18 May 2012

Happy Birthday Supertramp!

Oggi avrebbe compiuto quarantaquattro anni Christopher McCandless, lo studente universitario californiano che nel 1990 a ventidue anni decise di far perdere le proprie tracce, di rinunciare alla propria identità, gettando via anche la targa dell’auto, dopo aver donato i suoi 24.000 dollari di risparmi alla Oxfam, per intraprendere da solo un viaggio di due anni in autostop, portando con sé meno dell’indispensabile, dall’Ovest americano fino in Alaska, dove morirà presumibilmente di fame – il cadavere pesava 30 Kg. – all’interno di un autobus abbandonato, il Magic Bus tuttora meta di pellegrinaggio da parte di coloro che sono rimasti affascinati dalla sua storia.
“Nelle terre estreme”, il libro sulla sua vita scritto da Jon Krakauer e pubblicato nel 1996, si basa sui suoi viaggi e sui racconti di tutti coloro che conobbero Chris durante il suo lungo viaggio solitario.
Nel 2007 esce il film “Into the wild”, ispirato al libro di Krakauer, diretto da Sean Penn dopo dieci anni di trattative con la famiglia di Christopher, restia a portare sugli schermi la vita del figlio, e che ritengo valga la pena rispolverare.
Scontato ma doveroso dire che la colonna sonora è veramente super: non dico che è stato costruito un film attorno alla musica, ma sicuramente le musiche di Eddie Vedder hanno reso film e colonna sonora quasi indispensabili l’uno all’altra!
Il film può non piacere, o addirittura disgustare, forse perché ognuno di noi ha un Alex  Supertramp (il soprannome con cui Chris decise  di ribattezzarsi) nascosto nella parte più recondita dell’anima, e “guardarsi” potenzialmente capaci di oltrepassare una certa linea di confine può essere scomodo…”Into the wild” è un veleno aspro che ti entra in circolo e va a spurgare ciò che vorremmo rimanesse silenziosamente al suo posto, e ti lascia per un paio di giorni con una sensazione diffusa di malessere.
E’ un film dalle mille domande e dalle poche risposte, se non quelle che puoi inventarti tu e di cui ti devi accontentare.
E’ snervante rimanere col dubbio di quanto ci sia di vero in quello che Sean Penn ha ricostruito. E alla fine ti chiedi: Chris/Alex ha “vinto”? Con la Natura Selvaggia ha perso: esemplare la sequenza dell’alce.
La Natura Selvaggia non vorrà mai diventare sua madre, lui sarà sempre un ospite malamente tollerato, e lo metterà nelle condizioni di uccidersi con le sue stesse mani da sprovveduto (se si vuol dare per buona l’ipotesi che sia morto per aver ingerito accidentalmente piante velenose).
E lì ti arrabbi, perché di occasioni ne ha avute: la coppia di “vagabondi gommati” aspiranti genitori, l’ex militare aspirante nonno, dovrebbero essere stati per lui la dimostrazione di essere capace di suscitare negli altri quello che forse non aveva trovato nei suoi genitori, e ti chiedi se per caso, preso dal suo progetto apparentemente folle, non se ne fosse neanche accorto, o se ne accorgeva eccome ma convinto “di non meritare l’amore” fuggiva a gambe levate “dentro spazi vuoti cercando di chiudere le brecce al passato”, perchè “non puoi basare la felicità solo sui rapporti che hai con le persone”.
E allora, non ci si può che accontentare di questo:

Un destino per ognuno di noi..
Quando arrivi ad essere cio’ che sei..
sei tutto..
Mai guardarsi alle spalle..
ogni sbaglio sarà un sassolino che ti indicherà una nuova strada ..
La vita.. in qualunque modo essa sia.. vale la pena di essere vissuta..

