli – maschi – crescano“sani”, lei, la grazia, la misericordia, il dolce limbo tra l’utero e il baratro, “lui non c’è e si può respirare”, la seduzione giocosa e involontaria che ti fa fare pensieracci strampalati con la benedizione di Freud – bussa alla tua porta e ti sommerge di Perché, e allora le frasi da catechismo acquistano un senso, gliele perdoni, perché capisci che sono strumenti poveri creati maldestramente dall’Uomo stesso per cercare inutilmente di capire. E perdoni anche il silenzio di Dio, perché in quel momento Dio sei tu e, a parte non trovare nessuna risposta, davanti lo schermo riesci solo a pensare: “Beh, nonostante tutto, un buon Lavoro”.

“E’… la speranza” commenta una signora al marito mentre si sgattaiola via scomodamente lungo la fila di poltrone. Forse. La speranza che alla Fine ci si capisca qualcosa, che si venga illuminati come dalla Prima Luce, quella che vedevamo filtrare attraverso il grembo di nostra madre e che non ricordiamo più, ma che Malick prova a inventare sullo schermo per noi, e di cui per il momento ci accontentiamo, in attesa di scoprire, si spera il più tardi possibile e senza “directed by”, se alla Fine la prima cosa che vedremo sarà la prima che avevamo visto.

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Fenomeno SLUTWALK: “puttane” di tutto il mondo unitevi!

 

Scollacciate, su tacchi a spillo, con calze a rete o lingerie fetish. Sono le “puttane” dello SlutWalk, donne che, assieme ad amici, fratelli, mariti, fidanzati, anch’essi dotati di abbigliamento “puttanesco”, da qualche mese stanno scendendo nelle piazze di tutto il mondo per manifestare. Tutto ha inizio a fine Gennaio in Canada. Il poliziotto Michael Sanguinetti, durante un seminario su prevenzione e sicurezza alla York University di Toronto, dove ultimamente si era registrata un’escalation di stupri, ha l’infelice idea di rivolgersi alla platea che ha di fronte così: “Forse non dovrei dirlo, ma, per prevenire di essere assalite sessualmente cercate di evitare di vestirvi come puttane”. Chi di lingua ferisce, di puttana perisce, caro Sanguinetti, ed ecco che si dà il via al primo di una lunga serie di SLUTWALK. Tam tam su Twitter e Facebook e vai, in migliaia a Toronto per dire che in uno stupro la colpa è sempre e solo dello stupratore, per reclamare il diritto ad essere belle, provocanti e amanti del sesso, senza per questo finire preda di assalti sessuali. Per sradicare l’idea ancora diffusa che la vittima in qualche modo, forse-forse, se l’è un po’ andata a cercare. Per dire “non ci sto a passare per complice del mio aggressore”.

Mariti e fidanzati sfoggiano t-shirt con slogan del tipo “gli uomini veri non stuprano” o anche, con coraggiosa ironia, maliziose minigonne da nerborute lolite, immagini di Gesù con Maria Maddalena che abbondano, ed ecco che dal Canada si arriva negli Stati Uniti, in Australia, Argentina, Kirghizistan, Teheran… fino in Europa: Copenaghen, Dublino, Edimburgo e il 4 e 11 Giugno si marcerà ad Amsterdam e Londra. Le pagine Facebook degli SlutWalk, fatti fin’ora o in fase di organizzazione, non si riescono a contare. Vi ricordate nel 1999 la protesta della Mussolini e di altre deputate, tutte rigorosamente in jeans, davanti il Parlamento? Bene, la stampa americana ha rispolverato tra i panni sporchi di casa nostra quella vecchia sentenza della Corte Suprema, che all’epoca aveva fatto imbufalire la nipote del duce, per cui una donna che indossava i jeans non poteva essere stuprata senza il suo consenso, data l’impossibilità di sfilare senza aiuto i pantaloni.

E  da noi? Si andrà a puttaneggiare?

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UGANDA – PARLAMENTO: MORTE AI GAY! Due milioni di firme contro la legge.

Mark Harley – Irlanda… Alexandra Moriel – Stati Uniti d’America… Segelbacher – Germania… Song Ji Eun – Corea del Sud… Ben Humphries – Australia… LI MENg – Cina… Richard Lyon-Worrell -  Regno Unito…
Uno ogni tre secondi circa. Scorrono sullo schermo del mio PC.
 
