18 May 2012

IL CALCIO MALATO: MUORE UN ALTRO GIOVANE GIOCATORE. MOROSINI STRONCATO DA ARRESTO CARDIACO. SI APRONO I DUBBI SUI CONTROLLI CLINICI.

Piermario Morosini non ce l’ha fatta. A 26 anni, il centrocampista del Livorno, ha perso la vita per un fatale arresto cardiaco. Le immagini le abbiamo bene in testa, di quel ragazzo che voleva scappare alla morte ma che invece è stato trascinato a terra. Inevitabili, ora, le polemiche: controlli clinici, sostanza dopanti, e tanto altro ancora.

Con il decesso del calciatore (l’ennesimo di una lunga lista mondiale) si torna a parlare di mancanze. Episodi simili non si verificavano dal malore occorso a Lionello Manfredonia. Era il 30 dicembre del 1989 quando il giocatore della Roma si sentì male sul campo di Bologna. La diagnosi fu la stessa: arresto cardiaco. Il giocatore per fortuna si riprese, ma fu costretto ad appendere le scarpette al chiodo. Molto più sfortunato fu Renato Curi, del Perugia. Il 30 ottobre 1977, l’atleta umbro accusò un malore e morì in campo durante la partita contro la Juve. Diversi, i casi di malori negli altri campionati: l’ultimo per Muamba, che però si è ripreso e potrà tornare a calciare il pallone.

Ma nel caso di Morosoni, l’ultima ferita fresca del nostro campionato, le domande si susseguono: se avesse avuto una patologia (si conosce la causa della morte del padre per infarto), non si sarebbe visto dai vari accertamenti? Sa sottolineare la posizione presa da Antonio Rebuzzi, responsabile dell’Unità per la diagnosi del dolore toracico:  “In Italia – ha detto il professore – i controlli sugli sportivi sono regolari e approfonditi, mediamente più seri che in altri Paesi. E’ difficile che possa sfuggire una patologia cardiaca”. Per casi come quello del giovane calciatore del Livorno, “è ipotizzabile un’infiammazione come un’infezione cardiaca, che ha generato un’aritmia“.
Per Rebuzzi, inoltre, “i calciatori vengono controllati a fondo, con test sotto sforzo, ecocardiogramma. E’ difficile che in presenza di una patologia, questa possa sfuggire agli esami. Come è difficile che possa sfuggire ai test antidoping l’eventuale uso di sostanze dannose per il cuore”. Per il cardiologo, inoltre, “può essersi trattato di un episodio infiammatorio, come una miocardite o un’endocardite, che si è manifestato dopo l’ultimo controllo effettuato. Un fatto accidentale, doloroso, che però non può mettere in discussione l’efficacia del controlli eseguiti”. Rebuzzi, tuttavia, ha ammesso che casi di malore in campo per motivi cardiaci “cominciano a diventare non pochi, ma è difficile pensare che i calciatori possano essere più controllati di quanto non lo siano già”. Sulla questione è intervenuto anche il ministro dello Sport, Piero Gnudi, il quale ha detto che “i controlli preventivi devono essere sempre più accurati perché il corpo umano cambia e va seguito con una frequenza che deve essere abbastanza ravvicinata”. Per Gnudi, inoltre, l’ipotesi di posizionare defibrillatori negli stadi a scopo di prevenzione “è la strada che va percorsa”.

La causa della morte di Morosini sarà dichiarata dall’autopsia. Ma questo resta una briciola in un mare dove un giovane ragazzo si è spento. Che fosse giunta la sua ora? Che abbia messo mano il destino? Questo non lo sappiamo, quello che è certo è che delle precauzioni vanno prese.  Se posizionare defibrillatori negli stadi potrebbe salvare delle giovani vite, pensiamo che con i soldi che girano nel mondo del calcio, ogni giocatore ed ogni società potrebbe contribuire all’acquisto.

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L’UNGHERIA VICINA AL NAZISMO: 8 ANNI PER I GAY CHE SI TENGONO LA MANO IN PUBBLICO. “MA NOI NON LI VOGLIAMO INTERNARE!” AH NO?

