18 May 2012

BREAKING ITALY: IL NUOVO TG ONLINE CHE SPAZIA TRA NOTIZIE SCAZZO E SERIETA’.

E se i nuovi tg fossero condotti da persone comuni? Senza canali tv ma su piattaforme web? E se i conduttori fossero vestiti come vogliono senza essere imbalsamati con cravatte e vestitini ridicoli? E se a candurli ma anche a dirigerli fossero giovani dai 18 ai 30 anni? Forse le notizie sarebbero anche più coinvolgenti. Ma con i se o con i forse non si fa niente, quindi vi parliamo di Breaking Italy uno show dalla durata di 7 minuti, che va “in onda” dal lunedì al venerdì alle 18. A condurlo è Alessandro Masala in arte “Shooter Hates You” che ha scelto You Tube come canale di trasmissione.

Breaking Italy passa da notizie scazzo a informazioni di serietà, racconta l’Italia di oggi e non solo. News di attualità, gossip, informazione tutte riportante con un dialetto sardo che non nuoce più di tanto. Un commentario divertente di “nerderie” in un linguaggio semplice e diretto.

L’ultimo “Tg” andato in onda ieri alle 18.00 parla di calvizia, Ikea e una torta che piange contro la mutilazione genitale  . Buona Visione.

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CHIESA VERGOGNA: “A MOROSINI NON SPETTAVA IL FUNERALE PUBBLICO”. MA ANCORA GLI CREDETE?

Sembra che la Chiesa stia attuando un piano diabolico per farsi odiare. Ce la sta mettendo tutta, con il massimo impegno e crediamo proprio che ci riuscirà. Muore un giovane giocatore come un fulmine, mentre gioca, si accascia e non ritorna più. Morosini aveva 26 anni e la religione dovrebbe farsi da parte quando a lasciare la terra c’è un giovane uomo che dalla vita certo non ha avuto molti doni.

Pontifex, un blog che si definisce cattolico e antimodernista, asserisce che a Morosini non sarebbero spettati i funerali cattolici in chiesa. Il motivo? Cito dal sito “Morosini convieva more uxorio con la fidanzata, senza alcun vincolo matrimoniale e non faceva mistero alcuno. Non risulta essersi pentito o ver detto di voer cambiare vita. Certamente Dio, nella sua infinita misericordia, ne terrà conto e lo giudichera con clemenza e pietà, ma la sua situazione è quella di pubblico peccatore, di chi ha dato con la vita pubblico scandalo e pertanto le Esequie funebri pubbliche, con tanto di pompa magna, sono un altro abuso della Chiesa modernista“.

Se questo è il pensiero di Dio, è difficile essere credenti e vicini alla Chiesa. Ma siamo fortemente convinti che questo sia solo il pensiero di qualche personaggio che dalla mattina alla sera ha poco impiego. Come fa un cattolico, un uomo di chiesa, a vomitare certe parole insulse dopo una morte così precoce. Come può essere più importante una convivenza con la donna amata che un funerale rispettoso?

Vorremo chiedere a quest’uomo, colui che ha firmato quelle parole, come mai un giovane dovrebbe avvicinarsi alla chiesa, se nel momento della tragedia, la Chiesa stessa usa parole inconcepibili? E’ proprio vero che si dovrebbe guardare nel proprio orto. Una chiesa che tutela pedofili, preti di poco conto, che non è all’altezza (ormai da anni) dei cambiamenti della società e che giudica senza freni la società stessa e non se stessa. Cosa vorremo imparare da questa? Solo a scappare, il più lontano possibile.

Onore a Morosini.

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SI RICOMPONE LO SCISMA TRA VATICANO E LEFEBVRIANI. MENO MALE, ERAVAMO TUTTI IN PENSIERO!

