23 February 2012

SONDAGGI: PDL, DA PARTITO DI MASSA A PARTITO DIMESSO. SECONDO ALCUNI SONDAGGISTI, RISCHIEREBBE IL FALLIMENTO.

I sondaggi dicono molto, ma i sondaggisti si tengono cauti. Il Pdl rischia il fallimento, a dirlo sono i dati percentuali. Il Popolo delle Libertà, secondo i sondaggi, è in caduta libera: tra il 22 e il 23%, una debàcle per chi partiva dal 35%.
Il Corriere della sera ci racconta la situazione:

 Anche i sondaggisti si tengono cauti, a cominciare da Alessandra Ghisleri, esperta di cui Silvio Berlusconi si fidamolto: «Tra elezioni nazionali e amministrative ci sono molte discrepanze. Qui conta moltissimo il candidato. Prendiamo Genova: ha vinto Marco Doria, spinto da Sel. Ma è evidente che il Pd ha un consenso ben maggiore di quello che è sembrato nel voto». Poi c’è la questione del governo tecnico: «Ora l’attenzione è rivolta alla crisi, ai temi della precarietà, all’economia in difficoltà. È normale che i partiti cerchino di apparire poco, che stiano in disparte». Meno visibilità, meno voti. Che rischiano di fuoriuscire, almeno in parte, in direzione delle liste civiche. Grandi manovre sono in corso, da parte di esponenti amministrativi che cercano di smarcarsi dai loro tradizionali partiti di riferimento e di accoppiarsi trasversalmente. Ma gli stessi partiti, vista la situazione, ne approfittano: «Alcune liste civiche nascono in concorrenza diretta, con episodi al limite, come quando ci sono omonimie che servono a confondere l’elettore. Ma altre sono usate dai partiti, a supporto». Detto questo, è difficile fare previsioni: «Ancora non ci sono i candidati — spiega la Ghisleri—e non sappiamo quali alleanze si faranno e dove».

Nicole Piepoli, dell’omonimo istituto, invece la pensa diversamente:

«Le nostre valutazioni nazionali sono di una lieve flessione del Pdl, ma non più di tanto. Rispetto a 100 giorni fa, valeva 24 punti e ora è sullo stesso livello. Non è né emerso alla luce della gloria, né travolto dal disastro ». Piepoli non condivide la retorica dei partiti in crisi: «Mi sembrano solidissimi. E saranno tanto più forti quanto appoggeranno Monti». Premier al quale Piepoli guarda con meraviglia: «Ha una fiducia dei cittadini superiore al 60 per cento. Per raggiungere una soglia simile bisogna tornare al ’94, primo governo Berlusconi. Il governo Monti è un calabrone. Gli scienziati sostengono che il calabrone non può volare. E invece lui vola e se ne frega della scienza. Così Monti: è un governo paradossale, dice l’esatto opposto di quello che diceva Berlusconi e che teoricamente si dovrebbe dire agli elettori. E nonostante questo continua a crescere ».

Il presidente di Swg Roberto Weber ha la sensazione «che il Pdl sia in una fase di decremento progressivo di cui per la prima volta non si coglie il punto d’arrivo». Ma Weber sui partiti la pensa all’opposto di Piepoli: «Sono in una crisi profonda. Lo erano già da prima, ma Monti ha fatto da grande acceleratore. C’è un progressivo frammentarsi della politica, che si vede anche dal peso enorme che stanno assumendo i candidati. Già in passato c’era una distanza, ma ora la discrasia sta diventando enorme: in diverse situazioni sindaci uscenti, magari riconfermati, hanno lasciato il loro partito per formare una lista civica e ricostruire un’altra realtà ». Il territorio, è convinto Weber, darà risposte differenziate: «È più probabile che al Sud, dove la contrattazione sui consensi passa anche attraverso canali non politici, i partiti mantengano una loro forza. Ma al Nord ci potrebbero essere molte sorprese. Con la certezza di una Lega che regge bene e che capitalizza gli elementi disaggregativi del Pdl».

