18 May 2012

Una suite per la Rivoluzione

8 gennaio 1959 La Havana, Cuba
“Scusa Fidel, ma stanotte dove dormiamo?” domando’ Camilo Cienfiegos. “Mmmm…Chiama l’Hilton e vedi se hanno camere libere” rispose il comandante.
Il Che era gia’ in città da qualche giorno, incaricato di prendere possesso delle fortezze e delle caserme della città. Batista, il vecchio presidente filoamericano era scappato la notte di capodanno con valigie cariche di dollari, lasciando i mafiosi dell’Avana nel panico. Gli amici del regime fuggivano mentre la città viveva giorni di saccheggi e regolamenti di conti.
Pochi giorni prima, Fidel aveva annunciato la vittoria della rivoluzione da Santiago, mentre cresceva l’attesa per l’arrivo trionfale in capitale.
Nelle prime ore di questo memorabile giorno le truppe rivoluzionarie iniziarono a giungere in città accolte dalla popolazione in festa. Migliaia di soldati sfilarono attraverso una folla oceanica sotto il lancio di fiori e di baci. Una rivoluzione impossibile aveva vinto: davide contro golia, un ideale comune contro gli interessi di pochi.
Il mondo viveva un momento storico e la storia del mondo scriveva una grande pagina, unica, che avrebbe influenzato per decenni le relazioni internazionali.
Già, ma dove accampare migliaia di persone? Questo era il problema del giorno. Rispose per tutti quella praticita’ tutta cubana mista ad un po di audacia rivoluzionaria: “Ragazzi, stasera si dorme Tutti all’Hilton!”
L’albergo era stato inaugurato in grande stile pochi mesi prima ed era considerato il più grande si tutto il Sudamerica. Un investimento pazzesco, cinque anni di lavoro per 25 piani e centinaia di camere in pieno centro Avana. Era nuovo, era grande e dominava la città come un simbolo del potere corrotto. Quindi perfetto!
Fidel non voleva usare i vecchi edifici del potere Batistiano come il Capitolio e la casa presidenziale e
cosi’ scelse per se la suite del “Piso 20″ dall’hilton.
I soldati si sparpagliarono per l’hotel, occupando la grande hall con fucili e mitragliatrici, il governo provvisorio tenne qui i consigli rivoluzionari, le prime riunioni diplomatiche ed i primi provvedimenti.
Fu cosi che la più grande rivoluzione popolare della storia recente si concluse in un hotel 5 stelle.
Oggi l’albergo si chiama Havana Libre e conserva uno stiloso sapore anni 50 che qualcuno potrebbe definire “vintage”. Tutto e’ rimasto inchiodato a quell’epoca ed a quei giorni in cui la storia ha incrociato il turismo. Il grande atrio, il vecchio salone dell’ex casino’, un ristorante panoramico all’ultimo piano con una vista incredibile su tutta la citta’. Da questa stessa posizione Fidel e Guevara, osservavano la città conquistata ritratti in una celebre foto-copertina di LIFE.
Pagherei oro per vivere quel momento e vedere la faccia del receptionist di turno che ricevette la telefonata: “Pronto, Hotel Hilton? Avete posto per la rivoluzione?”