Ecco quali sono i problemi da risolvere per la Chiesa. Continuare a ripulire un’immagine ormai corrotta da tempo, cercare di non pagare l’IMU, far sì che le scuole private continuino ad avere i loro privilegi e ricucire lo strappo con i lefebvriani. Problemi insomma che vanno risolti, perché attanagliano l’umanità . Da tempo  la Santa Sede ha offerto ai lefebvriani la possibilità di divenire una «prelatura personale», come  l’ Opus Dei, che risponde direttamente al Papa. Dopo svariati tira e molla, sembra che gli scomunicati abbiano accettato e si siano arresi alle forza superiore. Che dire, una notizia che ci stava lasciando tutti col fiato sospeso, ora andremo a letto più tranquilli, nonostante le guerre, le persone che continuano a morire di fame, nonostante anche i preti pedofili. Perché se Gesù non fosse risorto, a quest’ora ne sono certa, si starebbe rivoltando nella tomba!

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I GIOCATORI VINCONO, LA SNAI NON PAGA E DA LA COLPA AD UN BLACKOUT. I NEO MILIONARI PROMETTONO BUFERA!

In mesi di crisi dove se riesci a comprare il pane tutte le mattina è grassa, agli italiani pure la beffa. Ci sono persone che una volta alla settimana, avendo risparmiato sul cibo, si lasciano sfuggire un gratta e vinci o una giocata alla Snai. E magari queste persone vincono pure, ma sarà davvero una vittoria? Insomma, parliamo di becchi e bastonati, quelle classiche persone sfortunate davvero.

Lunedì 9 aprile, tra le 15 e le 16, ci sono stati in tutta Italia decine di casi di vincite di jackpot miliolari alle videolotterie del circuito SNAI. Molti avranno urlato, saranno tornati a casa abbracciando la moglie e promettendole un viaggio, altri avranno sognato la macchina nuova, la possibilità di fare un figlio. E invece? Niente, le vincite non erano vincite. La Snai ha comunicato che in quel giorno alla data ora, nei propri meccanismi c’è stato un blackout. Ma non uno di quelli dove le macchinette si spengono e non ti fanno giocare, no, uno di quelli che ti fa vincere, fa vincere tutti. Possibile? A quanto pare.

Quel lunedì pomeriggio a brevissima distanza di tempo sono stati vinti molti jackpot vicini al massimo nazionale (500.000 euro) e altri anche superiori. Ma vi rendete conto cosa può significare per qualcuno che guadagna 500 euro al mese (se è fortunato) vedersi numeri a più cifre su uno schermo LED di una macchinetta?

Secondo quanto racconta Fabio Poletti sulla Stampa, la SNAI è convinta che le vincite siano state causate da un malfunzionamento del sistema o da un attacco di pirati informatici. In alcuni casi le macchinette, dopo aver stampato il tagliando della vincita (spesso con un importo superiore a 500.000 euro, teoricamente impossibile, o con la scritta “vincita da verificare”) si sono spente. Poletti spiega che è molto difficile che le vincite vengano convalidate:

Perchè le vincite siano considerate regolari ci vuole un doppio – se non triplo – via libera. Prima quello del terminale, poi dal cervellone dello Snai e infine dal ministero delle Finanze dove tutte le giocate e le estrazioni e le vincite sono registrate in tempo reale.

Coloro che hanno ricevuto il tagliandino della vincita hanno giurato che faranno causa, per risquotere lo stesso la vincita. Se non altro per essere rimborsati del sussulto che il cuore gli avrà fatto, o per i sogni che immediatamente si sono visti realizzati. Le indagini sono aperte.

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EURO 2012: KIEV SOTTO ATTACCO DELLA MAFIA, ALBERGHI TRIPLICATI, STERMINIO DI CANI RANDAGI. MA VOI CI ANDRETE IN UCRAINA?

Ma chi le sceglie le mete che dovranno ospitare gli Europei o i Mondiali? Il sorteggio. Quindi il fato c’ha voluto proprio mettere lo zampino. Gli Euro 2012 sarano in Ucraina e Polonia e la polemica è nata quasi da subito, ora però sembra aver assunto dimensioni colossali.