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BYE BYE CLARENCE, CLARENCE BYE BYE

 Cercate altrove la data di nascita. Cercateli altrove i necrologi.  Altrove la carriera, i matrimoni.  Cercate su altri giornali i premi vinti, le collaborazioni, le cause, l’età.  Andate a leggere altrove che

oggi è morto Clarence Big Man Clemons,  fondatore, icona e storico sassofonista della inimitabile E street band di Bruce Springsteen.  Qui c’è spazio solo per una breve lettera, di quelle che non più tardi di un paio di giorni fa il Boss in persona aveva suggerito di inviare all’amico con tanto di indirizzo mail, per fargli coraggio in ospedale.  Questa la scrivo senza spedirla. Solo ora sono certo gli arriverà.   Chi conosce e ama la musica di Bruce sa che non si tratta affatto della scomparsa di un musicista.  Sa chi è scappato di casa con Badlands. Chi ha fatto l’amore con Drive all night a lato di una  strada anonima diventata giardino di un eden segreto. Il boss mi ha insegnato il rispetto per l’odore di stanchezza che faceva mio padre quando usciva la sera tardi da una Factory qualunque, con gli altri operai. Le liti coi capelli lunghi a un tavolo di cucina a notte fonda  e quei  “non gli permetterò di farmi quello che gli ho visto fare a te”, finalmente trovavano una dignità, un senso.  E sa che l’imperativo è mai arrendersi, No surrender. Persino quando sembra donchisciottesco.  

Rigiro la copertina di Born to run. Lui e Clarence davanti a reggersi e a lanciare la sfida al music business basandosi su lealtà dei testi, muscoli della band e solida, onesta fratellanza tra musicisti. Compagni di inesauribili live. La messa del rock.  Impossibile perdersi un loro concerto, ogni volta, qui. Un’esperienza da “ricordati di santificare le feste”. Un’ispirazione per chiunque imbracci uno strumento stasera.

Chi conosce e ama la musica di Bruce sa che oggi ne facciamo tutti parte. Che è andato via uno di noi.  Sa che è come sentire una fitta inspiegabile e profonda all’altezza del telegiornale dell’una.

E allora.

“Caro Clarence. 

Guida tutta la notte.  

E tuonalo forte il tuo sax dagli abissi del tempo.  

Qui non smetterai mai.

Grazie di ogni passaggio che tu, ignaro,

mi hai dato.

La mia macchina è stretta, ma stanotte, un giro a finestrini giù,

non ce lo leva nessuno“.

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Una suite per la Rivoluzione

8 gennaio 1959 La Havana, Cuba
“Scusa Fidel, ma stanotte dove dormiamo?” domando’ Camilo Cienfiegos. “Mmmm…Chiama l’Hilton e vedi se hanno camere libere” rispose il comandante.
Il Che era gia’ in città da qualche giorno, incaricato di prendere possesso delle fortezze e delle caserme della città. Batista, il vecchio presidente filoamericano era scappato la notte di capodanno con valigie cariche di dollari, lasciando i mafiosi dell’Avana nel panico. Gli amici del regime fuggivano mentre la città viveva giorni di saccheggi e regolamenti di conti.
Pochi giorni prima, Fidel aveva annunciato la vittoria della rivoluzione da Santiago, mentre cresceva l’attesa per l’arrivo trionfale in capitale.
Nelle prime ore di questo memorabile giorno le truppe rivoluzionarie iniziarono a giungere in città accolte dalla popolazione in festa. Migliaia di soldati sfilarono attraverso una folla oceanica sotto il lancio di fiori e di baci. Una rivoluzione impossibile aveva vinto: davide contro golia, un ideale comune contro gli interessi di pochi.
Il mondo viveva un momento storico e la storia del mondo scriveva una grande pagina, unica, che avrebbe influenzato per decenni le relazioni internazionali.
Già, ma dove accampare migliaia di persone? Questo era il problema del giorno. Rispose per tutti quella praticita’ tutta cubana mista ad un po di audacia rivoluzionaria: “Ragazzi, stasera si dorme Tutti all’Hilton!”
L’albergo era stato inaugurato in grande stile pochi mesi prima ed era considerato il più grande si tutto il Sudamerica. Un investimento pazzesco, cinque anni di lavoro per 25 piani e centinaia di camere in pieno centro Avana. Era nuovo, era grande e dominava la città come un simbolo del potere corrotto. Quindi perfetto!
Fidel non voleva usare i vecchi edifici del potere Batistiano come il Capitolio e la casa presidenziale e
cosi’ scelse per se la suite del “Piso 20″ dall’hilton.
I soldati si sparpagliarono per l’hotel, occupando la grande hall con fucili e mitragliatrici, il governo provvisorio tenne qui i consigli rivoluzionari, le prime riunioni diplomatiche ed i primi provvedimenti.
Fu cosi che la più grande rivoluzione popolare della storia recente si concluse in un hotel 5 stelle.
Oggi l’albergo si chiama Havana Libre e conserva uno stiloso sapore anni 50 che qualcuno potrebbe definire “vintage”. Tutto e’ rimasto inchiodato a quell’epoca ed a quei giorni in cui la storia ha incrociato il turismo. Il grande atrio, il vecchio salone dell’ex casino’, un ristorante panoramico all’ultimo piano con una vista incredibile su tutta la citta’. Da questa stessa posizione Fidel e Guevara, osservavano la città conquistata ritratti in una celebre foto-copertina di LIFE.
Pagherei oro per vivere quel momento e vedere la faccia del receptionist di turno che ricevette la telefonata: “Pronto, Hotel Hilton? Avete posto per la rivoluzione?”