Sono i nomi delle persone che da tre giorni stanno firmando la petizione on-line, organizzata dalla comunità di Avaaz per bloccare la “David Bahati Bill”, la legge che condannerebbe a morte gli omosessuali ugandesi – “24 ore per fermare la legge anti-gay in Uganda!”
E’ di qualche mese fa la morte di David Kato, sostenitore dei diritti degli omosessuali ugandesi, ucciso in casa sua. La condizione delle persone omosessuali ugandesi è tragica: minacce, percosse, ergastolo, e pena di morte per i recidivi. Chi lavora per le ONG impegnate nella prevenzione dell’HIV può essere incarcerato con l’accusa di “promuovere l’omosessualità”.
Un giornale, Rolling Stone, era arrivato a pubblicare nomi, indirizzi e foto di noti esponenti della comunità Lgtb del Paese, sotto il titolo “Impiccateli!”. Avaaz aveva sostenuto un’azione legale contro la rivista, vincendo.
L’anno scorso Pasikali Kashusbe, uomo che lavorava per “Integrity Uganda”, è stato trovato decapitato e senza genitali. La testa, a cinquecento metri dal busto, era dentro una latrina, senza occhi.
Da Washington lo scorso Marzo era partita la minaccia di sospensione degli aiuti economici ai Paesi la cui legislazione perseguiti persone “in base all’orientamento sessuale, all’identità di genere o al credo religioso”. Gruppi come Avaaz o Allout avevano contribuito a bloccare la legge per diversi mesi grazie anche a una petizione internazionale consegnata in Parlamento con oltre un milione e mezzo di firme, un enorme appello globale che aveva costretto il Presidente ugandese Musuveni a bloccare la legge. E’ di questi giorni la reazione violenta di Musuveni alle manifestazioni di protesta che stanno infiammando le piazze per il rincaro di generi alimentari e benzina, causa rivolta araba.
E qui nasce il problema. Gli estremisti religiosi in Parlamento ne hanno approfittato per ritirare fuori la legge anti-gay prima che il Parlamento chiuda e che tutte le proposte di legge siano cancellate, sperando che la confusione e la violenza che infiammano le strade possano distrarre la comunità internazionale e che il secondo tentativo di adottare questa legge passi inosservato!
A oggi la situazione non è chiara, la discussione con voto era in calendario per ieri, ma una prima approvazione della legge era già saltata Mercoledì.
Lo stesso Bahati aveva promesso la presentazione di un nuovo testo e l’eliminazione della pena capitale. Non è chiaro, al momento, se il parlamento voterà lo stesso testo, ne approverà uno senza gli articoli più controversi o lo casserà definitivamente. Il testo prevede misure punitive anche per genitori, docenti e medici di persone omosessuali che non ne denuncino alle autorità l’orientamento sessuale. 
L’obiettivo del gruppo Avaaz è raggiungere due milioni di firme. Mentre sto scrivendo sono vicini a un milione e seicentomila.
Per firmare la petizione basta cliccare su http://www.avaaz.org/it/uganda_stop_homophobia_petition?fp .
Sono sufficienti la propria e-mail e il nome, il telefono non è obbligatorio.
 
Un nome ogni tre secondi circa, continuano inesorabilmente a scorrere, anche se in teoria le famose ventiquattro ore dovrebbero essere già scadute da un pezzo.
Sembra un corteo virtuale, lento ma regolare, come un rubinetto che gocciola:
Alexandra Teslaru - Romania… Izidor Kozelj - Slovenia… Rudi von Staden – Sudafrica… Lucia Horecka - Slovacchia… Zdeňka Ořeská - Repubblica Ceca… Federico Falcone - Italia…
 
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“Cigno Nero”… o Bianco? Capolavoro o …?