I fatti sono in breve questi:
Una banda di criminali ha assaltato e occupato militarmente un albergo, in alcune località i prezzi degli alberghi sono triplicati, mentre alcuni operatori del settore hanno annullato i contratti con i tuor operator che porteranno in Ucraina migliaia di tifosi.  Ma non è finita qua, la banda di criminali fa parte della mafia ucraina “Lushniki”, una organizzazione mafiosa resasi colpevole di numerosi omicidi tra cui anche quello della giornalista russa Anna Politkovskaya nel 2006.
Ma pensate che la lista sia finita qua? certo che no. In vista degli Europei di calcio 2012 gli ucraini hanno deciso di fare pulizia, uccidento cani e gatti randagi con veleni, bastoni e perfino fucilate. Una bella pubblicità invogliante per coloro che si dovranno, per forze maggiori, recare in Ucraina.

E noi dovremo andare in Ucraina? Anche se volessimo le possibilità sarebbero assai poche. Gli appalti sono stati monopolizzati da aziende controllate dalla mafia, lo stato ha finito i soldi e chi ha preso il potere? ovviamente la mafia. Alberghi non ce ne sono più, la Tui, la principale agenzia turistica tedesca, ha dovuto cancellare 14.000 prenotazioni.

Ma perchè lo stato non è riuscito a fiancheggiare la corruzione? Il malaffare ha fatto lievitare in maniera spropositata il costo degli impianti sportivi, austostrade, linee ferroviarie ad alta velocità e alberghi progettati da anni, non saranno completati. Una distesa di edifici non terminati saranno il paesaggio offerto dall’Ucraina. Uno spreco di denaro pubblico che ha fatto arricchire la mafia e i politici corrotti.

Sebbene lo slogan dell’europeo sia “fare la storia insieme”, a moltissimi studenti non sarà consentito di assistere alle partite. Nina Kutusovskaya, diciannovenne studentessa di biologia all’universitaà Taras Shevchenko di Kiev, parla perfettamente l’inglese e le sarebbe piaciuto lavorare come volontaria. Invece ben presto sarà costretta a fare i bagagli.

Alla fine di maggio, Nina dovrà togliere poster e decorazioni dalle pareti della sua stanza e sperare che “nessun ubriaco mi rovini la carta da parati”. La direzione dell’università sta costringendo gli studenti ad abbandonare il campus per tutta la durata del campionato europeo. La stanza di 10 metri quadrati che Nina divide con una collega e per la quale paga un affitto di 16 euro al mese verrà affittata ai turisti per 80 euro.

Saputo questo, voi ci andreste in Ucraina? Può valere più il calcio che l’abuso di potere e la paura? No.

 

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CERVELLI IN FUGA: SCAPPANO DA UN PAESE CHE NON LI VALORIZZA. PRONTA UN’APP PER IL CONDIVISIONE DI IDEE TRA “FUGGITIVI”.

“Cervelli in fuga? No, persone vere e proprie, anzi talenti”.  Tuona Fabrizio Barca, Ministro per la Coesione Territoriale: “Non sono dei fuggitivi, non hanno nessuna colpa, semmai le colpe sono di un Paese che non li valorizza”. Giovani che sal sud italia si trasferiscono al nord, o che da un paesino tentano la carta della metropoli, ma ci sono anche quelli che cambiano nazione. Un viaggio della speranza con una ragione che accomuna tutti: Tra tutti c’è un dato in comune: spesso i giovani da noi hanno l’impressione di essere sfruttati.

“Non sono solo i talenti che se ne vanno, e un Paese si deve preoccupare sempre quando i giovani se ne vanno. Tra i 70mila giovani che lasciano il sud ci sono anche molti spinti dalla necessità. In questo caso c’è una doppia sconfitta per il Paese: si perde competitività lasciando andare i talenti, si fallisce sul fronte dell’inclusione lasciando al loro destino i meno fortunati”.

Intanto Il Ministero degli Esteri e quello dell’Università e della ricerca hanno promosso una App per connettere tutti i “cervelli in fuga”. Una piattaforma informatica da mettere a disposizione di Istituzioni, università, centri di ricerca e imprese del settore dell’innovazione. Lo scopo è promuovere la condivizione di idee, informazioni e opportunità tra i ricercatori e scienziati italiani all’estero. Il primo strumenti per il collegamento sarà un’applicazione per tablet e smartphone.