In Ungheria c’è chi vuole vietare l’omosessualità per legge, come se fosse un reato. Vista l’impossbilità, il partito di estrema destra Jobbik ha proposto una normativa che impone il divieto di esibire l’amore per una persona dello stesso sesso in pubblico. Vietati baci, abbracci, carezza, con tanto di carcere per le coppie omosessuali che si tengono per mano.

Adam Mirkoczki, il parlamentare di Jobbik che ha presentato la legge, ha spiegato lo scopo della normativa: secondo gli estremisti, infatti, l’mosessualità non deve essere una presenza pubblica, i bar per i gay o lesbiche infatti, secondo i non tolleranti per eccellenza, dovrebbero essere chiusi. I Gay Pride? Figurarsi! Eliminati! Ma c’è dell’altro, nel caso in cui i media parlassero in toni positivi dell’omosessualità, ce ne sarebbero anche per loro. Guai!

I destroidi ungheresi hanno pensato bene anche di “ideare” una normativa per “tutelare i giovani dall’omosessualità”. Un pò come l tossicodipendenza, il fumo, l’alcol, insomma secondo gli ungheresi se i giovani vengono “istruiti” (e ancora dobbiamo capire come) non cadrebbero nella brutale strada dell’omosessualità. E’ un pò come pensare che l’omosessualità sia una malattia alla quale si può anche porre rimedio.

E le pene per chi disubbedisce? Fino ad otto anni di carcere e 500 euro di multa. Mirkoczki ha comunque spiegato,che brav’uomo, che l’intenzione non è quella di internare i gay, (come facevano i nazisti?), ma di fermarsi poco prima. I comportamenti omosessuali dovrebbero sparire del pericolo, così che questa inclinazione naturale non sia più vista come un modello per vivere la propria sessualità. A noi sembra proprio un ritorno al passato, ad un brutto passato. Manca solo la riapertura delle camere a gas. W l’Ungheria!

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MA BERLUSCA HA PERSO IL LUME? DAL CONTO DEL CAVALIERE 127 MILA EURO A FAVORE DI MINETTI E GEMELLE DE VIVO! CAUSALE? UN REGALINO PER TESTIMONIARE A FAVORE NEL PROCESSO RUBY!

Diteci che non è vero, diteci che è tutta una bufala oppure una beffa di Scherzi a Parte. Come può un imprenditore dal lungo trascorso come Silvio Berlusconi aver pagato con bonifici bancari a proprio nome, tre testimoni per il processo del Bunga Bunga? No, non ci possiamo credere. La storia è questa:

L’imputato paga 127 mila euro a tre testimoni. Qualche sospetto? Se pensiamo che l’imputato del caso si chiama Silvio Berlusconi e le testimoni sono Nicole Minetti e le gemelle De Vivo, si. Ma come è possibile? Il Cavaliere ha proprio smarrito la via di casa?
La storia, che si stenterebbe a credere se non esistessero le contabili bancarie acquisite dalla Procura dopo la segnalazione dell’Unità di informazione finanziaria (Uif) di Banca d’Italia, affiora mercoledì dalle «indagini suppletive» notificate a sorpresa dai pm Ilda Boccassini e Antonio Sangermano sia ai difensori di Berlusconi, nel processo dove l’ex premier (prossima udienza lunedì) è imputato di prostituzione minorile per i rapporti con la minorenne marocchina Karima «Ruby» el Mahroug e di concussione per le pressioni sulla Questura milanese la notte del 27 maggio 2010, sia ai legali di Minetti-Mora-Fede nel processo (prossima udienza domani) dove l’ex igienista dentale, l’impresario di starlette tv e l’ex direttore del Tg4 sono imputati di favoreggiamento della prostituzione nelle «cene eleganti» ad Arcore.

La Minetti il 14 ottobre 2011 vede magicamente arrivare, sul conto bancario in Banca Intesa San Paolo, 15.000 euro, inviatigli come “prestito infruttifero” dal Cavaliere Pompetta. Il mese dopo sempre per volontà divina ne arrivano altri 40.000 euro senza causale descrittiva. Il primo luglio 2011, sempre dal proprio conto personale, Berlusca bonifica sul conto di Enzo De Vivo (padre delle gemelle napoletane), 42.000 euro e il 7 ottobre altri 30.000 euro.