 

 

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CHIAMATI IN AIUTO I LETTORI DEL MANIFESTO PER SALVARE IL GIORNALE DAL FALLIMENTO

Lo storico quotidiano Il Manifesto, pietra miliare di tutte le Case del Popolo insieme all’Unità, rischia il fallimento. Il ministero per lo Sviluppo economico ha avviato la procedura di liquidazione coatta amministrativa della cooperativa e proprio per questo è stata lanciata una campagna a sostegno del giornale, che noi condividiamo, perché la pluralità d’informazione continui ad esistere.  Insomma i tagli all’editoria continuano a mietere vittime e a minare ancora una volta la libertà d’informazione.

Secondo il direttore del quotidiano, che domani sarà lo stesso in edicola, “se il ‘Manifesto’ morirà questo mercato così fatto come lo stiamo conoscendo avrà vinto e la sua legge sarà legge per tutti. Se sopravviverà, se questa anomalia politica sopravviverà, forse avremo una speranza di cambiare il Paese, la nostra vita e la politica”. La Rangeri conclude il suo appello chiedendo ai lettori di “comprare il giornale tutti i giorni. So che la crisi stringe ma la nostra sopravvivenza è legata alla vostra fedeltà. Noi abbiamo fatto sacrifici grandissimi ma adesso non ce la facciamo più da soli, abbiamo bisogno di un continuo quotidiano aiuto”.

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I NOSTRI SOLDI A PARTITI CHE NON ESISTONO PIU’.