Servirà? O spingerà i giovani a correre ancora più forte fuori dall’Italia?

 

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IL CALCIO MALATO: MUORE UN ALTRO GIOVANE GIOCATORE. MOROSINI STRONCATO DA ARRESTO CARDIACO. SI APRONO I DUBBI SUI CONTROLLI CLINICI.

Piermario Morosini non ce l’ha fatta. A 26 anni, il centrocampista del Livorno, ha perso la vita per un fatale arresto cardiaco. Le immagini le abbiamo bene in testa, di quel ragazzo che voleva scappare alla morte ma che invece è stato trascinato a terra. Inevitabili, ora, le polemiche: controlli clinici, sostanza dopanti, e tanto altro ancora.

Con il decesso del calciatore (l’ennesimo di una lunga lista mondiale) si torna a parlare di mancanze. Episodi simili non si verificavano dal malore occorso a Lionello Manfredonia. Era il 30 dicembre del 1989 quando il giocatore della Roma si sentì male sul campo di Bologna. La diagnosi fu la stessa: arresto cardiaco. Il giocatore per fortuna si riprese, ma fu costretto ad appendere le scarpette al chiodo. Molto più sfortunato fu Renato Curi, del Perugia. Il 30 ottobre 1977, l’atleta umbro accusò un malore e morì in campo durante la partita contro la Juve. Diversi, i casi di malori negli altri campionati: l’ultimo per Muamba, che però si è ripreso e potrà tornare a calciare il pallone.

Ma nel caso di Morosoni, l’ultima ferita fresca del nostro campionato, le domande si susseguono: se avesse avuto una patologia (si conosce la causa della morte del padre per infarto), non si sarebbe visto dai vari accertamenti? Sa sottolineare la posizione presa da Antonio Rebuzzi, responsabile dell’Unità per la diagnosi del dolore toracico:  “In Italia – ha detto il professore – i controlli sugli sportivi sono regolari e approfonditi, mediamente più seri che in altri Paesi. E’ difficile che possa sfuggire una patologia cardiaca”. Per casi come quello del giovane calciatore del Livorno, “è ipotizzabile un’infiammazione come un’infezione cardiaca, che ha generato un’aritmia“.
Per Rebuzzi, inoltre, “i calciatori vengono controllati a fondo, con test sotto sforzo, ecocardiogramma. E’ difficile che in presenza di una patologia, questa possa sfuggire agli esami. Come è difficile che possa sfuggire ai test antidoping l’eventuale uso di sostanze dannose per il cuore”. Per il cardiologo, inoltre, “può essersi trattato di un episodio infiammatorio, come una miocardite o un’endocardite, che si è manifestato dopo l’ultimo controllo effettuato. Un fatto accidentale, doloroso, che però non può mettere in discussione l’efficacia del controlli eseguiti”. Rebuzzi, tuttavia, ha ammesso che casi di malore in campo per motivi cardiaci “cominciano a diventare non pochi, ma è difficile pensare che i calciatori possano essere più controllati di quanto non lo siano già”. Sulla questione è intervenuto anche il ministro dello Sport, Piero Gnudi, il quale ha detto che “i controlli preventivi devono essere sempre più accurati perché il corpo umano cambia e va seguito con una frequenza che deve essere abbastanza ravvicinata”. Per Gnudi, inoltre, l’ipotesi di posizionare defibrillatori negli stadi a scopo di prevenzione “è la strada che va percorsa”.

La causa della morte di Morosini sarà dichiarata dall’autopsia. Ma questo resta una briciola in un mare dove un giovane ragazzo si è spento. Che fosse giunta la sua ora? Che abbia messo mano il destino? Questo non lo sappiamo, quello che è certo è che delle precauzioni vanno prese.  Se posizionare defibrillatori negli stadi potrebbe salvare delle giovani vite, pensiamo che con i soldi che girano nel mondo del calcio, ogni giocatore ed ogni società potrebbe contribuire all’acquisto.

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MIRIAM MAFAI 1926-2012: CI LASCIA LA “RAGAZZA ROSSA”.