Natalie Portman l’Oscar doveva vincerlo per forza. Doveva vincerlo per essersi “smazzata” alla grande, rispolverando dolorosamente i legamenti e i muscoli della ex danzatrice bambina che fu, perché pur avendo per controfigura una ballerina dell’American Ballet Theatre, che l’ha “doppiata” in  tutte le coreografie del film, è riuscita comunque ad apparire nel novanta per cento delle scene di danza risultando credibile, facendo impallidire il  ricordo della Jennifer “Odette” Connelly nell’orribile “Etoile” di Peter Del Monte del lontano 1989, perché alla fine i piedi non se li riconosceva più, per il coraggio di aver accettato un film dalla gestazione difficile, nell’occhio del ciclone ancor prima di essere girato, per essersi incrinata una costola (la scena con la massaggiatrice pare sia vera!), per aver dovuto barattare la sua roulotte per un medico sul set che le potesse dare un’occhiata – il guaio dei film a basso costo, solo una decina di milioni di dollari – per aver rifiutato l’invito del regista a provare l’ecstasy per risultare più credibile in una scena e, visto che di un’attrice si parla, s’è meritata l’Oscar per aver retto su quegli ossicini da criceto tutto il film, praticamente da sola.
Natalie Portman non si limita a sfruttare pigramente la sua faccia da bambina di trent’anni, va oltre la mascherina tenera da Mathilda nelle grinfie del “Léon” e riesce a esprimere tutta la fragilità e l’inquietudine che serve per interpretare una ballerina di una compagnia di New York, scelta per danzare con il ruolo principale nel “Lago dei cigni”, perfetta nella tecnica ma che non sa lasciarsi andare, succube di una madre possessiva e iperprotettiva fin troppo da manuale, anoressica, autolesionista, infantile patologica, frigida ma forse solo un po’ lesbica, ossessionata dal Cigno Nero che dovrà interpretare al punto da non capire più cosa è reale e cosa è sogno. Fino a impazzirne, fino a perdere totalmente il controllo, fino a trasfigurarsi,  fregandosene della stabilità degli stomaci del pubblico in sala, fino a perdere sé stessa in nome della Vera Perfezione, quella generata dalla tecnica e dal cuore, possibilmente al sangue, grazie.
“Vedo il cigno bianco…  ma quello nero?” le chiede il direttore della compagnia,  un pessimo Monsieur Bellucci, e allora giù con limonate a tradimento, mani morte ma mica tanto, esercizi onanistici da fare “sola dentro la stanza e tutto il mondo fuori”, per provare a vedere se la Principessina si sblocca; e non mancano le solite rivali, che qui sembra si siano appassionate alla danza mentre sbucciavano arance in qualche riformatorio o clinica per disintossicarsi da qualcosa, pronte a fregarti quando meno te lo aspetti, disposte a drogarti, costringerti a cunnilingus (sognati?) e a balli un po’ troppo sfrenati su piste stroboscopiche e squallidi cessi, pur di provare a soffiarti il ruolo principale.
E vogliamo rinunciare alla solita Stella Cadente, soppiantata dalla Nuova Promessa, che, sfiga delle sfighe, ha pure il coraggio di andarsi a maciullare le gambe addosso a un’auto?
Eccola: una sprecata Winona Ryder. Che peccato, però!
Ma la nostra Nina/Odette/Odile resiste, si batte e si dibatte, sbattendo le ali da cigno e le ciglia da cerbiatta e arriva fino alla fine a testa alta, trasudando fragilità, tenerezza, passione, malsana dolcezza, follia, commuovendoti, spaventandoti, volteggiando leggiadra dentro un Lago di luoghi comuni, effettacci speciali a volte un po’ troppo gratuiti, atmosfere noir trite e ritrite, stati d’animo parossistici da dozzinale manga horror… Ci mancano solo le catene ai polsi di Mimì Ayuhara.
Eppure… lo speri fino all’ultimo secondo che non finisca “così”… Il mondo del balletto si è trincerato quasi offeso dietro il tutù, affermando che un film del genere allontanerebbe i giovani dalla danza, perché va bene il sacrificio, va bene la competizione, ma ci sono troppe cose fuori dal mondo: è vero, ma è pur sempre un thriller, e la scena in cui le braccia di Nina si trasformano in enormi, maestose, terrificanti ali nere -  piroetta dopo piroetta – è di superba suggestione.
Forse da riguardare…  anche solo per provare a vedere se in seconda battuta si riesce a tenere lo sguardo fisso sulle immagini della disturbante scena dove Nina si strappa brandelli di pelle dall’attaccatura dell’unghia.
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“IL PITONE” – Viaggio tra le spire del precariato -