Da destra a sinistra si continua ad intascare soldi pubblici senza che i partiti in questione siano ancora esistenti. La Margherita – dio l’abbia in gloria – ha continuato a prendere soldi fino al 2011, grazie al “giochino” marcio dei rimborsi elettorali al quale hanno partecipato anche Forza Italia, Alleanza Nazionale e DS. Ma, udite udite, anche partiti che fino a ieri gridava a squarciagola un ritorno all’onestà politica e intellettuale quali la Sinistra Arcobaleno, nata e morta in un batter di ciglia, sta godendo dei rimborsucci, soldi nostri, sempre nostri.  Ma che fine fanno questi soldi nostri? A volte i soldi vengono ripartiti, o spartiti, tra i partiti nati dalla morte dei vecchi.  Altre volte rimangono là, fermi ad accomularsi, soldi su soldi, sempre nostri, senza sapere che destinazione avranno se non quella di rimanere inutilizzati. A leggere le cifre c’è davvero di che incazzarsi, ancora. Volete un po’ di numeri?  Nell’ultimo bilancio presente alla Camera, quello del 2010, il patrimonio netto di An supera gli 83 milioni di euro, mentre l’avanzo è di 6.683.294 euro, purtroppo tutti soldi fermi lì, contesi per colpa della causa di divorzio tra Fini e il trio La Russa, Gasparri, Matteoli. Per quanto riguarda Forza Italia nel 2010 il bilancio chiude in passivo, pur avendo intascato tra il 2055 i il 2011 circa – arrotondo per difetto – 97 milioni di euro. Nella relazione che accompagna il rendiconto, è Sandro Bondi a spiegare che Forza Italia è intervenuta “a sostegno dell’attività del Pdl da un punto di vista organizzativo e operativo tramite la messa a disposizione di diverse strutture periferiche e di proprie strutture centrali”. E noi rispondiamo: certo, certo.  Vogliamo parlare dei furboni del deserto della sinistra? I DS non esistono più dal 14 ottobre 2007, giorno di nascita del Partito democratico. Non partecipano più ad alcuna elezione, quindi, ma come per An e Forza Italia, continuano a ricevere i rimborsi delle politiche 2006 (solo per il Senato, alla Camera correvano nell’Ulivo), e delle regionali del 2005. Prendono quindi 11milioni e 729.880 euro nel 2008. Poco meno, 11milioni 104.087 euro, nel 2009. 9 milioni 446.375 euro nel 2010, quando non ci sono più i rimborsi delle regionali del 2005, ma c’è l’ultima rata del Senato e ci sono ancora le consultazioni di Molise e Sicilia. Infine, nel 2011, l’ultimo rimborso per il Molise: 32.605 euro. Tutti soldi che non sono confluiti nel Pd, che rivendica di vivere sui suoi rimborsi. I Ds, nel bilancio 2010, conteggiano un avanzo di 5 milioni e 588mila euro. In quell’anno, già defunti, hanno ricevuto 9milioni e 515mila euro di contributi da persone fisiche, e altri 9 milioni e mezzo sotto la voce: altri. Anche la Margherita sfrutta il giochino. A bilancio 2010 si leggono proventi per 14.882.090 euro, ma anche oneri di gestione di 14.474.277 euro. L’avanzo finale, sopra il quale è leggibile la firma dell’ormai ex tesoriere Lusi, è di 976.676 euro. C’è anche una relazione, in cui Lusi spiega che nell’esercizio 2010 la Margherita “ha perseguito nell’attività di supporto del Pd per il rinnovo dei consigli regionali e le altre elezioni amministrative che si sono svolte”. E che ha ricevuto da Partito democratico per l’affitto della sede di Sant’Andrea delle Fratte 3 milioni di euro. Uniti nell’Ulivo non è mai stato un partito, era la coalizione che teneva insieme Ds e Margherita alle elezioni del 2006. Non è più esistita, dopo la caduta del governo Prodi. Nel 2008 è infatti nato il partito democratico, e il simbolo che più di tutti ricordava il professore è finito in cantina. Eppure, anche l’Ulivo ha ricevuto soldi pubblici dal 2008 in poi. Oltre 23 milioni di euro nel 2008, per le politiche del 2006 e per le europee del 2004 e le regionali del 2005. 14 milioni e 24.591 euro nel 2009. Oltre 15 milioni nel 2010. Soldi che sono andati – anche quelli – ai reduci di Ds e Margherita. E vai di tango.  E la Sinistra Arcobaleno, l’unione di quelli che predicano bene e razzolano male, durata davvero uno sputo? Anche questa coalizione ne ha presi di soldi nostri: 1 milione 914.428 euro nel 2008, 1 milione 668.569 euro nel 2009, 1 milione 794.742 euro nel 2010 e ancora 1.730.152 euro nel 2011. E infatti, l’associazione, con sede a Roma in via Napoleone Terzo 28, chiude il bilancio 2010 con un avanzo di 696.594 euro. E questo,cari politici,  non è un po’ come rubare?

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CANCELLIERI: “POSTO FISSO VICINO A MAMMA”. FORNERO: “ILLUSIONE POSTO FISSO PER TUTTI”. E I GIOVANI ITALIANI SI INCAZZANO

Certo che per essere un governo tecnico che più che parlare doveva fare, di cose ne sta dicendo.  E così dopo la dichiarazione del vice ministro Martone che diceva che “laurearsi dopo i 28 anni era da sfigati”, quella di Monti che “il posto fisso è noioso” arriva a dar manforte al concetto anche la Cancellieri adducendo che i giovani italiani oltre ad essere sfigati e noiosi sono pure mammoni. D’altra parte si cerca la soluzione facendo appello sulla necessità di agire  in fretta sulla riforma senza però dare false illusioni e nessuno e a tal proposito si fa viva anche la Fornero, che durante l’inaugurazione dell’anno accademico dell’Università di Torino ha dichiarato : “ ”Bisogna spalmare le tutele su tutti, non promettere il posto fisso che non si può dare. Questo vuol dire fare promesse facili, dare illusioni”. Si fa sentire la Camussso : “Questo è un governo che spesso pensa di non dover rendere conto a nessuno e quindi immagina di poter procedere anche da solo”.  Una cosa è certa, i giovani italiani sono sempre più incazzati, anche perché un dato inequivocabile smentisce oggi le parole del ministro cancellieri: oltre settantamila giovani laureati ogni anno si muovono dal Sud Italia verso il Nord per cercare lavoro. E forse, caro ministro, questo proprio un bene non è. Non perché questi ragazzi si allontanano dalla mamma, ma perché se ne vanno dal territorio dove sono nati e cresciuti e che come non mai avrebbe bisogno di loro per diminuire quel divario che ci fa parlare ancora nel 2012 di questione meridionale da risolvere.