Un caso? Ma soprattutto a Berlusca, nessuno ha insegnato che in questi casi è meglio il contante? Forse no e questo ci stupisce.
Interrogato il 5 aprile scorso, Enzo De Vivo, aveva ammesso di aver ricervuto la somma dal Cavaliere per un aiuto alle figlie. Ma come sarà gentile questo Cavaliere? Non fosse che le tre ragazze sono le testi ufficiali del processo Ruby e del bunga-bunga, testimoni che avrebbero, ovviamente, dovuto difendere Berlusconi.

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LA NOTTE DELL’ORGOGLIO LEGHISTA: BOSSI PIANGE E RILANCIA LA TESI DEL COMPLOTTONE. IL PUBBLICO PRIMA IN SILENZIO, POI TIRA FUORI I FISCHIETTI.

Ieri il “Congresso Padano” a Bergamo, oggi si tirano le somme. Ma a cosa abbiamo assistito ieri italiani? Un Maroni che invoca la “Padania” come stato, che urla e sbraita a qualche centinaia di seguaci, che poverini, forse ieri non avevano niente di meglio da fare. E’ vero, la tv pubblica offre poco, ma meglio che andare a sentire “Oggi e’ il giorno dell’orgoglio di essere leghisti. La reazione che vediamo stasera e’ di quanti non ci stanno e vogliono ripartire: stasera noi ripartiamo. La Lega non e’ morta e non morira’ mai, riparte da qui.” avrei preferito andare a letto molto presto.

Dopo Maroni, sul palcoscenico, della “notte del’orgoglio padano”, sale Bossi. I brividi iniziano a far rizzare i peli delle braccia. I sentimenti sono un misto tra paura e terrore. Cosa dirà mai oggi “psyco” Bossi? Ha cambiato versione circa 10 volte da quando lo scandalo Lega è uscito alla luce. Oggi di cosa cercherà di convincerci? Sullo schermo vediamo un ragazzo giovane che si sistema dietro l’ormai Presidente della Lega Nord. Cosa vorrà fare? Probabilmente sarà il traduttore simultaneo, visto che (scusate la cattiveria), di dieci parole che Bossi pronuncia, possiamo stimare di capirne ben una, forse due.

Bossi parla di complotto, di nuovo, “il cerchio magico non esiste”. Ma poi recita il mea culpa e piange “Mi dispiace per i miei figli, li ho rovinati io, dovevo fare come Berluconi mandare i figli a studiare all’estero, mandarli via per salvarli. Mi piange il cuore”. “Mia moglie? Poveracci, hanno detto che fa le messe nere, ma lei invece insegna”. Insomma, la coerenza non è la miglior dote di Umbertone. Si sarà spiegato male? Li ha rovinati lui i suoi figli perchè li ha fatti entrare nella Lega oppure perchè gli ha pagato titoli di studio e macchine di lusso? Questo non lo abbiamo capito.

La platea sta in silenzio. Un segno? Lo stanno ascoltando o evitano di fischiare per rispetto? I fischi arrivano poco dopo, quando Bossi cerca di raccontare la storia di Belsito, unica vittima sacrificale di questo “puttanaio”. «Belsito è stato infilato dall’intelligence». Quando emerse che Belsito aveva fatto investimenti a Cipro, lui gli disse: «a Cipro ci investe la mafia». «Andai a dirgli sei matto», ha proseguito nel racconto il presidente federale della Lega Nord. «E poi lui iniziò a parlare al telefono», ha continuato, con riferimento indiretto alle intercettazioni che sono alla base dell’inchiesta. «Io non credo che le cose vengano per caso: sono organizzate», ha affermato.