È in tournée in queste settimane lo spettacolo teatrale “18mila giorni – Il pitone”, un testo di Andrea Bajani con la regia di Giorgio Gallione e le musiche originali di Gianmaria Testa.
Come protagonista (quasi) assoluto Giuseppe Battiston, attore pluripremiato al cinema e a teatro, vincitore del prestigioso premio UBU.
Intenzione dell’autore è denunciare la situazione critica del lavoro in Italia, esprimere rabbia per il non esserci quasi accorti del “punto in cui siamo arrivati”, di come il lavoro da diritto, da specchio di dignità umana, si sia trasformato in un trofeo impossibile che puoi solo strappare dai denti del primo che si distrae, e lo fa attraverso un lungo monologo, surreale e super-reale che racconta di come può cambiare la vita e la percezione di noi stessi e degli altri, quando dall’oggi al domani si viene licenziati, proprio quando meno te lo aspetti ma -ops- lo sapevano già tutti.
Come rientrare in casa, accorgersi di non avere più il portafogli e soffrire anche e soprattutto per il modo in cui quella mano lesta e scaltra non sia riuscita a farsi sentire, mentre si insinuava nelle tasche della nostra vita.
Il pitone del titolo non è solo il giovane arrivista che viene piazzato accanto alla scrivania del protagonista, ormai costretto al ruolo di inconsapevole e inutile zavorra umana, per assorbirne il più in fretta possibile i rudimenti del mestiere prima di mangiarselo in un sol boccone; il “pitone”, lancia l’allarme il testo, ce l’abbiamo anche noi dentro Casa ormai da troppi anni, come la fantomatica signora di Pisa protagonista della leggenda metropolitana narrata all’inizio del soliloquio.
I 18mila giorni equivalgono ai 50 anni del protagonista.
I 50 anni di un uomo, di un marito, di un padre, di un lavoratore.
Dovrebbe essere l’età in cui ci si appresta a gettare l’ancora.
L’approdo tranquillo e meritato sulla riva della realizzazione, se non personale e intima, quantomeno professionale.
Dovrebbe.
Un piccolo grande dramma privato e intimo per lanciare un urlo universale che ci ricordi di non perdere d’occhio il pitone a cui da anni permettiamo di dormire all’angolo del nostro letto, che cresce silenziosamente, e che, una volta diventato più grande di noi, ci prenderà per bene le misure e ci ingoierà fulmineo, per poi digerirci con tutta calma.
Battiston è da solo in scena in compagnia del contenuto dell’armadio che la (ormai ex) moglie si è portata via in un solo pomeriggio assieme a tutti gli altri mobili di casa.
Un voluminoso mucchio di abiti circondato da mucchietti ordinatamente ripiegati che all’occorrenza possono prendere vita come rozze e poetiche marionette tra le mani del protagonista; ricordi di stoffa cercati, inaspettati, riscoperti con gioia dolorosa, strumenti dolenti per raccontare come si perde.
Come si perde l’amore, gli affetti, la dignità, un genitore, il lavoro; e il diritto a essere vivi.
Quando ormai, uccisi per mano degli altri, morti tra i morti, possiamo solo indossare uno squallido e muto sudario per diventare ancora più invisibili e provare a non farci più riconoscere come bersagli, per sostituire la maschera del burattino che siamo stati fino al giorno prima; prima che qualcuno decidesse di tagliarci i fili.
Come spalla semi-parlante il cantautore Gianmaria Testa a intervallare, accompagnare, rimarcare, chitarra in spalla, il delirio lucido del protagonista, con una musica a tratti lunare, ruvida e malinconica all’occorrenza, composta per l’occasione.
Il Tutto alla luce di due lampade d’arredamento, un pò palle di vetro un pò specchi magici, per aiutare esondazioni emotive a forma di lacrime, lacrime stanche ancor prima di decidersi a sgorgare fuori, o forse troppo pudiche.                                                                               
Info date: http://www.produzionifuorivia.it/ProgettiNovita/mila.php
                                                                                                          
 
 
 
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10 e Lode X 9 = LA VITA OSCENA