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“NON VOGLIO IL DOPPIO STIPENDIO”. IL NEODEPUTATO DEL PDL CHIEDE LA RINUNCIA, LA CAMERA NON ACCONSENTE. UN SANO C’ERA.

Un eroe c’era. Anche se la parola eroe è più giusta per altre tipo di rinunce o di atti. Chiamiamolo “normale”. Marco Airaghi, neodeputato del Pdl, e direttore generale dell’Agenzia Industrie Difesa, aveva chiesto di non ricevere l’indennità parlamentare, visto che, già veniva retribuito per la sua professione.
Niente da fare, la Camera ha stabilito che è impossibile rinunciare alla retribuzione prevista per legge.  “La prima cosa che ho chiesto alla Camera e’ stata la possibilita’ di non ricevere l’indennita’ parlamentare”, spiega all’Adnkronos Airaghi, che due giorni fa ha preso il posto di Antonio Verro attualmente membro del Cda Rai. “Mi sembra una richiesta logica perche’ io sto gia’ lavorando per lo Stato italiano alla Difesa”, continua. Alla Camera non si ricordano casi simili, cosi’ gli uffici hanno fatto delle verifiche, ma il verdetto e’ stato senza appello: “Non e’ possibile rinunciare all’indennita’ – riferisce il neodeputato – perche’ e’ prevista da una legge statale”.

Nonostante i tempi di crisi, anche l’unico deputato in Italia che voleva far risparmiare qualche soldino allo Stato, dovrà accettare due stipendi. Airaghi ha inoltre sollecitato verifiche sulla sua posizione: “Ho chiesto al presidente Fini – conclude – di attivare gli uffici della Camera per valutare eventuali profili di incompatibilita’ tra la carica di deputato e il mio incarico alla Difesa in modo tale che, se sara’ acclarata un’incompatibilita’, io possa fare una scelta”.

Un eroe? No, anche il deputato non vuole essere definito così. Ma sicuramente passerà alla storia. Ma perchè la Camera non ha accettato? Sicuramente per il rispetto della legge, ma ci può essere anche dell’altro. Innanzitutto se avessero accettato questa rinuncia, avrebbero creato un caso, e tutti gli altri, coloro che invece questa rinuncia non sono pronti a farlo, sarebbero stati perseguitati. Ma Mario Monti può rinunciare allo stipendio da Premier e un deputato no? La legge italiana può essere anche questo.

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POLITICA VS MAGISTRATI: 1-0

Passa l’emendamento del leghista Gianluca Pini che prevede la responsabilità civile dei magistrati con uno scrutinio segreto . I voti a favore sono stati 261, 211 i contrari benché il Governo si fosse contrario. L’esecutivo infatti non aveva approvato parere l’emendamento che prevede, in particolare, che “chi ha subito un danno ingiusto per effetto di un comportamento, di un atto o di un provvedimento” di un magistrato “in violazione manifesta del diritto o con dolo o colpa grave nell’esercizio delle sue funzioni o per diniego di giustizia”, possa rivalersi facendo causa allo Stato e al magistrato per ottenere un risarcimento dei danni. Sicuramente Berlusconi se la starà ridendo sotto i baffi, cosa che di certo non fa Di Pietro che preannuncia già una nuova “rivolta dei forconi” da parte della popolazione.   Il ministro della Giustizia Paola Severino commenta a caldo l’esito del voto: “Il Parlamento ha votato ed è sovrano, ma confidiamo che in seconda lettura si possa discutere qualche miglioramento perchè interventi spot su questa materia possono rendere poco armonioso il quadro complessivo”. “Ci sarà una seconda fase”, aggiunge. L’auspicio è che “ci siano gli spazi per un’ulteriore riflessione sul tema, per riaprire il dialogo e verificare se vi siano soluzioni diverse”. Insomma però per ora questo è il risultato: Polica 1 Toghe 0.