Umberto Bossi ribadisce la tesi del complotto contro la Lega «unico partito d’opposizione», promette: «Chi ha preso i soldi della Lega li deve ridare». Quindi ora i suoi figli si metteranno in fila e ridaranno indietro macchinone e quattrini? Ci credete? E insiste: «Resteremo finchè la Padania sarà libera. Siamo pronti a dare battaglia fino alla libertà dei nostri diritti e della nostra terra». La Padania libera? Ma cosa sta dicendo Bossi? Forse abbiamo sbagliato canale e ci siamo catapultati direttamente nell’avanti cristo quando si lottava per la terra? Che la Padania fosse una colonia italiana e non ce ne siamo accorti?  Infine le scuse: «I danni sono stati fatti da quelli che portano il mio cognome. Mi spiace enormemente, scusate». Quindi? I danni li hanno fatti i Bossi o no? Umbertone è in stato confusionale.

Nella notte “dell’orgoglio padano” ce n’è pure per Rosy Mauro, rea di non essersi ancora dimessa. “Mi spiace che Rosi Mauro non abbia accolto la richiesta del nostro presidente, ma se non si è dimessa ci penserà la Lega a dimetterla”. Rosy Mauro è stata identificata come il secondo capro espiatorio e molto presto verrà fatta fuori. Ma c’è dell’altro. Dalla bocca di Maroni escono cose che non vorremmo mai aver sentito: “Così finalmente  forse potremo avere un vero sindacato padano, guidato da un padano vero”. E’ si, la Mauro è nata nel Salento, in provincia di Brindisi, come fa ad essere una padana d.o.c.? Ma ci chiediamo, come è stata accettata agli arbori come “leghista”? Povera Rosy Mauro, ora che potranno distruggerla, lo faranno.

 

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IKEA SCEGLIE L’ITALIA. TRE PRODUZIONI SI SPOSTERANNO DALLA CINA AL PIEMONTE. “IN ITALIA COMPETENZA, IMPEGNO E PREZZI VANTAGGIOSI”. SIGNORI AVETE CAPITO?

Mentre tutti se la svignano da un Italia brutta e cattiva, una grande azienda decide di andare controcorrente e sposta tre produzioni dall’Asia all’Italia. Ma chi sono questi pazzi? Niente popò di meno che IKEA. Il gruppo svedese di arredamento ha annunciato di aver scelto il nostro paese, incrementando così, la propria base di fornitori sul territorio italiano a scapito dei paesi emergenti.

“Si tratta di produzioni di cassettiere, rubinetterie e giocattoli, che ora saranno realizzate in Piemonte e non più in Asia”, dice Valerio Di Bussolo, responsabile relazioni esterne di Ikea Italia.

Nel 2011 i 24 fornitori italiani erano già responsabili per la produzione dell’8% di tutti i prodotti usciti dagli stabilimenti gialli e blu nel mondo – in prevalenza mobili – facendo dell’Italia il terzo paese produttore per Ikea dopo Cina e Polonia con 1 miliardo di euro di acquisti da fornitori italiani. Questi numeri sono destinati a crescere grazie al contributo del Piemonte.

“Non abbiamo ancora numeri in grado di quantificare lo spostamento di produzione perchè i volumi in arrivo da questi nuovi fornitori italiani dipenderanno dalla domanda; ci vorrà un anno per avere delle cifre”, dice Bussolo.

Ma come mai Ikea ha scelto l’Italia, quando invece tutti scappano da essa? In una nota pubblicata dalla società in vista del salone del Mobile di Milano, l’AD di Ikea Italia Lars Petersson afferma che “Ikea è alla ricerca continua di possibili sviluppi degli acquisti in Italia che punta ad incrementare”. E spiega che la società “ha individuato nuovi partner italiani che hanno preso il posto di fornitori asiatici, grazie alla loro competenza, al loro impegno e alla capacità di produrre articoli caratterizzati da una qualità migliore e a prezzi più bassi dei loro concorrenti asiatici”.

Competenza? Impegno? Prezzi bassi? Ciò che Ikea ha trovato sembra proprio una rarità, visti gli ultimi avvenimenti del nostro paese. Ascoltate nuovi e vecchi imprenditori, l’Italia c’è, basta cercare bene.