Miriam Mafai aveva 86 anni. Si è spenta a Roma ieri, una delle firme più prestigiose del giornalismo italiano. Miriam Mafai, la “ragazza rossa”, attenta osservatrice dei cambiamenti della politica e della società del nostro Paese. Mafai aveva contribuito alla nascita diRepubblica e per il quotidiano, per decenni, ha svolto un’intensa attività di editorialista, inviato, cronista politico, diventandone una delle colonne portanti, grande testimone di quasi un secolo di vita italiana.

Da Repubblica.it

Miriam Mafai era nata a Firenze il 2 febbraio del 1926, figlia – insieme alle sorelle Simona e Giulia -  di due fra i più noti artisti del XX secolo, il pittore Mario Mafai e la scultrice Maria Antonietta Raphael, tra i fondatori della corrente artistica della Scuola Romana. Militante comunista di lungo corso, aveva partecipato alla Resistenza antifascista a Roma. La sua carriera giornalistica era cominciata con l’Unità, all’epoca “Organo del Partito Comunista Italiano”, all’inizio degli anni Sessanta ma prima ancora, alla fine degli anni Cinquanta, era stata corrispondente da Parigi per il settimanale Vie Nuove. Poi, dalla metà degli anni Sessanta al 1970 era stata direttore di Noi Donne e poi inviato per Paese Sera. E poi Repubblica, per più di trent’anni. Dal 1983 al 1986 sarà anche presidente della Federazione nazionale della stampa italiana.

All’impegno giornalistico Mafai affianca una vasta produzione saggistica, da L’uomo che sognava la lotta armata (1984) a Pane Nero. Donne e vita quotidiana nella seconda guerra mondiale (1987) a Il lungo freddo. Storia di Bruno Pontecorvo, lo scienziato che scelse l’Urss (1992), da Botteghe Oscure addio. Com’eravamo comunisti (Premio Cimitile nel 1996) a Dimenticare Berlinguer (1996), da Il sorpasso. Gli straordinari anni del miracolo economico 1958-1963 (1997) a Il silenzio dei comunisti (2002), scritto insieme a Vittorio Foa e Alfredo Reichlin, per citarne solo alcuni.

E poi, per raccogliere il racconto dei suoi anni da osservatrice, aveva pubblicato nel 2006 Diario italiano, con i pezzi scritti per Repubblica dal 1976, anno della nascita del quotidiano, fino a quel momento. Note politiche, opinioni, analisi di costume, “il diario anche di coloro che hanno attraversato questi anni con le stesse speranze, curiosità, emozioni, indignazioni, delusioni alle quali ho dato voce, o tentato, con i miei articoli”. Pochi accenni alla vita personale, solo due brevi memorie, dedicate una alla madre e una al padre. E’ la politica la spina dorsale degli articoli che raccontano trent’anni di Italia, il terrorismo e Aldo Moro, Tangentopoli e la fine della Prima Repubblica, l’inizio delle grandi ondate di immigrazione, i presidenti della Repubblica e quelli del Consiglio e i governi che cadono, ma pure le prime violenze negli stadi.

C’è l’attualità ma ci sono anche i temi che Mafai segue con continuità, per anni, dal divorzio all’aborto e i referendum, dagli interventi del Papa al dibattito sulla laicità dello Stato, dalla legge sulla fecondazione artificiale alla condizione femminile, tema che sempre le è stato caro così come quello della difesa dei diritti dei lavoratori. E bastano i titoli dei capitoli a dare il segno di come la pensasse, “La fine di un ciclo – Anche i partiti muoiono”, “I Ds con l’eskimo”, “La deriva dell’Ulivo – Siamo ormai vicini al capolinea”, “Divisi su tutto”, “Il programma dell’Unione: il centrosinistra ha bisogno di un’anima, non di un volume di 287 pagine”. E poi i ritratti, lievi e ficcanti, da Veltroni a D’Alema agli altri. Una fotografia della storia, ma senza rimpianti, perché “il mondo è cambiato, in peggio o in meglio non importa, è qui che dobbiamo vivere”. E un’istantanea dello stato di salute del Paese, “con la fretta del mestiere – disse – ma sempre, mi sembra di poter dire, con onestà”.