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E SI SCUCI’ UN SILENZIO. BUON COMPLEANNO CLINT. BUON COMPLEANNO AMNESTY.

Ci sono parole dal significato ormai eroso. Penso a democrazia, a libertà. Un mio amico dice che è così  perchè tutti hanno un prezzo. Persino la dignità, la coscienza. Si tratta solo di stabilire quanto.  Non mi stupisco se oggi molti cantanti pensano di più al suono di un piatto che al contenuto di quello che cantano, se alcuni giornalisti dimenticano l’indiscutibilità del termine “ fatto “ in quanto tale, lasciandoci tutti sulla bilancia sballata di un relativismo malsano. Se la ragione nei salotti tv si da a quello che urla per ultimo.  Se il parere di un calciatore deve valere più di quello di un astrofisico sul nucleare, perché il primo è popolare e tira più copie più di quello di uno scienziato pazzo.

Ma questo nasce dalla base, mai così schiacciata, se già su facebook i profili diventano pagine e i cosiddetti “amici”a loro insaputa si trasformano in ignari “fan”da un giorno all’altro, le persone normali vivono nella menzognera schizofrenia di fingersi personaggi pubblici.  La disonestà, il soverchiamento delle regole prima dell’ordine, del rispetto.  Oggi, in questo assordante vociferare penso a parole semplici. Lui guardò lei. E si scucì un silenzio.

Oggi voglio tributare il mio saluto civile, di cittadino ancora innamorato dell’arte, della passione per il cambiamento e il progresso umanitario a 2 icone del nostro tempo che in un’azzardata parabola magica faccio incontrare:  Il primo è Clint.  Clint Eastwood, geniale regista che oggi compie 81 anni e sta ancora dove vorrebbe stare: dietro la macchina da presa per il suo ennesimo film manifesto (con Leonardo Di Caprio), oggi che la sua autobiografia “Eastwood on Eastwood” ce lo svela ancora più umano, mentre si definisce un “fatalista” che voleva suonare il jazz dei neri, uno che invidia il figlio perché sa già quello che vuole a 20 anni, uno che ha impiegato molto tempo per capire cosa desiderava dalla sua di vita e quanto sudore doveva sfornare per ottenerlo.   L’altra non è una persona bensì un’organizzazione che della tutela indiscriminata dei diritti (delle persone) ha fatto la sua bandiera (e) politica: Amnesty International.  Amnesty che oggi compie 50 anni.  Entrambi simboli duri del nostro tempo rugoso.  Entrambi spesso ti costringono a voltare lo sguardo altrove basandosi sul racconto di un semplice quanto dimenticato assunto: la verità.  A nessuno sembra più interessare. Eppure parte tutto da lì.  Non dalla fiction dei tg. La verità.  Nuda, cruda, quella che ferisce e permette di riflettere, di scegliere e di crearsi un’opinione.  Di imparare una lezione dalla storia e non ripetere gli errori del passato. Di, finalmente, essere e amare niente più, niente meno di quello che si è: se stessi.   Nella vita normale puoi essere una star anche senza un nome d’arte, anche senza fan.  L’eroismo, la vera forza non ha bisogno di  essere esibita.