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UMBERTONE CONFUSO E FELICE. INTERCETTAZIONI: BELSITO “QUELLA PUTT*** DELLA MOGLIE DI BOSSI” HA FINITO I SOLDI DEL PARTITO.

Bossi, confuso e felice. Ogni ora l’Ansa batte una nuova dichiarazione. “Non mi ricandido” “Mi ricandido” “Non lo so” “Più avanti ve lo dirò”. Un caos nel caos, come se il punto più importante della vicenda fosse la ricandidatura o no di Bossi. Intanto Umbertone si è messo ai ripari, proclamandosi, prima di dimettersi, Presidente della Lega, poi si vedrà.

Stamane le parole di Bossi parevano una confessione “Chi sbaglia deve pagare”, nel caso, visto che ha sbagliato lui (o la sua famiglia), giuste le dimissioni. Ma subito dopo poche ore ecco il dietrofront: “A mio parere sa tanto di organizzato, noi siamo nemici di Roma padrona e ladrona, dell’Italia, uno Stato che non riuscirà mai ad essere democratico”. Quindi? Chi dovrebbe pagare? Chi ha fatto la Spia?

Intanto Blitzquotidiano.it pubblica nuove intercettazioni tra Francesco Belsito e la segretaria amministrativa del Carroccio. Nelle intercettazioni i due elencano le spese fatte dal partito a favore della famiglia del Senatur, soprattutto a causa della moglie di Bossi, Manuela Marrone:

“È che sono un deficiente, che mi sono preso a banconate la scuola (Bosina), capisci tutti i soldi a quella grande p… della moglie (di Bossi), che stupido che sono”.

Nadia : “Digli (a Bossi, ndr): ‘Poi tua moglie cosa faccio, gli dico di no? Tu mi dicevi di sì’ (…) La paura non è quanto speso, ma quanto per i figli e per la moglie, che se lo sanno i militanti…”.

Belsito : “Solo la scuola allora te lo ricordi 1 milione e mezzo di mutuo, la Pontidafin? (finanziaria della Lega, ndr ) Vogliamo parlare di quel contributo che gli diamo tutti gli anni? Tra i 150.000 e i 200.000?”.

Nadia : “Ma difatti tu gli devi dire (a Bossi, ndr ) “tua moglie e i tuoi figli ti rovineranno con i costi che hanno”. Punto. E che se da te esce fuori qualcosa della famiglia, lui è rovinato, non può dire che non sa (…) Da far capire al capo, “guarda che tu non hai la possibilità di rimediare a tutto quello che è stato dato a tua moglie sia per lei sia per la scuola sia per i tuoi figli”, perché sono troppi, troppi soldi”.

 

 

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L’UOMO NERO SFIDA TOSI A SINDACO DI VERONA, ED E’ PURE COMUNISTA!

Un vero affronto. Verona diventa internazionale e per le prossime elezioni amministrative schiera un contrasto assai alto. Ebbene si, Flavio Tosi, il sindaco uscente, schieramento Lega Nord, sarà sfidato da Ibrahima Barry, immigrato della Guinea, diventato cittadino nel 2009, operaio. Un’eresia? Fortunatamente no. Forse se lo scandalo Lega non fosse uscito, le prossime testate giornalistiche avrebbero riportato la schizzofrenia di Tosi, della serie: “Avete disinfettato bene la sedia dove si è seduto Barry? Altrimenti mi siedo da un altra parte!”, oppure “Io la mano a quello non gliela do”. Tosi si presta bene a queste considerazioni, visto le moltre dichiarazioni affiancabili a stati di allucinazione. E se vincesse Barry? Tosi potrebbe pensare al suicidio. Un nero che vince contro un bianco? Un nero che vince contro un leghista? Per Tosi sarebbe peggio che sapere che la moglie lo tradisce (se ne ha una), o che la figlia si fa le canne.

Ma chi è lo sfidante di Tosi? Ibrahima Barry ha 49 anni, è sposato, ha 4 figli, laureato in Scienze in Tunisia, risiede a Verona da 15 anni. Lavora come operaio elettromeccanico e partecipa da circa dieci anni all’attività del Coordinamento migranti. Schieramento? Alternativa Comunista. Comunista? Pure Comunista? Tosi penserà che sia una burla fatta da Scherzi a Parte (sarebbe stato il più bel scherzo della storia del programma) ma per fortuna non è così.