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POLITICA: TAGLI DI 1300 EURO A DEPUTATO, MA C’E’ IL TRUCCO.

L’Ufficio di Presidenza della Camera ha approvato una serie di provvedimenti in tema di trattamento previdenziale ed economico dei deputati, allo scopo di diminuire e contenere le spese della politica. Ma cosa cambierà?
Dal primo gennaio non esiste più il vitalizio che viene effettivamente sostituito da un “normale” sistema contributivo con un’età pensionabile minima ed inderogabile di 60 anni per i deputati di più legislature e 65 per gli eletti in un solo mandato. In generale, fa sapere la nota diffusa da Montecitorio, la diminuzione dei compensi dovrebbe aggirarsi fra un minimo di 1250 euro al mese ad un massimo di 1500 euro ( lordi ) per deputato mentre il risparmio derivante dall’introduzione “del requisito anagrafico per l’accesso al trattamento è stimabile in 350.000 euro per il 2012; 1.200.000 per il 2013 e 2.000.000 per il 2014”.
I tagli riguardano le indennità, che verranno decurtate del 10 o del 20% in relazione al reddito di ciascun deputato ( fra i 250 e i 500 euro netti al mese ) , così come la diminuzione del rimborso per spese dell’esercizio del mandato e la diaria pari, per entrambe le voci, a 500 euro. A questi provvedimenti generali si aggiunge un -10% , a partire dal primo febbraio, delle indennità d’ufficio spettanti ai deputati titolari di incarichi istituzionali, quindi Presidente della Camera, Vicepresidenti, Segretari di Presidenza e così via.  In base ad un nuovo criterio di trasparenza viene anche messo un freno ai rimborsi forfettari. Il 50% delle spese, in particolare quelle relative ai collaboratori, alle consulenze, ricerche e gestione dell’ufficio, dovranno essere documentate.

Una cosa straordinaria? No, una normalizzazione.
Ma c’è dell’altro. A delimitare ancora i costi dell’apparato statale è arrivato anche lo schema di provvedimento concernente il limite massimo retributivo dei dipendenti pubblici, previsto nel decreto “Salva Italia”.  Lo schema stabilisce come parametro di riferimento per tutti i manager della PA il compenso del primo Presidente della Corte di Cassazione: “in nessun caso l’ammontare complessivo delle somme loro erogate da pubbliche amministrazioni potrà superare questo limite”. I dipendenti fuori ruolo o in aspettativa retribuita potranno percepire un compenso pari a non più del 25% del loro trattamento economico fondamentale, che equivale a dire lo stipendio del ‘primo incarico’ più una percentuale calcolata sul medesimo salario per l’eventuale altra assegnazione.
I risparmi derivanti da questo provvedimento dovranno confluire necessariamente nel Fondo per l’ammortamento dei Titoli di Stato. “Le risorse così risparmiate non potranno andare a copertura di altre spese”.

Il fatto quotidiano però grida alla truffa: “Sì al taglio dello stipendio dei deputati, ma la busta paga a fine mese sarà la stessa, non un euro di meno.”.

