“A VOLTE PER ESSERE VERAMENTE SE STESSI, SI HA BISOGNO DI UN ALTER EGO.”
Ci sono storie umane e artistiche, che quando vengono raccontate, possono essere paragonabili a delle favole.
E’ il caso di Emanuele Dabbono che dopo la fortunata esperienza alla prima edizione di X Factor, non scende a compromessi con le case discografiche pubblicando un disco di cover; ma, come un vero artista, costruisce attorno a se una carriera fatta di canzoni genuine, vere e mai banali.
Pubblica “Trecentoventi”(il suo primo album) registrato con la band, i Terrarossa, e si piazza Quarto in classifica iTunes. Nel Febbraio di quest’anno viene ripubblicato dalla Grace/Orange Halidon distribuito in tutti i negozi della penisola, riscontrando dopo pochi giorni dall’uscita un notevole successo di vendita.
Sempre nello stesso periodo, la LMEuropean Music, propone ad Emanuele un contratto per la pubblicazione di un disco in inglese. Il materiale su cui lavorare è talmente vasto che scegliere le canzoni diventa un’impresa. Si chiude nel suo studio di registrazione, compone, arrangia e suona tutti gli strumenti a disposizione (chitarre elettriche, acustiche, basso, batteria, pianoforte, tastiere, armonica, mandolino, flauto), crea un alter ego (Clark Kent Phone Booth) e alla fine di Marzo i dischi diventano due.
Il primo è “Vonnegut, Andromeda & The Tube – Heart Geography” esce il 28 Aprile su iTunes e si piazza Quarto in classifica. Il secondo, “Songs For Claudia”, vede la luce due settimane più tardi e, con enorme sorpresa, si colloca Terzo.
Questi successi colgono inaspettati sia l’autore che l’etichetta e, ancora più straordinario, le radio americane iniziano a programmare in air play le canzoni.
Sono due dischi diversi tra loro. Il primo è un rock/blues ispirato da artisti come Ed Harcourt, Justin Vernon, Daniel Lanois. Il secondo un disco acustico, che lui stesso definisce “solare”. Atmosfere alla Ryan Adams, Bruce Sprinsgteen, Damien Rice. In pratica un omaggio alla musica che ha formato la sua esperienza.
Per questa intervista lo seguo in macchina, direzione Milano e mi dice: “Scrivere per me è tutto. Non riuscirei a immaginare la mia vita senza poter comporre musica e testi”.
Così, mentre ci accingiamo a raggiungere Le Scimmie per la prima del tour di Trecentoventi, assieme alla sua band i Terrarossa, iniziamo a parlare di questo suo momento fantastico. Una specie di punto della situazione e progetti per il suo futuro.
Domanda banale ma essenziale. Perché il nome Clark Kent Phone Booth?
“La tv ci propina spesso come eroismo, falsi miti di vittoria . La storia ci insegna che quella parola andrebbe usata con cautela. Eroi sono stati Falcone, Borsellino, Ghandi, Martin Luther King. L’attualità del 2012 di crisi mondiale mi suggerisce che eroe è l’uomo normale, che con onestà e dignità difende la sua famiglia e torna a casa ogni giorno dal lavoro frutto di quotidiane stanchezze, ma che offre sempre un sorriso ai suoi. Lo ricordo bene in mio padre, sfruttato tutta la vita. Un uomo che sapeva 9 lingue, ma guadagnava 1 milione al mese. Lennon lo chiamava Working class hero. Per me è Clark Kent il vero Superman e non il contrario.”
E perché l’alter ego? Avevi il timore che usando il tuo nome la gente non avrebbe capito?
“Semplicemente perchè ho cantato in un’altra lingua, che è un pò la mia seconda. Volevo avesse un suono diverso da quello che faccio con i Terrarossa. Ho preferito suonare tutto da solo, per immergermici completamente e ottenere qualcosa di più intimo e imperfetto, senza troppo overproduction, ma cogliendo l’attimo della spontaneità. Per far capire quanto universo sommerso può celarsi dietro ad ognuno di noi.”
L’idea di fare due dischi in inglese e’ perché volevi confrontarti con un’altra lingua che non fosse l’italiano? Oppure per realizzare un tuo sogno?
“Ho coronato un altro sogno, grazie a LM European Music che ha creduto e sposato il progetto con tutta se stessa offrendomi un duplice contratto e la libertà espressiva totale (cosa piuttosto rara oggi), dalla copertina fino alla scelta di brani e suoni.”
I due album si sono classificati in maniera fantastica al 4° posto (Vonnegut) e 3° posto (Claudia); al di la’ del successo di vendita, come credi sia stato recepito dai tuoi fans?
“Ho guadagnato molta stima come musicista e molto sèguito, lo confesso. Sai a volte si pensa che chi canta non sappia suonare nulla. Ovviamente non è il mio caso, ma riuscire anche a vederli in chart nella top five, pensando di averli scritti, arrangiati, suonati e prodotti da solo in un mese mi fa l’impressione che ci sia qualcosa di super eroico in tutto questo che prescinda da me.”
So che sei un amante del cinema. Il tuo nome d’arte mi ha portato a pensare immediatamente al film Kill Bill 2; quando l’attore David Carradine (Bill) dice :” l’unico personaggio che non indossa una maschera per diventare un supereroe (come ad esempio Peter Parker che si maschera da Uomo Ragno o Bruce Wayne che si maschera da Batman), è Superman ma che, al contrario, veste i panni di Clark Kent come “maschera” per fingersi un uomo qualunque.” La tua musica è Superman?