Il 16 Novembre è uscito un bellissimo libro coraggioso per lettori coraggiosi.
È passato più di un mese dall’ uscita, lo so, ma trovare il tempo per trovare il tempo di trovare il tempo per trovare il tempo (e così all’ infinito) per trovarlo, comprarlo, leggerlo, guarire dall’ influenza e coltivare l’hobby di commesso full-time-a tempo indeterminato-addirittura-retribuito non è semplice. Meglio tardi che mai.
Si tratta di un libro dello scrittore e poeta Aldo Nove, pseudonimo di Antonio Centanin.
Aldo nasce quarantatré anni fa a Viggiù, la città dei (de)cantati pompieri della canzonetta, da una madre hippy che indossa lunghe vesti floreali, viene chiamata “l’indiana”, fa capriole sui prati e racconta ad Aldo dell’America e dell’ India dove è tutto un altro mondo, promettendogli che un giorno ce lo porterà, e da un padre edicolante che in macchina corre come un matto mentre canta jingle pubblicitari e poi inchioda di botto facendo “la faccia della morte”.
La madre di Aldo si ammala di cancro, Aldo in ospedale le legge le notizie sul Tennis, e lei indossa parrucche dai colori shock che la fanno assomigliare alle aliene di una nota serie televisiva.
Però il padre di Aldo la frega e muore prima di lei di crepacuore.
Aldo e suo fratello rimangono soli, Aldo a quattordici anni vive da solo a casa e gli zii gli portano da mangiare e tengono con loro il suo fratellino.
Aldo precipita nella depressione in compagnia di psicofarmaci, un ragno che lo fissa sempre e il pensiero dei sofficini della zia che un giorno lo convince (il pensiero, non la zia) a non impiccarsi con delle cravatte legate l’una con l’altra. E poi l’alcol, che assume da quando ha dieci anni.
Una notte si beve tutto quello che trova in casa ed esce nudo per le vie del paese, costretto poi la mattina dopo ad aspettare nascosto che rifaccia buio per tornarsene a casa senza essere visto.
Poi l’incendio: un giorno lascia in casa una bombola che perde gas, rientra dopo ore e accende la luce prima che riesca a sentire puzza di gas, o forse la sente ma se ne frega perché vuole smettere di vivere. Esplode il mondo e Viggiù si illumina, i famigerati pompieri non riescono a salvare niente della sua casa, ma lui rimane vivo.
Un vicino di casa per farlo riprendere gli offre della grappa e lo spedisce più in fretta in ospedale.
In ospedale passa il tempo a leggere i tarocchi agli altri pazienti e a macerarsi sul senso della Vita e della Morte – e quale posto migliore se non un ospedale – in balia di medici che gli passano carta abrasiva sulle ustioni, di suore guardone, di brigatisti in pigiama e barba lunga che vomitano i loro ideali dentro le orecchie di pazienti intubati che non possono mandarli affanculo, di amici folli con cui correre attorno al pronto soccorso a bordo di un camion targato con la faccia di Che Guevara per poi andarsi a schiantare su un’ambulanza, di infermiere imbranate che per accendergli una sigaretta rischiano di mandarlo a fuoco un’altra volta, e lo devono rincorrere con l’estintore.
Poi la pelle guarisce, l’anima non si sa più dove trovarla.
Qualcuno decide che andrà a Milano, a vivere in un patronato, per frequentare l’Università.
Aldo all’Università ci va solo due volte. Nel senso che si ferma davanti il portone e poi torna indietro.
Però scopre la poesia e le riviste pornografiche. La sua camera è un’esplosione di libri di poesie e pornografia stampata.
Agli altri offre il fantoccio di sé stesso mascherato da quello che il resto del mondo si aspetta da lui ed è abile nel procurarsi senza ricetta medica l’unico psicofarmaco che ormai riesce a fargli effetto.
Adesso però vuole morire sul serio, vuole fare come l’incestuoso poeta tedesco suicidatosi con la cocaina: Georg Trakl.
Aldo compra la cocaina, tanta: ha pur sempre l’eredità lasciatagli dai genitori.
Si chiude nella sua stanza e cosparge il letto con una lunga, lunghissima striscia di polvere bianca che snifferà per giorni prima di riuscire a finirsela tutta.
La cocaina però è tagliata con anfetamine e viene sopraffatto da un’irresistibile voglia di sesso. Ne sarà succube per giorni, e lo farà in maniera compulsiva, estrema, mortificante, estenuante e follemente irresponsabile – perché visto che probabilmente di cocaina non morirà, forse di malattia … – ottenendolo, il sesso, nella maniera più semplice e immediata: comprandoselo.
Un annuncio dopo l’altro a cui rispondere, citofoni anonimi e porte socchiuse che lo aspettano.
Lo aspettano impresentabili casalinghe di mezza età improvvisate cortigiane, professioniste dominatrici e sadiche, giovani e attraenti coppie, uomini, donne vere e donne artificiali dotate di più che rispettabili attributi.
E Aldo si sente una specie di Cristo (dis)umano sul Golgota che umilia e mortifica la propria carne in attesa della Resurrezione. Perché chissà, forse è già morto e quello è l’Inferno.
Grazie agli ultimi grammi di cocaina Aldo, vagando per la città alla ricerca del portone di casa che non sa più riconoscere, assiste attraverso il vetro di un’anonima portineria alla sua nascita. Esatto, vede sé stesso nascere un’altra volta.
Sta rinascendo davanti ai suoi occhi, e una volta venuto fuori “l’altro” comincia a crescere velocemente, e lo scambio finale di sguardi tra lui e il feto di sé stesso gli darà la conferma che ri-nascere non è possibile.
Che si deve ri-cominciare “ovunque” ci si trovi.
Il titolo del libro è “La vita oscena”. La storia? Ho appena finito di sintetizzarla.
Si capisce che Aldo Nove è anche un poeta, anzi, si vede.
Si vede nel senso letterale e materiale del termine.
Perché Nove molto spesso non ha paura di andare accapo: una frase e accapo, una frase e accapo, come se la penna (o il tasto “enter”) fosse un’accetta con cui mutilare la prosa, il flusso narrativo, come fosse un blocco di marmo da s-bloccare per far schizzare fuori i versi poetici nascosti al suo interno.
E visto che ci sono, emulo la barbarica Bignardi, che tempo fa ha ospitato Nove e il suo libro, e vi dico, anzi, scrivo come finisce.
Lo faccio perché non c’è nessun maggiordomo da smascherare e perché questa Fine può anche essere un Inizio e un Durante, una sorta di Verità dall’ oscena ciclicità che ci meritiamo solo di subire, impotenti.
E poi perché ascoltandola in televisione mi è venuta voglia di andarmi a comprare tutto quello che c’è prima.
Finisce così:

“Inizi e morte.

