Piermario Morosini non ce l’ha fatta. A 26 anni, il centrocampista del Livorno, ha perso la vita per un fatale arresto cardiaco. Le immagini le abbiamo bene in testa, di quel ragazzo che voleva scappare alla morte ma che invece è stato trascinato a terra. Inevitabili, ora, le polemiche: controlli clinici, sostanza dopanti, e tanto altro ancora.
Con il decesso del calciatore (l’ennesimo di una lunga lista mondiale) si torna a parlare di mancanze. Episodi simili non si verificavano dal malore occorso a Lionello Manfredonia. Era il 30 dicembre del 1989 quando il giocatore della Roma si sentì male sul campo di Bologna. La diagnosi fu la stessa: arresto cardiaco. Il giocatore per fortuna si riprese, ma fu costretto ad appendere le scarpette al chiodo. Molto più sfortunato fu Renato Curi, del Perugia. Il 30 ottobre 1977, l’atleta umbro accusò un malore e morì in campo durante la partita contro la Juve. Diversi, i casi di malori negli altri campionati: l’ultimo per Muamba, che però si è ripreso e potrà tornare a calciare il pallone.
Ma nel caso di Morosoni, l’ultima ferita fresca del nostro campionato, le domande si susseguono: se avesse avuto una patologia (si conosce la causa della morte del padre per infarto), non si sarebbe visto dai vari accertamenti? Sa sottolineare la posizione presa da Antonio Rebuzzi, responsabile dell’Unità per la diagnosi del dolore toracico: “In Italia – ha detto il professore – i controlli sugli sportivi sono regolari e approfonditi, mediamente più seri che in altri Paesi. E’ difficile che possa sfuggire una patologia cardiaca”. Per casi come quello del giovane calciatore del Livorno, “è ipotizzabile un’infiammazione come un’infezione cardiaca, che ha generato un’aritmia“.
Per Rebuzzi, inoltre, “i calciatori vengono controllati a fondo, con test sotto sforzo, ecocardiogramma. E’ difficile che in presenza di una patologia, questa possa sfuggire agli esami. Come è difficile che possa sfuggire ai test antidoping l’eventuale uso di sostanze dannose per il cuore”. Per il cardiologo, inoltre, “può essersi trattato di un episodio infiammatorio, come una miocardite o un’endocardite, che si è manifestato dopo l’ultimo controllo effettuato. Un fatto accidentale, doloroso, che però non può mettere in discussione l’efficacia del controlli eseguiti”. Rebuzzi, tuttavia, ha ammesso che casi di malore in campo per motivi cardiaci “cominciano a diventare non pochi, ma è difficile pensare che i calciatori possano essere più controllati di quanto non lo siano già”. Sulla questione è intervenuto anche il ministro dello Sport, Piero Gnudi, il quale ha detto che “i controlli preventivi devono essere sempre più accurati perché il corpo umano cambia e va seguito con una frequenza che deve essere abbastanza ravvicinata”. Per Gnudi, inoltre, l’ipotesi di posizionare defibrillatori negli stadi a scopo di prevenzione “è la strada che va percorsa”.
La causa della morte di Morosini sarà dichiarata dall’autopsia. Ma questo resta una briciola in un mare dove un giovane ragazzo si è spento. Che fosse giunta la sua ora? Che abbia messo mano il destino? Questo non lo sappiamo, quello che è certo è che delle precauzioni vanno prese. Se posizionare defibrillatori negli stadi potrebbe salvare delle giovani vite, pensiamo che con i soldi che girano nel mondo del calcio, ogni giocatore ed ogni società potrebbe contribuire all’acquisto.

