Lei guardò lui. E si scucì un silenzio.  (Guarda il video:)  EXTREME – PEACE

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Con Fidel nel sussidiario

Ho fatto un giro in una scuola elementare di un paesino vicino a Camaguey. Pulita ed ordinata, mi ha dato l’impressione di essere ben organizzata, priva di grandi strumenti ma dotata di aule spaziose ed una bella mensa, il tutto circondato da un piccolo giardino.
La scuola cubana e’ famosa in tutto il mondo per essere una delle piu’ avanzate. Gli investimenti sono sempre stati ingenti ed i programmi molto all’avanguardia. Insieme alla Sanita’ pubblica, l’istruzione e’ stata il vanto del governo cubano, simbolo dell’impostazione socialista dello stato stesso.
Ma i tagli di budget dovuti alla crescente crisi economica, ormai cronica, hanno costretto le scuole a delegare parte delle lezioni su video: in ogni classe campeggia un grosso televisore su cui compare un insegnante in “cassetta” al posto di uno in carne ed ossa. La trovata e’ stata giustificata come una forma di egualitarismo tra scuole di campagna e scuole di citta’, una scusa che evidenzia quanto il sistema stia soffrendo una crisi profonda.
Sfoglio un paio di quaderni, uno di grammatica: la meta’ degli esercizi usano frasi riguardanti la rivoluzione. Al posto di “Carla che mangia le mele” e “Marco che gioca con il gatto” qui abbiamo “Fidel che guida la rivoluzione di Cuba” e “Cienfuegos che lotta per la patria”. Un orgoglioso maestro mi srotola sulla lavagna la cartina della Rivoluzione Cubana: lo sbarco del Gramma e le tre colonne di guerriglieri, tratteggiate in colori diversi, dalla Sierra maestra fino all’Avana.
Fa un po’ impressione. C’e molta propaganda in questa impostazione formativa, un “indottrinamento” esagerato per un bambino delle elementari. Ma a pensarci bene questa e’ la loro “storia”, la fondazione dell’attuale forma di stato nazionale, nel bene e nel male. Qualcuno potrebbe mai stupirsi per una lezione sullo “sbarco dei mille” in una scuola italiana?
Una foto del Che mi ricorda che in fondo tutto era partito in maniera diversa, che nessuno voleva chiudere gli ideali di liberta’ in questo regime di socialismo caraibico, che nessuno in quei primi mesi del 1959 avrebbe mai pensato che la grande rivoluzione del popolo e per il popolo venisse raccontata ai bambini del 2011 in un VHS da 50 minuti.
Una bella storia in fondo, dall’evoluzione inaspettata e dal finale incerto, i cui registi sono rimasti senza più scenografie e con milioni di comparse che hanno oramai dimenticato il titolo del loro film: Hasta la victoria…

Fonte: http://notturnocubano.wordpress.com/

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NATO in I.T.A.L.I.A. (NESSUNO ESCLUSO)

Il mio bel Paese, con una – spesso dimenticata – storia culturale senza eguali alle spalle, ha dato i natali tra gli altri a individui come Michelangelo, Dante, Leonardo Da Vinci, Eugenio Montale, offrendosi a patrimonio mondiale dell’umana eccellenza.  Tuttavia, se per un momento mi fermo dalla fretta e ne faccio un personale acronimo di questo preciso momento storico, sono altre le parole che per prime affiorano.  

INDIGNAZIONE.

Mentre a due passi da noi c’è una guerra al cui inizio abbiamo contribuito attivamente, guerra che non puoi far finta di ignorare quando gli aerei ti passano sulla testa, guerra che genera delicate complicazioni di ogni genere, dall’economico, all’assistenziale, all’etico, la nostra classe politica ritiene che il principale problema degli italiani sia il processo breve e la prescrizione per gli incensurati (per UN “incensurato”).  Il processo breve, cazzo! E perdonate l’accorato francesismo.

TOTALITARISMO. 

Di dittatori nordafricani che sparano sulla propria gente.  Dittatori che c’erano già vent’anni fa e a cui prontamente abbiamo baciato le mani in segno di stima….

AMNESIA.

All’indomani dei festeggiamenti per il 150esimo anniversario dell’Unità d’Italia (mai così divisa), rispolveriamo dai sussidiari un Mazzini qui, un Garibaldi là, come fossero figurine di calciatori, senza preoccuparci di recuperare realmente quella memoria storica che ci appartiene e ci qualifica come cittadini di un Paese che ha una storia troppo importante per essere dimenticata. Memoria storica senza la quale il futuro si presenta come un albero senza radici, destinato a spegnersi.

LEGGE. 

Il mio sogno, come cittadino, prima che cantautore, è di vederla rispettata. Da tutti. Nessuno escluso.

IPOCRISIA.