E poi di nuovo l’inizio.

Come si esce dal fuoco.

Come si attraversano le fiamme.

Come oltre il fuoco ci sia un’altra luce.

Come dietro ogni perdita ci sia una rinascita.

Come il mondo continui ad apparirci bello e completamente incomprensibile.

Mentre scrivo queste parole.

Mentre qualcuno le legge.”

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LET’S DANCE, MA ANCHE NO.

In occasione della giornata mondiale contro l’AIDS ieri sera Canale 5 ha voluto dare il proprio contributo sostenendo l’Associazione Archè Onlus nel progetto “Casa Archè”, un centro di accoglienza per i bambini affetti da HIV e per le loro madri.
Lo strumento mediatico per realizzare la nobile inziativa è stata la prima puntata, anzi, la puntata pilota di “Let’s dance”, versione italiana dello straordinario successo inglese della BBC One prodotto per Mediaset dalla Fascino di Maria De Filippi.
Già nei giorni scorsi la De Filippi aveva rassicurato sul fatto che il programma non aveva nulla a che vedere con “Ballando con le stelle“, visto che anche il format consiste in una gara di ballo con improvvisati ballerini VIP.
Nel caso di “Let’s dance” però non è prevista la figura dell’insegnante, e i concorrenti si lanciano in coreografie, tratte da videoclip e film celebri, rivisitate in chiave ironica.
La De Filippi, “minacciata” tra l’altro da una lettera dell’avvocato di Ballandi (produttore di “Ballando” e scusate il gioco di parole), ha altresì dichiarato che alla Carlucci non avrebbe mai fatto una cosa simile. L’ha fatta a noi però.
L’ incauto spettatore, stanco dei vocalizzi portentosi dei marmocchi della piastrata Clerici, che pensava di trovare una valida alternativa per una serata all’insegna dello svuotamento mentale col nobile pretesto della beneficenza, si è ritrovato in una di quelle situazioni imbarazzanti e grottesche da Villaggio turistico, quando cellulite e riporti sudaticci la fanno da padroni nella prima fila della Macarena di rito.
Aprono le danze, se così si può dire, il trio Celentano-Maionchi-Ricciarelli.
Esibizione ispirata a Lady Gaga e al suo “Alejandro”: c’erano dubbi?
La Celentano con caschetto platino e reggiseno scacciacani misura “retromarcia” mostra orgogliosa il suo fisico da etoile attempata, mentre le due simpatiche vegliarde, sepolte nel latex, si danno da fare con ballerini in calze a rete e tacchi a spillo e intanto dalla giuria il coreografo e regista Luciano Cannito sbianca.
Sembra di essere tornati a quando le festine di compleanno si facevano nel soggiorno di casa, con i tappeti arrotolati in cantina e il giradischi presidiato dallo sfigato di turno, e c’erano sempre un paio di ardimentose zie zitelle che, stanche di stare nascoste in cucina a ingozzarsi di sandwich, pizzette e supplì, si lanciavano in pista, approfittando di un temporaneo afflosciamento (causa ormone imbarazzato) dei festaioli brufolosi. “Mò vi facciamo vedere noi come si fa!” e l’ormone lo sentivi sgommare giù in strada.
E come in ogni festina che si rispetti ecco che arrivano anche i cuginoni simpatici a tutti i costi, Buonamici e Bilà del TG5, più credibili nella clip di presentazione che non in un’improbabile e improponibile “Men in black”. Con un liscio avrebbero “spaccato” di sicuro. Intanto Antonello Piroso dalla giuria gioisce in cuor suo di lavorare per La7.
Ci si narcotizza con le quattro campionesse del tennis e la loro “Vogue”: sembrano quattro bambinette alla sfilata di Carnevale, imbarazzate ed emozionate delle loro stesse crinoline. E poi, sarà tutto quel bianco dei costumi, saranno troppi i ballerini, troppe loro quattro o la regia pessima, ma un paio di lenzuola stese al vento si sarebbero mosse meglio. Stavolta per una delle quattro la telefonata del Presidente Napolitano non arriverà.
Ma la festa continua, e dopo le zie arriva lo zio scapolone Giurato. Hanno sbagliato tutto. Avrebbero dovuto chiuderlo in un recinto di sicurezza e farlo scatenare come Kevin Kline sulle note di Gloria Gaynor. E invece, vestito come l’uomo del monte (rubo una delle poche battute decenti della Cucciari, costretta in giuria) massacra quello “Smooth Criminal” della buonanima di Jacko.
Parole per descrivere il tutto? Una: aiuto. Poi il colpo di grazia:”Michael, non ti rivoltare nella tomba, ti prego!” strombazza Giurato.
Lo spettatore lo stiamo perdendo, ed è d’obbligo un bel po’ di carne al fuoco: tre manzi della nazionale di rugby, capitanati dall’ avvenenza e cherubinica possanza di Mirco Bergamasco. Esatto, quello calendariato “nature” con il pallone ovale “lì” sotto.
I muscoli guizzano, le tartarughe sono sempre fotogeniche, camicie sudate volano in faccia alla Cucciari (che non disdegna una furtiva annusata forse anche per riprendersi da cotanto show) e, concedendosi in un “Hot stuff” con mutanda rossa strizza-gioielli nel gran finale, i tre ragazzotti vincono la prima manche, premiati dall’estrogenico housewife-televoto.
Lì mi arrendo. E la Incontrada con Amendola senza Bisio, se potesse mi seguirebbe a ruota.
Let’s … go to sleep! E’ meglio.
Stamattina leggo nei vari blog di un YMCA con quattro calciatori della Roma, che poi vinceranno la puntata (della serie “battiamo il ferro finché è caldo di rugby”), dei soliti due politici di fazione opposta uniti dal “Waka waka” per amor della beneficenza, e infine di una suor Paola mortificata nello “Jai-ho”.
Forse messa lì per ricordare in maniera subliminale lo scopo (quello sì) assolutamente apprezzabile e benefico della serata.
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SAVIANO TESTA, GF CROCE