Come è andata a finire? Alla fine di un lungo percorso costellato da promesse, altolà e dispute sugli importi (con tanto di commissione ad hoc) finalmente la Camera ha deciso: ieri ha detto sì al taglio dello stipendio degli onorevoli proposto dall’Ufficio di presidenza per 1.300 euro lordi, 700 euro netti. Strette di mano, comunicati che di grande soddisfazione. “Ecco, noi siamo in linea con gli italiani”, è il motto. Ma sarà poi vero? No. Perché la decurtazione delle indennità fa uscire quei soldi dalla porta della Camera ma la riforma della previdenza li fa rientrare dalla finestra, paro paro. Non un euro di meno.

Ma dove sarebbe il segreto?

Il segreto è tutto nelle nuove norme previdenziali che si estendo ovviamente anche ai parlamentari, che sono scattate il primo gennaio scorso. Passando dal sistema retributivo a quello contributivo, i deputati si sarebbero visti lievitare la busta paga di circa 700 euro netti al mese, perché non è più loro chiesto di versare tutti e due i contributi che versavano prima: uno per il vitalizio (1.006 euro al mese) e uno previdenziale (784,14 euro al mese), oltre alla quota assistenziale (526,66 euro al mese). La riforma delle pensioni avrebbe toccato solo marginalmente i deputati in carica (un anno su 5 di legislatura), che avrebbero recuperato ben più di quello svantaggio con i 700 euro netti in più in busta paga. Il passaggio dal sistema retributivo al contributivo, per farla breve, si sarebbe tradotto in 1300 euro al mese in più in busta paga, a causa dei differenti criteri di tassazione. Il maxi aumento, difficile da giustificare in questa congiuntura, è stato scongiurato introducendo una sforbiciata di pari importo. Più che di un taglio, si tratta dunque della sterilizzazione di un aumento. E poi la vera beffa finale: i tagli agli stipendi non torneranno agli italiani. Quelle somme andranno in un fondo a parte. Per cosa? Per gli stessi deputati. Lo anticipa il questore del Pdl, Antonio Mazzocchi, che in serata ha spiegato “questi 1.300 euro che verranno tagliati saranno accantonati in un fondo a tutela di eventuali ricorsi da parte dei deputati”. Insomma, quei soldi non usciranno mai da Montecitorio.

Sarà così? Molti giornalisti la pensano così. Aspettiamo le parole del primo ministro Mario Monti.

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NOVITA’ LAVORO: ADDIO AL PRECARIATO, PER I NUOVI ASSUNTI NO ARTICOLO 18. PASSERA: “VI SORPRENDEREMO”.

“Vi sorprenderemo”, a dirlo è Corrado Passera, ministro dello Sviluppo economico, che assicura “Affronteremo tutti i problemi, anche quello della flessibilità in uscita”. Ad agosto la BCE aveva indicato tra in compiti da fare a casa per l’Italia, anche quello di superare il dualismo nell’attuale mercato del lavoro e l’anomalia del reintegro nel posto di lavoro in caso di licenziamento senza giusta causa.

Questo punto arrivato tramite lettera da Francoforte, non può certo essere dimenticato. L’ha sottolineato più volte Elsa Fornero, ma anche Mario Monti e infine l’ha ripetuto Passera a Davos, davanti ai potenti dell’economia globale. E’ stato Vittorio Colao, amministratore delegato della Vodafone, a sollevare la questione a Davos. Il manager italiano trapiantato a Londra ha ricordato che un gruppo come il suo può decidere dove aprire un call center. Può installarlo in Italia, oppure in Egitto, per esempio. Dipende dalle condizioni, dagli eventuali vantaggi fiscali, dalle potenzialità della manodopera, e dalla possibilità di programmare con certezza i costi che riguardano anche la flessibilità in uscita. Ed è qui che Passera ha risposto che il tema non sarà eluso, perché il recupero degli investimenti esteri in Italia (crollati dall’inizio della crisi del 2008), indispensabili per sostenere la crescita del Pil, si gioca pure su questo terreno, quello delle flessibilità del lavoro.