“La guerra ci viene presentata come umanitaria, necessaria, indispensabile, ma che la guerra sia umanitaria è la più grande bestemmia mai sentita. Chi bombarda, fa strage anche di quei civili che afferma di proteggere. Sulla vicenda libica non c’era una seconda via all’intervento militare, c’erano ventimila autostrade percorribili che nessuno ha voluto imboccare”

ha detto Gino Strada 32 secondi dopo la prima bomba sganciata.  Viene da chiedersi cos’è che spinga i potenti a preoccuparsi così tanto della Libia e a non fare lo stesso per lo Yemen, il Congo e le altre 34 attuali guerre nel mondo….

ASSOLUZIONE.

Quella che il cielo non può darci.

Nel 1984 una canzone americana anitimilitarista venne erroneamente utilizzata per la campagna elettorale del presidente repubblicano Reagan. Il suo autore, Bruce Springsteen, chiarì che non era affatto fiero di essere nato negli Stati Uniti e che il suo brano non voleva per nulla essere un inno, bensì un’accusa.  “Nato in una città di morti/ il primo calcio l’ho preso appena ho messo piede al suolo/ Finito come un cane che ne ha prese troppe/ Passi la tua vita a coprirti le ferite”.

Nello sguardo di molti ragazzi africani della mia età, sbarcati qui, nel mio Paese, c’erano le stesse parole.Emanuele Dabbono – Born in the U.S.A.

 

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SAN VALENTINO: LE CITTA’ PIU’ ROMANTICHE

Dove passare un week end romantico? Ecco la top ten delle città più romantiche al mondo secondo Skyscanner, il sito gratuito di ricerca voli economici. Ce n’è per tutti i gusti, dalle destinazioni più classiche a quelle meno consuete e allora vediamole insieme! Al primo posto Londra, a seguire Parigi, Milano e Roma. In costante crescita anche le prenotazioni per Catania, per un San Valentino ‘vulcanico’ alle pendici dell’Etna. Non mancano comunque altre destinazioni classiche come New York, Madrid, Barcellona Amsterdam e Berlino. Gli inglesi, invece, continuano a preferire la laguna di Venezia, il panorama di Parigi visto dalla Torre Eiffel, una passeggiata al sole di Piazza di Spagna a Roma, il cielo stellato di Scozia e le luci di New York viste dall’Empire State Building.

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UNA SERA NEL PALMO DI “HEREAFTER”

Le luci si abbassano. La sala è piena. Ultimi 3 biglietti in tre file separate. Mi siedo al buio fra due sconosciuti e cerco nell’oscurità le 2 persone che sono venute con me. Non sono mai stato al cinema da solo. Stavolta sarà come averlo fatto, almeno fino ai titoli di coda. Avremo 3 modi solitari di vedere il film. Tre come le storie che si intrecciano  sulla pellicola.  Per parlare dell’al di là il nuovo film di Clint Eastwood, ultraottantenne dallo stupore vergine, si concentra sui rapporti che definiscono l’al di qua.

Come tutto è vita a partire dalle priorità invertite nella scalata al successo personale, rimandato per la giornalista sopravvissuta allo tsunami. Nuove possibilità in cui cimentarsi per alleggerire il presente, per il sensitivo che alla fama preferisce il lavoro in fabbrica, lontano dalle voci spettrali protagoniste delle sue sedute. Dubbi sulla precarietà di un futuro lontano dal nucleo familiare, per il figlio di una madre tossica, che perde il fratello gemello e a 9 anni riceve la patente d’adulto smascherando illusori ciarlatani e maghi da strapazzo. La stessa vita nello sguardo di una sconosciuta che vuole cancellare il passato di abuso subito dal padre, ritrovandolo nel panico improvviso di un pianto nel sottoscala.

Clint non va mai per il sottile. Chiama le cose con il loro nome. Reali persino quando parla di paranormale.  Chi si aspettava un “Sesto senso” rimarrà deluso. Nessun bambino inquietante qui, vede impiccati parlanti nei corridoi della scuola. Questa è una storia d’amore. Di quell’amore che si rigenera continuamente come un misterioso fiore orientale capace di trovare l’acqua necessaria dal proprio dolore, dalle proprie lacrime.  E il protagonista assoluto sono un paio di mani.  Mani che prima vedono il mondo dei morti e non ti permettono di costruirti un rapporto normale con chicchessia.  Ma che un bel giorno riconoscono in altre due, i guanti perfetti.  Per leggere finalmente il mondo presente e immaginarsi un futuro reale e possibile. Tra i vivi.