Il sei e il sette maggio ci saranno le votazioni. La vittoria di Barry è più facile da dirsi che da farsi. «Il nostro è un programma autenticamente rivoluzionario», spiega Barry, «è rivolto ai lavoratori, alla classe operaia e si contrappone agli schieramenti borghesi della Lega. Ma anche del centrosinistra e del centrodestra». «Il nostro programma si rivolge alla fasce più deboli che a Verona sono anche cresciute. E siamo ovviamente per una città veramente antirazzista». E il loro slogan è: «No al razzismo nelle città dove la Lega ha sempre avuto il massimo consenso».

Noi tifiamo Barry, non fosse altro per il coraggio dimostrato.

 

 

 

 

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I MISTERI DELLA CONCORDIA: ALTRO CHE INCHINO, IL CAMBIO DI ROTTA DI SCHETTINO SERVIVA ALLO SCAMBIO DI DROGA. POSSIBILE COLLEGAMENTO CON P3 E MAFIA RUSSA.

Dopo tre mesi dal naufragio della Costa Concordia, dagli abissi delle acque del giglio, come una piovra, fa capolino la P3. Avete campito bene, la P3 non è un nuovo esemplare di pesce italiano ma la “presunta” associazione segreta finalizzata al pilotaggio di appalti, sentenze e dossieraggio. Ma cosa c’entra la P3? Ve lo spieghiamo:

Per quanto in apparenza lontanissime, le due vicende risultano tra loro legate da un nome chiave: Caliendo. Si, Giancomo Caliendo all’epoca dell’inchiesta sulla Cricca P3, era il potente sottosegretario di Stato della Giustizia nel governo Berlusconi, ed oggi lo ritroviamo come fondatore del Centro Studi Giuridici per l’Integrazione Europea Diritti e Libertà, organizzatrice della Convention del “Forte”. Ma non è finita qua, tale Centro Studi Giuridici, nel 2009 era presieduto da un altro magistrato, il procuratore capo di Grosseto, Francesco Verusio, colui che oggi coordina le complesse e delicate attività investigative sul naufragio dinnanzi all’isola del Giglio.

Coincidenza? Può darsi. Intanto possiamo tirare un pò le fila: il procuratore Verusio quanto l’ex sottosegretario Caliendo sono entrambi campani: nato a Benevento, il primo, e a Saviano di Nola, il secondo. Così come beneventano doc è Pasqualino Lombardi, anche lui fra i promotori del convegno, passato alle cronache giudiziarie come indiscusso protagonista della P3, proprio in veste di segretario generale del Centro Studi presieduto all’epoca dal procuratore Verusio. Secondo le accuse, infatti, il Centro avrebbe svolto un ruolo strategico di collegamento fra il coordinatore nazionale Pdl Denis Verdini, il faccendiere Flavio Carboni e molti vertici della magistratura italiana, contatti finalizzati in quel caso alla realizzazione in Sardegna del Parco eolico finito al centro delle indagini.

Ma torniamo a Grosseto, Verusio non è mai stato indagato per i fatti della P3 e quindi il collegamento tra Concordia e P3 potrebbe essere pure fantascienza, ma c’è dell’altro. A 3 mesi dalla tragedia, ci interroghiamo ancora sul fatto e più precisamente sul cabio di rotta. Facciamo un passo indietro: Erano le 21 e 42 esatte del 13 gennaio 2012 quando un gigante assoluto del mare, il Costa Concordia, vanto della marina italiana con le sue 114 mila tonnellate e passa di stazza, andava a schiantarsi contro gli scogli intorno all’isola del Giglio, tanto conosciuti da essere vistosamente segnalati nelle cartine turistiche degli alberghi isolani. Ma perchè Schettino decise di salire in plancia e sostituirsi al pilota automatico? Schettino si mette ai comandi, accelera il bisonte del mare fino a 16 nodi proprio mentre devia la rotta e, nel tentativo di passare radente alla costa, si schianta sugli arcinoti scogli delle Scole. La colpa è del famoso “inchino” ? Sembra che questa storia faccia acqua da tutte le parti, era gennaio, era sera, chi l’avrebbe considerato l’inchino della Concordia? Nessuno.