E qual’è la via d’uscita? Quella che trapela dalla stanze del governo, è una via all’insegna dell’equilibrismo, tra ostacoli sindacali, pressione delle imprese, preoccupazione opposte dei partiti che sostengono l’esecutivo, vincoli europei. L’articolo 18 non verrà toccato per i lavoratori che oggi sono tutelati, questo è chiaro. Si profila, invece, uno scambio per i giovani precari, categoria centrale dell’Italia di oggi.

Repubblica spiega quello che potrebbe essere in sintesi il tracciato della nuova riforma:

Per chi viene assunto con un contratto a tempo indeterminato, provenendo dal bacino della precarietà (a cominciare dai contratti a termine) non sarebbe previsto il reintegro nel posto di lavoro in caso di licenziamento senza giusta causa (è quanto stabilisce l’articolo 18 che viene considerato un’anomalia tra i paesi europei) bensì un risarcimento economico (esattamente ciò che suggeriva la Bce nella lettera estiva). L’ammontare del risarcimento crescerebbe con l’anzianità di lavoro. Resterebbe in ogni caso il divieto di licenziamenti discriminatori legati al sesso, alla religione, alla razza e così via.

Con un articolo 18 dimezzato, le aziende non avrebbero più l’alibi secondo il quale non si può assumere perché poi sarebbe impossibile sciogliere il vincolo con il lavoratore. I sindacati potrebbero accettare un meccanismo che già oggi si adotta per i lavoratori delle piccole imprese nelle quali, appunto, l’articolo 18 non si applica, e questa potrebbe essere una prima pietra per avviare l’uscita dalla precarietà dei giovani. A nessun lavoratore attualmente occupato verrebbe tolto un diritto. E il governo risponderebbe alle richieste della Bce. Sorprendentemente, per usare l’espressione di Passera.

Sarà così? Gli altri resteranno a guardare? I sindacati cesseranno di intervenire? Chi vivrà vedrà.

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RIVOLUZIONE FORMAZIONE E TITOLI DI STUDIO: ANNULLATI I FONDI ALLE UNIVERSITA’ TELEMATICHE, NEI CONCORSI LA LAUREA NON AVRA’ PIU’ VALORE. L’AMICO DEL CITTADINO ITALIANO SARA’ INTERNET, CERTIFICATI IN TEMPO REALE ONLINE.

Ben nove articoli del nuovo decreto legge sulle semplificazioni riguarderanno e accresceranno qualificazione e competitività di scuola, università e ricerca scientifica. La laurea perderà peso nei concorsi pubblici, anche se non ne verrà abolito il valore legale. Anche il voto non avrà più valoreE’ questa una «corposa» novità del nuovo pacchetto preparato dal governo. Il testo del decreto (40 pagine e 67 articoli) che sarà varato oggi dal Consiglio dei ministri è stato illustrato ieri dal premier Mario Monti al Capo dello Stato, Giorgio Napolitano. L’ultimo via libera è stato dato ieri sera in una riunione a Palazzo Chigi tra Monti e il ministro della Pubblica amministrazione, Filippo Patroni Griffi. In questo modo, lunedì prossimo in Europa, il governo si presenterà con un altro incisivo intervento di modernizzazioni della macchina dello Stato: il secondo passo – dopo le liberalizzazioni – anch’esso chiestoci dalla Ue e dalla Bce. Internet sarà il principali alleato del cittadino e delle imprese nei confronti della pubblica amministrazione. Una norma rafforzerà il potere della Commissione di garanzia per quanto riguarda l’esercizio del diritto di sciopero nei servizi pubblici essenziali. Un’altra modifica permetterà al ministro dei Beni culturali di varare norme tecniche per la sponsorizzazione connesse agli interventi conservativi. Mentre l’Ambiente assumerà il controllo di tutte le riserve a carattere nazionale e internazionale. Miglioreranno i rapporti tra cittadini, imprese e burocrazia: dai certificati anagrafici immediati per nascite e matrimoni, alla maggiore facilità per le imprese di assumere lavoratori stranieri extra Ue, e di ottenere un’autorizzazione unica in materia ambientale per le Pmi. Partirà anche una sperimentazione per cui le Regioni potranno trasformarsi in territori a «burocrazia zero».