“La mia musica è la Delorian di Ritorno al futuro.”
Due dischi in pochissime settimane d’uscita uno dall’altro. Raccontami il perché di questa tua scelta.
“Avevo un’urgenza comunicativa (se me l’avessero predetto un 2012 così non gli avrei creduto), molti giornalisti adesso mi scrutano come se fossi un marziano. Ma io l’ho fatto perchè per me scrivere musica è come per te bere alla fine di una corsa. Corri?”
No. Ho smesso…(parte una risata.) Hai composto tutti i brani, suonati e arrangiati. Com’è stato auto prodursi?
“Avessi avuto più tempo e gli Abbey Road a disposizione il suono ne avrebbe beneficiato, ma ascolta “O” di Damien Rice o qualsiasi disco di Neil Young, Ryan Adams. Anzi. Prendi “Nebraska” del Boss. ha pubblicato i demo, con fruscii e errori qua e là. L’imperfezione spesso è sinonimo di emozione. Quantomeno di verità innegabile, di autenticità. Questa parola è un mio credo.”
“Vonnegut Andromeda & The Tube- Heart Geography” è un disco più sperimentale, rock, psichedelico. Si sentono le influenze di Ed Harcourt, Justin Vernon, Daniel Lanois e Bruce Springsteen. Sei in una fase di ricerca sonora più congeniale alla tua musica?
“Miles Davis diceva: La canzone migliore che abbia mai scritto è quella che scriverò domani. Concordo e aggiungo che chi non osa in questo mestiere è arido come il Nevada. Aspettatevi il prossimo disco con i Terrarossa come qualcosa di migliore rispetto al già fortunato “Trecentoventi”. Stiamo crescendo e andando al nocciolo di noi stessi. Per creare musica che duri. Anche oltre noi.”
Quindi, nel prossimo disco in italiano, ci potremmo trovare davanti a delle novità musicali?
“Avrà testi duri come la pietra e musicalmente sarà ancora più compatto. E’ già tutto scritto. Dobbiamo solo registrarlo. Vedremo di scegliere modi e tempi adatti. Sentirete la crescita, indubbiamente.”
Mentre “Songs For Claudia” è un disco più intimo, acustico, solare. Direi più introspettivo anche dal punto di vista dei testi.
“C’è una frase di “Ode to Eva Cassidy” che avrei voluto dire in italiano in qualche pezzo, ma mi è venuta lì: ” Mi sono fatto una barchetta di carta col conto del funerale di mio padre“.
Sono sempre attento ai testi dei miei pezzi. La forza comunicativa deriva dal sentimento di riconoscimento che ognuno proietta nelle tue storie. Io lo vivo come un dono ogni volta che davanti a me qualcuno canta a memoria (anche meglio di me) le parole che avevo scritto su un autobus, sulle note del telefono, dietro gli scontrini, in fondo a un libro.”
“Robert Frost Goes To The Stratosphere” in Vonnegut e “Ode To Eva Cassidy” in Songs. Il primo un grande poeta americano, la seconda una cantante e cantautrice americana scomparsa prematuramente quasi in maniera anonima. Come mai la scelta di dedicare queste due canzoni a due artisti cosi’ diversi tra loro?
“Robert Frost è l’emblema di una poesia che trovo terrena eppure arriva a cime innevate, nello spazio. Mi raccoglie proprio. Eppure il pezzo non è dedicato a lui. Quel nome che inciderei su ogni albero, su ogni stella è quello di ogni persona che almeno una volta nella vita ha provato la sensazione straniante ed extraterrestre di sentirsi amato.”
Hai scelto il nome Clark Kent ,quindi il non supereroe, ma alla fine il costume di Superman lo hai dovuto usare lo stesso per far volare la tua musica oltreoceano visto che le radio americane passano in rotazione i tuoi brani. Che effetto ti fa questo?
“Tengo la kriptonite nel cassetto per ridimensionarmi (ride). E’ un momento di magìa assoluta. Ci manca di fare una data negli States e poi posso svenire con la chitarra al collo. Mi godo tuto questo e mi concentro sul prossimo progetto imminente: il tour coi ragazzi (i Terrarossa) e la realizzazione dell’album nuovo, una svolta.”
Intanto è iniziato il tour di Trecentoventi che sta avendo ottimi riscontri di pubblico e media. So che girerai molto l’Italia con il tuo gruppo (i Terrarossa). Emozionato?
“E’ bello cominciare ad avere un repertorio davvero vasto tra cui scegliere, perchè credo ci siamo contraddistinti sempre per variare la scaletta da live a live. Adesso è proprio il momento, quindi ogni data si cambia ordine e qualche pezzo viene suonato, un altro deve aspettare un turno, insomma…la musica non manca. Non vedo l’ora di suonare a Lecce perchè il salento non l’avevamo mai toccato. Un sogno sarebbe raggiungere anche le isole, Sardegna e Sicilia, so che lì ci aspettano, ma diamo tempo al tempo…”
Ultima domanda e una mia curiosità, viste le recenti esternazioni del presidente Obama a riguardo, cosa pensi delle unioni gay?
“Credo che il prefisso etero, bi, omo etc. siano anche eliminabili. Uno ama e basta. L’amore è universale.”




