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Con Fidel nel sussidiario

Ho fatto un giro in una scuola elementare di un paesino vicino a Camaguey. Pulita ed ordinata, mi ha dato l’impressione di essere ben organizzata, priva di grandi strumenti ma dotata di aule spaziose ed una bella mensa, il tutto circondato da un piccolo giardino.
La scuola cubana e’ famosa in tutto il mondo per essere una delle piu’ avanzate. Gli investimenti sono sempre stati ingenti ed i programmi molto all’avanguardia. Insieme alla Sanita’ pubblica, l’istruzione e’ stata il vanto del governo cubano, simbolo dell’impostazione socialista dello stato stesso.
Ma i tagli di budget dovuti alla crescente crisi economica, ormai cronica, hanno costretto le scuole a delegare parte delle lezioni su video: in ogni classe campeggia un grosso televisore su cui compare un insegnante in “cassetta” al posto di uno in carne ed ossa. La trovata e’ stata giustificata come una forma di egualitarismo tra scuole di campagna e scuole di citta’, una scusa che evidenzia quanto il sistema stia soffrendo una crisi profonda.
Sfoglio un paio di quaderni, uno di grammatica: la meta’ degli esercizi usano frasi riguardanti la rivoluzione. Al posto di “Carla che mangia le mele” e “Marco che gioca con il gatto” qui abbiamo “Fidel che guida la rivoluzione di Cuba” e “Cienfuegos che lotta per la patria”. Un orgoglioso maestro mi srotola sulla lavagna la cartina della Rivoluzione Cubana: lo sbarco del Gramma e le tre colonne di guerriglieri, tratteggiate in colori diversi, dalla Sierra maestra fino all’Avana.
Fa un po’ impressione. C’e molta propaganda in questa impostazione formativa, un “indottrinamento” esagerato per un bambino delle elementari. Ma a pensarci bene questa e’ la loro “storia”, la fondazione dell’attuale forma di stato nazionale, nel bene e nel male. Qualcuno potrebbe mai stupirsi per una lezione sullo “sbarco dei mille” in una scuola italiana?
Una foto del Che mi ricorda che in fondo tutto era partito in maniera diversa, che nessuno voleva chiudere gli ideali di liberta’ in questo regime di socialismo caraibico, che nessuno in quei primi mesi del 1959 avrebbe mai pensato che la grande rivoluzione del popolo e per il popolo venisse raccontata ai bambini del 2011 in un VHS da 50 minuti.
Una bella storia in fondo, dall’evoluzione inaspettata e dal finale incerto, i cui registi sono rimasti senza più scenografie e con milioni di comparse che hanno oramai dimenticato il titolo del loro film: Hasta la victoria…

Fonte: http://notturnocubano.wordpress.com/

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Etiopia, typical dinner free

Temevo il suo arrivo anche se non ero sicuro sarebbe arrivata. Questa volta nessuno ne aveva parlato ancora. Io evitavo l’argomento per scongiurarne l’arrivo, ma qualcosa mi diceva che anche questa volta me l’avrebbero organizzata.
Puntuale come la Lufthansa,
l’ultimo giorno di viaggio
inevitabilmente,
è arivata
la maledettissima
CENA TIPICA!!
Nooooooooooo.
Ne ho fatte a decine dalla Spagna alla Tunisia, dalla Grecia all’Iran, tutte uguali. Ogni agenzia, ogni gruppo, ogni agente di viaggi, e corrispondente sembra non possa rinunciare a questo pacchianissimo siparietto in cui improbabili tradizioni locali si fondono a pesantissimi piatti.
La situazione in genere si ripete. In una grande sala sono stipati i nostri pallidi occidentali, le cameriere invece rappresentano l’esotismo insieme a scoglionatissimi suonatorisono tutti rigorosamente vestiti in abiti tradizionali (che di solito non nessuno si sognerebbe mai di indossare nemmeno a carnevale). Imbracciano antichi chitarroni mentre ballerine sorridenti si dimenano sul palco sorridendo alle foto. In mezzo a questa festosa atmosfera vengono serviti i più famosi piatti tradizionali che nella migliore delle ipotesi ti faranno compagnia sullo stomaco nel’interminabile volo di ritorno. Non rimane che bere e cercare di dimenticare questa pagliacciata dal sapore post coloniale che tutti sembrano apprezzare tantissimo.
Nelle versioni più tamarre per destinazioni di massa, con l’aumentare del tasso alcolico, aumenta l’audacia dei rubicondi occidentali che improvvisano la loro versione di ballo locale, ciondolando di qua e di la. I nord europei, che in quanto a tamarri competono con quelli nostri d’espatrio, hanno in genere le sbronze più comiche con audaci tentativi di approccio alle povere cameriere.
Di ritorno dall’Etiopia, da poco sopravvissuto all’ennesima cena tipica da fine tour, penso. Riporto indietro il mio gruppo con questo volo notturno che oltre a noi riaccompagna a casa i nostri occhi pieni di immagini dense di un altro mondo e le nostre pancie piene di injera e carne piccante. il volo è pieno a tappo, inutile pensare di dormire, inutile pensare di digerire, inutile forse anche solo pensare ed così inizio a delirare….
“Propongo una mozione internazionale per l’eliminazione della “cena tipica” dai programmi di viaggio. Eliminiamo queata inutile tortura!
Dillo anche tu al tuo agente di viaggio ed aiutaci a liberare il mondo da questa piaga.
I programmi liberati potranno beneficiare del logo Tdf: “TYPICAL DINNER FREE”. Con i soldi risparmiati dalla mancata cena aiutaremo la riqualificazione professionale di ballerine e suonatori senza più impiego.
Il mondo sarà un posto migliore, vedrai!!”