La Voce delle Voci fa una dichiarazione impensabile:

Schettino sa e non parla. Probabilmente, non può. Così come non possono confessarla, quella verità, gli alti ufficiali o le altre persone dell’equipaggio (forse qualcuno fra i quattro indagati del personale di bordo, oltre a Schettino e al suo secondo, Ciro Ambrosio) che ne erano a conoscenza. Tanto da non poter impedire l’accostamento stretto agli scogli del Giglio. Una verità che oggi si sussurra a mezza bocca.

C’era qualcuno che doveva calarsi in mare velocemente dalla nave e raggiungere l’isola, o qualcosa da sganciare nell’area marina degli scogli ad essa limitrofi? Schettino – e chi con lui sapeva – furono costretti a quel passaggio azzardato, ma destinato ad andare ben diversamente, senza danni? Da chi fu indotto, e perché?

La Voce mette la pulce nell’orecchio ma i fatti potrebbero dargli ragione. Schettino era sobrio, lo è stato accertato, e non faceva uso di stupefacenti. Le lievi contaminazioni da cocaina rinvenute sui capelli sono risultate “accidentali”, come se lui fosse stato nella stessa stanza dove se ne faceva uso. Sulla nave? Può darsi. Quattro anni fa, sulla Costa Concordia, furono arrestati 7 marirrimi filippini che utilizzavano i viaggi della nave, soprattutto quelli che facevano scalo in Spagna, per trasportare lo Shaboo (un allucinogeno).
Anche questo un caso? Ma cosa c’entra la Toscana? La Fondazione Antonino Caponnetto della Toscana,  nel suo Rapporto 2011 sullo stato del crimine organizzato in zona parla chiaro: Toscana epicentro di traffici illeciti ad opera di numerose organizzazioni criminale, soprattutto la mafia russa.

Ma torniamo alla tragedia. Vi ricordate che sulla Concordia era presente una donna, forse amante di Schettino? Lei si chiama Domnica Cermotan ed è stata definita “la moldava”, nonostante sia rumena, presentata come ballerina ed intrattenitrice ma sotto le mentite spoglie, nasconde una preparazione di ferro. Conosce sette lingue ed ha spiegato ai pm che il suo compito era di diramare messaggi agli ospiti russi. E’ lei, Domnica, che quella sera si trovava a cena nell’esclusivo ristorante Club Concordia. Era al tavolo con Schettino e con un altro personaggio, il cui nome non è ancora stato reso noto. Stando alla testimonianza di una anziana coppia, “il terzo uomo” indossava un’uniforme. Domnica è anche la persona che, subito dopo l’urto, si precipita nella cabina di Schettino per “salvare” il personal computer del comandante. Poche ore dopo, la mattina del 14 gennaio, un’altra donna lo prenderà in consegna all’Hotel Bahamas del Giglio, dove Schettino si era rifugiato nelle prime ore del mattino. E’ l’avvocato di Costa Crociere, Cristina Porcelli, inviata dalla compagnia al fianco del comandante. Interrogata a Grosseto, la donna nega di aver mai ricevuto il pc. Che però, di fatto, risulta tuttora irreperibile. Quali dati “sensibili” conteneva il computer del capitano? Probabilmente qualcosa che sia lui, sia Dominca, conoscevano bene. Il segreto, forse, di quella cena a tre.