Agli amanti della TV di qualità si drizzeranno i capelli in testa, ma vi posso assicurare che, quando ci si trova in più persone davanti uno schermo televisivo, anche la scelta tra il duo Saviano-Fazio e il Grande Fratello può risultare ardua.”Fazio e Saviano nooo! Mi viene l’angoscia!” sento dire a qualcuno – ed era ancora la prima puntata!

La maggioranza ammutolisce e ci si butta sul GF.

Veniamo aggrediti da una specie di Barbie un pò (tanto) “buzzica” che da dentro la “sua” Casa di cartongesso e plexiglas ne dice di ogni al suo ex compagno, nonché padre dell’ennesima creatura innocente immolata in nome dell’inciviltà dei rispettivi genitori. Signorini si sventaglia furiosamente, forse sentendosi in colpa per il gettonazzo di presenza che prenderà anche quella sera. Eh beh. Col GF ci potevi cascare con la prima, toh, seconda edizione…ma ultimamente i giochini di squadra, i karaoke improvvisati e le coreografie imparate in fretta e furia per guadagnarsi una vaschetta di gelato in più hanno lasciato il posto ad altro. Vieni messo di fronte ad una sorta di paradossale e parossistica gabbia abitata da un gruppo di cavie smaliziate il cui primo pensiero, una volta varcata la porta di Casa, è quello di trovarsi un partner e di farsi quattro vasche in piscina. E non necessariamente in quest’ ordine. Impegnati a mostrare il peggio di sé in nome della verità, quando si insultano o ci manca poco che si prendano a cazzotti, sembrano realmente sinceri. È quando devono mostrare i buoni sentimenti che casca l’asino: un carosello di facce contrite, contratte e strizzate in attesa della lacrima che spesso non viene giù. Da qui il nuovo termine coniato dall’ alto degli sgabelli dei Talk Show: pianto a secco.”Mamma ti amooooooooo” sbraita la marionetta di turno, controllandosi di sottecchi sul riflesso degli specchi finti. Anche questa, nuova moda: dirsi ti amo tra parenti stretti. Che cosa volgare! È chiaro che c’è amore, ma non è quello che si declina e si declama! A mio modesto parere ovviamente.

La pubblicità ci salva. Capatina su Rai Tre. Si parla della piccola rom Cristina, dei suoi 14 sgomberi e della sua cartella andata persa assieme al diritto allo studio. Sento qualcuno che esclama: “E allora?!?…”. Calma. Voi leggete, io ho sentito. E quel “e allora” non aveva il suono del “chi se ne frega”. Era un grido di rabbia, di impotenza, di smarrimento, era un modo per dire: “Sí, queste cose le sappiamo. Ma possiamo fare VERAMENTE qualcosa?”. E qui realizzo. Realizzo che “Vieni via con me” è il vero reality, e il GF è il Teatro della Verità di gomma che zompa fuori dalla TV e ti rimbalza addosso in maniera indolore. Ti fa sentire migliore. E ci vuole poco francamente. Il GF è la liberatoria partita di squash, immaginando che il muro sia il tuo capoufficio rompiscatole, che ti fa scaricare le energie negative.