Le luci si alzano.  La sala si svuota.  Io sono pieno.

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LA FARFALLA DI FERRO

LA FARFALLA DI FERRO

Che Aung San Suu Kyi è stata liberata dopo 15 anni di assurda e immotivata prigionia, è notizia di pochi giorni fa.   Il premio Nobel 1991 per la Pace (scritto maiuscolo) che si è battuta per il rispetto dei diritti umani in Birmania dietro a un viso e un corpo gracili ha saputo tenere salda la presa nella lotta contro un regime tra i più crudeli al mondo.  E ha vinto.  Ma la vittoria di un ideale che riguarda molti ha spesso un prezzo che pagano in pochi.  E non tutti sanno che la “farfalla di ferro”, come affettuosamente la chiamano i suoi sostenitori, ha rinunciato non solo alla propria libertà personale ma anche all’amore, alla propria famiglia in nome della libertà di espressione, dell’uguaglianza, del raggiungimento di una democrazia senza tirannie e sofferenze per i più deboli.   Il padre fu ucciso dai rivali politici nel 1947, quando lei aveva solo 2 anni.  Nel 1997, quando lei si trovava ancora in carcere, al marito fu diagnosticato un tumore.  Le fu detto che sarebbe potuta uscire per andare a visitarlo, ma che facendo ciò le sarebbe di fatto stato impedito di ritornare in Birmania per il resto dei suoi giorni.  Lasciare la lotta.  Abbandonare la sua gente al proprio destino.

Decise di restare in carcere quel giorno, come, 2 anni più tardi, decise di non partecipare al funerale del marito.   Fece scandalo.  Diventò un simbolo.   Gli altri prima di sé.  

A San Siro, nel 2008, lo staff organizzativo degli U2, distribuì al pubblico 60 mila fogli di carta bianca con sopra il volto di Aung San Suu Kyi, da poggiare sul proprio viso, durante la loro “Walk On”, pezzo a lei dedicato da Bono e compagni.     

“C’è il tempo del silenzio e quello della parola.  Questo è il tempo della parola.  Non bisogna mai perdere la speranza”.  

Il cielo rigato da una farfalla di ferro.

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LA PAZZA DELLA PORTA ACCANTO: CIAO ROCKER ALDA

A due anni dalla sua scomparsa, sembra risuonare ancora più forte nei vuoti corridoi bungabungati italiani, un urlo di Munch di tenera follia.   Alda Merini, poetessa più volte rinchiusa in un ospedale psichiatrico, l’immancabile sigaretta, scriveva sul pianoforte e teneva una rubrica telefonica sul muro.   .  La sua Milano la celebra degnamente, omaggiandola prima con una mostra fotografica, poi, lo scorso 31 ottobre, con una serata multimediale ricca di materiale audio e video inedito e infine, oggi alle 1730, intitolandole la sala cinematografica dello Spazio Oberdan.

In chiusura, dalle 21:00 si terrà il concerto “Una Piccola Ape Furibonda” con il cantautore Giovanni Nuti che testimonierà il lungo sodalizio artistico tra il musicista e “l’anima della luce”, con testi anche inediti messi in musica dal cantautore toscano, in passato pubblicati da Milva.

Forse non tutti sanno che la sindrome bipolare maniaco-depressiva di cui soffriva Alda era la stessa da cui erano affetti Hemingway, Van Gogh, Baudelaire, Virginia Woolf, Byron, solo per elencarne alcuni.  Ma a me piace citarne un altro a cui affiancarla, affetto dalla stessa malattia: Kurt Cobain.   Entrambi usarono la propria sofferenza come materiale per descrivere il loro male di vivere interiore (quello che “spesso aveva incontrato” anche Montale) ed elevarlo a cime celesti.  Entrambi dimostrarono come il look, il trucco, l’estetica, nulla avessero a che fare con la ribellione artistica.  Vedi i maglioni di flanella bucati, indossati nel tempio dei lustrini MTV dal leader dei Nirvana o le quasi imbarazzanti mise della poetessa che si fece ritrarre seminuda in età senile. Come scrisse lei “Un poeta rimanga sempre solo”.   Alda finalmente non lo è più.  Rock and roll! 

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