Che l’accostamento sia dovuto ad uno scambio di droga? Su questo si punta ora l’attenzione.
Ma un altro particolare, forse innocuo, viene fuori: le prime scialuppe che arrivano al Giglio quella notte, mettono in salvo, esclusivamente tutti i 111 passeggeri di nazionalità russa. Una casualità? Quasi che qualcuno fra loro, in precedenza, fosse già preparato ad una simile eventualità. Secondo le testimonianze, inoltre, non risultano turbati né particolarmente sconvolti, a differenza di tutti gli altri naufraghi. Cominciano, anzi, a fotografare l’isola da ogni angolatura, compreso lo scafo affondato, quasi fossero turisti “per caso”. Salvo poi costituirsi a fine gennaio (ma solo in 35) nel giudizio contro la Costa Crociere.
E quando tutti gli altri naufraghi trovano rifugi di fortuna grazie all’ospitalità dei gigliesi, i russi «vengono condotti in alberghi di Roma, Milano e Nizza», si legge su Russia Today.

Tutte pillole che potrebbero formare e completare il cerchio della giustizia per le povere vittime innocenti di questa catastrofe.

 

 

 

 

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LAVORO: NEL 2012, 31 FALLIMENTI AL MESE. 11.600 LE PICCOLE IMPRESE FALLITE, LA DISPERAZIONE DEGLI IMPRENDITORI SPESSO PORTA AL SUICIDIO.

Trentuno fallimenti al giorno. E’ questa la cifra che incombe sul 2011, un anno nero. Nella sola Lombardia hanno chiuso 2.600 imprese sulle 11.600 nazionali. L’allarme lo lancia CGIA di Mestre che ribadisce quanto il dato dei fallimenti vada di pari passo ai posti di lavoro persi (circa 50mila) e al numero sconvolgente di suicidi e gesti estremi di imprenditori e disoccupati.

Ma chi è che chiude? Naturalmente le piccole imprese. Il segretario della CGIA di Mestre, Giuseppe Bortolussi, specifica la causa in tre virus letali: la stretta creditizia, i ritardi nei pagamenti e il forte calo della domanda interna. Un fallimento su tre è causato dai ritardi nei pagamenti. I clienti non pagano, ma le imprese devono a sua volta pagare fornitori e dipendenti. Ma una fetta fondamentale di colpa è da attribuire alla banche, che negano prestiti alle imprese.

Quello che preoccupa, oltre la crisi e quindi la caduta in povertà del popolo italiano, è la disperazione che colpisce i piccoli imprenditori, ma anche i lavoratori che si vedono togliere il pane dalla bocca. Nei mesi di Febbraio e Marzo ci sono stati 12 casi di suicidio, un dato allarmante, che sottolinea quanto il fallimento della propria azienda coincida con un fallimento personale, la responsabilità di fronte ai propri dipendenti in primis.

 

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ADIOS FEDE, MEDIASET GLI DA IL BUON SERVITO, FUORI DAL TG4 E DA MEDIASET. FEDE, FATTO FUORI IN 15 MINUTI.

Fede, a Mediaset arriva nel 1991 e si insinua nella vita di Berlusconi, pubblica e privata. E’ lui l’uomo coinvolto nel caso “Ruby” e Lele Mora. Dopo questi scandali le cose non erano più come una volta, spesso si parlava di licenziamento. Anche Piersilvio Berlusconi aveva pressato perchè si ritirasse, ma i segnali non erano stati raccolti. Dopo l’ultimo scandalo, dei soldi portati a Lugano, Fede stesso aveva parlato di abbandono, ma nel prossimo autunno.

Negli ultimi mesi l’ormai ex direttore del Tg4 aveva anche ipotizzato di scendere in politica, naturalmente nel Pdl. Aveva però a più riprese smentito di aver raggiunto un accordo con l’azienda, mentre circolavano indiscrezioni mai confermate su una buonuscita milionaria, con cifre oscillanti tra i cinque e i dieci milioni. Nella trattativa di questi mesi si è discusso di soluzioni consensuali, come la possibilità per Fede di continuare a condurre un programma di prima o seconda serata, di restare in azienda come consulente, di diventare – come ha spiegato lui stesso – direttore editoriale dell’informazione.

Ma questa sera l’epilogo è stato diverso. Dopo il Tg, il capo del personale del gruppo e un avvocato sono andati nell’ufficio di Fede. Ne sono usciti un quarto d’ora più tardi. Poi è arrivato il comunicato di Mediaset. L’epilogo di Fede, fuori dal Tg4 ma anche da Mediaset.

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