Nello specifico: le selezioni. Per la partecipazione ai concorsi pubblici la bozza del decreto sulle semplificazioni prevede «l’equiparazione dei titoli di studio e professionali nei casi in cui non sia intervenuta una disciplina di livello comunitario». A parte alcuni casi come la laurea in medicina, dove esiste appunto una disciplina comunitaria, la laurea perderà peso nelle selezioni per la pubblica amministrazione. Un passo da collegare al nuovo sistema di accreditamento dei corsi di laurea: dal prossimo anno accademico tutti i corsi dovranno avere il via libera dell’Anvur, l’agenzia per la valutazione del sistema universitario. Che non si limiterà a dire sì o no ma darà anche un sintetico giudizio sul corso e quindi, indirettamente, su chi lo ha frequentato.

I fondi per le università telematiche verranno azzerati. La bozza del decreto sulle semplificazioni (articolo 56 lettera e) stabilisce che vengono escluse «tutte le università telematiche dalla ripartizione di una quota dei contributi di cui alla legge sulle università non statali legalmente riconosciute». In particolare si tratta dei fondi per il merito, soldi che alle telematiche potevano arrivare grazie ad una norma introdotta dalla riforma Gelmini, ribattezzata «emendamento Cepu».

 

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MONTI ACCELLERA: OBIETTIVO LIBERALIZZAZIONE E RIFORMA DEL LAVORO. SI PARLA DI CONTRATTO PREVALENTE E 3 ANNI DI PROVA.

Le necessità di Monti sono liberalizzazione e riforma del mercato del lavoro. Per questo il nuovo premier si è messo subito a lavoro per sfornare una manovra giusta per inizio 2012. L’obiettivo è rilanciare l’economia e dare una risposta a tutti quegli italiani un pò delusi.

Le telefonate sono già partite, ora si aspettano gli incontri, di cui si occuperà personalmente Elsa Fornero. Nel frattempo, trapelano le prime indiscrezioni sui ‘piani’ del governo, che in vista degli incontri con i sindacati starebbe lavorando all’ipotesi di un contratto ”prevalente”, con un lungo periodo di prova (fino a tre anni) a sostituire le oltre 40 forme contrattuali esistenti (si salverebbero solo l’apprendistato e il contratto stagionale). Se tale ipotesi dovesse divenire realtà, verrebbe rispedita al mittente la ‘proposta Ichino‘, che prevede per i nuovi assunti la possibilità di licenziamento per motivi economici. Cosa ben diversa, quindi, dal diritto al reintegro nel caso di licenziamenti senza giusta causa o giustificato motivo previsto dall’articolo 18. La posizione dei sindacati, invece, è sempre la stessa: unificazione dei contributi previdenziali per tutte le categorie (ora i lavoratori dipendenti pagano il 33 per cento, i collaboratori al 27,72 per cento, commercianti e artigiani arriveranno al 24 per cento nel 2018).

Forme contrattuali a parte, il pezzo grosso sul tavolo della riforma è un altro: trattasi degli ammortizzatori sociali, tema che ha fatto deragliare gli ultimi Governi a causa della mancanza di fondi. Quasi impossibile, del resto, rendere più elastico il mercato del lavoro senza pensare a indennità di disoccupazione più sostanziose e ‘allargate’ a tutte le categorie.

Il Governo Monti però non vuole sottostare alla volontà dei sindacati, i contatti ci sono, ma nessuna tavola rotonda per prendere decisioni. In disappunto anche i partiti politici divisi su due fronti: Il Pdl punta, come è noto, alla modifica dell’articolo 18, il Pd invece dichiara di essere intransigente su un punto, la tutela del più debole.

Come andrà a finire? Monti sottolinea che c’è fretta di fare. Speriamo che la fretta non porti ad altri errori .

 

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