Intanto la Barbie Buzzi Bratz viene fatta approcciare dal vivo col suo ex, e ti aspetti che volino extensions, capezze d’oro, unghie finte e Rolex tarocchi. E invece no. Ci manca poco che si rotolino per terra in nome del feeling trombarolo ancora vivo tra loro. La Vita “fuori” piove torbida sulla spugna arida del Reality e si genera lo Show. Signorini ha ormai provocato fratture multiple al suo ventaglio e ha lo scaltro buonsenso di affermare di avere assistito a una delle peggiori pagine della TV italiana. Per fortuna, se Saviano e Fazio volant, i video su YouTube manent.

- Certo che Benigni è stato grande – E Vendola e i sinonimi di “omosessuale”? – Forte – E il verde leghista che hanno fatto virare verso il verde acido? – E poi Paolo Rossi e Gesù – Anche Gesù?! – Eh sí – Sai che ti dico? Prossimo Lunedí tiriamo a sorte -

Certo, che male c’è? Anche il Time è indeciso su chi eleggere Persona dell’ anno tra i minatori cileni e Lady Gaga. Trash On!

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“VUOI PIU’ BENE AL DADDY O AL PAPA’?”

Nei giorni in cui televisione, carta stampata e web strombazzano le ultime dichiarazioni di Ratzinger riguardo l’omosessualità – peraltro niente di nuovo, né un passo avanti ma nemmeno un passo indietro, rispetto alle già note idee in merito della Chiesa – e leggo di un ragazzo di Enna sodomizzato con un compressore dai suoi colleghi e di una singolare campagna promossa dal governo cileno contro la violenza sulle donne (“Chi picchia una donna è frocio. Diciamolo a chi se lo merita”), devo sorbirmi, assieme al sacro caffè che precede la giornata lavorativa, i soliti discorsucci riempi-bocca e spreca-aria di due signore alle mie spalle, che dall’alto del “ricordo” di Freddy Mercury precipitano pericolosamente e prevedibilmente sul solito giro di mantra “E si vogliono pure sposare” – “E vogliono pure adottare bambini” – “Che se poi ti chiede perché ha due papà …?” – Già, se me lo chiedesse?.

La domanda sarebbe spietata e la risposta difficile, ma doverosa. Ci possiamo provare. Darei la stessa risposta che darei a un figlio che ti chiede perché lui ha la pelle verde e tu gialla: ”Perché sei stato adottato. Perché i tuoi genitori, che non potevano occuparsi di te, ti hanno portato in una Casa speciale dove ci sono altri bambini come te, dove si possono incontrare due persone che decidono di portarti con loro e offrirti una casa tutta tua, con una stanzetta tutta tua, con giocattoli tutti tuoi, ma soprattutto un AMORE tutto per te. Perché qui siete tanti, le suore sono poche e un solo cuore a volte non basta.” Che dite, potrebbe andare? Chissà.

Certo è che le adozioni in Italia sono un‘ odissea.

Un mio conoscente e la moglie hanno adottato due bambini attraverso le suore di Madre Teresa; pare sia più semplice. Gliene muoiono troppi tra le mani e preferiscono consegnarteli direttamente in aeroporto come pacchi postali, senza fare troppe storie: denutriti, sporchi, terrorizzati, con l’osteoporosi e i vermi.

A “scatola chiusa“. Però chissà, magari riesci a salvarli. Si dovrebbe fare qualcosa.

“Ma tra una coppia etero e una gay …?” Sceglierei quella etero, lo confesso; ma l’adozione gay, più che un diritto per la coppia, potrebbe essere una chance in più per un bambino senza casa. Ricordo una vecchia trasmissione condotta da Antonella Boralevi. L’ospite era il giornalista e scrittore americano Brett Shapiro(compagno del giornalista dell’Espresso Giovanni Forti, morto di AIDS nel ‘92)padre adottivo di Zach.

La Boralevi alla fine gli chiede:”Chi era Giovanni per Zach?”.

“Gli avevamo detto che io ero daddy e Giovanni era papà”.

“Cosa manca a Zach?”.

“La mamma. Io non potrò mai esserlo”.

Nell’ album di foto di Zach, i suoi primi pensieri per iscritto: “Io e papa’ siamo soltanto noi due, non ho mai avuto una famiglia, solo quando stavo dentro alla pancia della mamma. Mio padre si chiama Daddy Brett, non litighiamo mai, solo quando mi cade un bicchiere. Giochiamo sempre”.

Come ama spesso ripetere una persona che conosco, i bambini sanno già tutto.

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