 

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IKEA SCEGLIE L’ITALIA. TRE PRODUZIONI SI SPOSTERANNO DALLA CINA AL PIEMONTE. “IN ITALIA COMPETENZA, IMPEGNO E PREZZI VANTAGGIOSI”. SIGNORI AVETE CAPITO?

Mentre tutti se la svignano da un Italia brutta e cattiva, una grande azienda decide di andare controcorrente e sposta tre produzioni dall’Asia all’Italia. Ma chi sono questi pazzi? Niente popò di meno che IKEA. Il gruppo svedese di arredamento ha annunciato di aver scelto il nostro paese, incrementando così, la propria base di fornitori sul territorio italiano a scapito dei paesi emergenti.

“Si tratta di produzioni di cassettiere, rubinetterie e giocattoli, che ora saranno realizzate in Piemonte e non più in Asia”, dice Valerio Di Bussolo, responsabile relazioni esterne di Ikea Italia.

Nel 2011 i 24 fornitori italiani erano già responsabili per la produzione dell’8% di tutti i prodotti usciti dagli stabilimenti gialli e blu nel mondo – in prevalenza mobili – facendo dell’Italia il terzo paese produttore per Ikea dopo Cina e Polonia con 1 miliardo di euro di acquisti da fornitori italiani. Questi numeri sono destinati a crescere grazie al contributo del Piemonte.

“Non abbiamo ancora numeri in grado di quantificare lo spostamento di produzione perchè i volumi in arrivo da questi nuovi fornitori italiani dipenderanno dalla domanda; ci vorrà un anno per avere delle cifre”, dice Bussolo.

Ma come mai Ikea ha scelto l’Italia, quando invece tutti scappano da essa? In una nota pubblicata dalla società in vista del salone del Mobile di Milano, l’AD di Ikea Italia Lars Petersson afferma che “Ikea è alla ricerca continua di possibili sviluppi degli acquisti in Italia che punta ad incrementare”. E spiega che la società “ha individuato nuovi partner italiani che hanno preso il posto di fornitori asiatici, grazie alla loro competenza, al loro impegno e alla capacità di produrre articoli caratterizzati da una qualità migliore e a prezzi più bassi dei loro concorrenti asiatici”.

Competenza? Impegno? Prezzi bassi? Ciò che Ikea ha trovato sembra proprio una rarità, visti gli ultimi avvenimenti del nostro paese. Ascoltate nuovi e vecchi imprenditori, l’Italia c’è, basta cercare bene.

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BENZINA: A ROMA 22 COLONNINE SEQUASTRATE. TRUFFA SUL CARBURANTE. 8 PERSONE DENUNCIATE. PER GLI AUTOMOBILISTI ORA C’E’ ANCHE LA BEFFA.

La frase giusta è “Becchi e bastonati”. Così potremo definire alcuni cittadini romani che sono stati truffati dai distributori di benzina. Forse potreste pure fraintendere, ma la truffa è più grande di quello che pensate. La storia è questa: il costo della benzina è alle stelle, la macchina la decidi di prendere proprio in casi di emergenza, altrimenti ti fai pure 10 km a piedi o in bici. Resisti ai ritardi dei bus o dei treni, arrivi sudato fradicio in ufficio, tutto questo solo per risparmiare sul carburante. Ma qualcuno ha deciso di truffarti lo stesso, facendoti maledire il giorno in cui, per forze maggiori, sei obbligato a mettere benzina.

Otto persone sono state denunciate dal Comando provinciale della Guardia di Finanza di Roma per aver manomesso alcuni distributori di benzina. Sono state sequestrate 22 colonnine e 52 pistole erogatrici di carburante. L’ennesima beffa per i proprietari di automobili che oltre a dover sottostare ad una benzina che tocca 1,982 euro/litro si vedono pure truffati da alcuni benzinai che pensavano di guadagnare erogando, forse, la metà del carburante.

 

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