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TOGO 1960, IL SOGNO TRADITO.

Lomè (Togo) Monumento dell'Indipendenza, Giugno 2010

Lomè (Togo) Monumento dell'Indipendenza, Giugno 2010


Entro oggi a Lomè, in Togo. E sono curioso. Alla frontiera mi hanno ricordato che oggi non si lavora e che in capitale sono previsti grandi festeggiamenti. “Per cosa?”. “Pour la Fête de l’Indépendance!!!!”.
Esattamente cinquant’anni fa, questa piccola colonia un tempo tedesca e poi francese, otteneva l’indipendenza dalla madrepatria come molti altri paesi nello stesso periodo. Era il 1960, l’anno della realizzazione del sogno africano, una stagione vissuta con straordinaria euforia da milioni persone e seguita con interesse da tutto il mondo. Angelo Del Boca, inviato speciale della “Gazzetta del Popolo”, racconta nel suo libro L’Africa aspetta il 1960, di una frenetica ondata d’entusiasmo che stava attraversando Senegal, Mali, Burkina Faso, Mauritania, Ghana, Gabon e molti altri. Un’energia positiva che dava riscatto ad un’intero continente e lasciava intravedere per tutti un futuro migliore.

Arrivo in Togo curioso, dicevo, ma non per il finale della storia. Quella si sa, non è andata come si sperava. Gli europei mantennero il controllo dei settori più importanti delle economia nazionale. La sostituzione degli apparati amministrativi stranieri con personale locale, spesso impreparato, portò disorganizzazione e corruzione bloccando le poche riforme tentate dai fragili governi. Lo sfruttamento delle risorse e delle relative concessioni arricchirono i governanti oltre ogni misura mente le condizioni generali della popolazione peggiorarono. Gli eserciti nazionali colsero il malcontento e presero il potere con colpi di stato più o meno violenti.

Rileggo la storia dei vari paesi africani fino agli anni 80 e puntualmente si ripete questo tragico modello. Cambiano le date, la dose di guerre e di violenze il resto è puntualmente uguale.

Entro dalla frontiera Ghanese e Lomè arriva subito, oltre il confine. La gente in spiaggia cuoce carne di agnello sul barbecue tra le palme tropicali come fosse domenica. Il sole è al tramonto e per un attimo mi sembra di stare a Ventimiglia a ferragosto. Compro una birra. Sono l’unico bianco, potrei essere francese ma nessuno mi parla d’indipendenza. “Non c’è lavoro, non c’è futuro” mi dicono. Il governo si arricchisce, il presidente, figlio del precedente capo dello stato, bara alle elezioni e fa soldi a palate. Tutti lo sanno e non hanno paura a dirtelo chiaramente. L’indipendenza? Non frega a nessuno.

Per farmi contento mi accompagnano in Place de l’Indépendance dove si erge l’omonimo monumento: una torre immensa e vagamente socialista. Ma non si può entrare. E’ chiuso. Oggi, festa della libertà, il suo simbolo è chiuso, visibile solo da lontano, illuminato al buio come fosse una lontana chimera, irreale, metafora di qualcosa che è successo ma di cui (quasi) nessuno ha goduto.

In una strana e dimessa processione, le famiglie vestite a festa fanno il giro del monumento. Chi può fa le foto. Tutto può sembrare, tranne che una festa. Seduto sul merciapiede guardo la gente passare, composta, a rendere omaggio a non si sa cosa. Sembra una festa a sorpresa mal riuscita, quando gli amici si sono riuniti ma il festeggiato non è arrivato. Uno alla volta, un po imbarazzati fanno finta di niente, salutano e se ne vanno.

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