Mi invitano a trascorrere un pomeriggio con le persone di una casa di riposo. Accetto. Mi porto la chitarra. Entro nel salone. Una vetrata hollywoodiana sul mare. Sui muri una gigantografia di un bosco autunnale, di quando ti immagini sia bello camminarci dentro. Mi aspettano una trentina di anziani. Tra i 75 e i 95 anni. Si presentano col cognome, come ufficiali d’alto rango. Mentre sto lì in piedi penso che se sommiamo tutte le età in quella stanza, tocchiamo i 2000 anni. Sono tutti in tiro. Gli uomini giacca e cravatta, le donne con collane, ricordi di una bellezza scomposta in fattori. Che carini. Devono avergli detto che arrivava il Presidente della Repubblica. Mi chiedono quanti anni ho. A volte troppo pochi per sentirmi così. Perché la musica. Perché “non” la musica?, se mai. Se ho dei figli. Giro di iphone con la foto di Claudia che apre scenari mentali inspiegabili. Ad Anna sale il l’azzurro degli occhi fino a non farmi capire se la vetrata là fuori abbia fatto scivolare il cielo tra crepe invisibili fino alla sua faccia. Che prodezza gli occhi che non sanno invecchiare. Luisa si avvicina con la sua sedia a rotelle e mi fa: “ Ti prendi cura di me? Non mi lasceranno mica per strada, vero? “. No, no, non succederà. Stai tranquilla. Non sapevo di cosa parlasse, ma il necessario era tranquillizzare un terrore, da qualunque buio provenisse. Una signora viene persino da Berlino. Le improvviso i numeri in tedesco e i nomi di quelle quattro città che ho visto. Di nuovo, anche a lei sale il mento e i suoi occhi tornano giovani, partono. Dove, non è dato sapere. Giacomo e Maria non smettono un secondo di tenersi per mano.
Giorgia, 93 anni mi chiede una raccomandazione per entrare in una compagnia teatrale (!), “visto che lei è dello spettacolo”. Giovanna mi racconta che suonava la fisarmonica, una volta. Questo fatto di dire “una volta”, poi è strano. Sarebbe più esatto dirle “ io rivoglio che quella volta sia questa” . Antonio si alza quando gli pare e si avvicina perentorio cantandomi La prima cosa bella, più o meno ogni 7 minuti. Mi offrono un tè. Mi viene da distribuirlo. Io odio il tè. Per loro ne ho bevuto metà, immaginandolo vino. Un bacio ad ogni guancia. Mi regalano un vasetto di miele fatto in casa e un bulbo di una pianta di cui non mi vogliono rivelare l’entità “perché è una sorpresa”. Il mio inaspettato compenso. “Prenditene cura e vedrai”, mi dicono. Ripenso alla vecchietta di prima. Tra uomini e piante, non c’è differenza. Entrambi mortali e bisognosi di cure. Solo che quando se ne va un albero fa più tristezza, perché tentava di eludere meglio di noi il limite di eternità.
Mi chiedono di suonare, se no che sono venuto a fare? Imbraccio la chitarra e mi chiedono cose mie. Gli suono una strofa di Piano, un pezzo de L’attesa, metà di Ciao Bambino e di Capo di Buona Speranza. La vecchietta della fisarmonica piange appena comincio a cantare, così all’altezza del secondo pezzo le do un tamburello perché così non può andare avanti. Lei segue il tempo (anche piuttosto bene), e smette. Bastano i ruoli giusti. C’è anche un maestro d’ascia, uno di quegli artigiani padroni della tecnica di costruzione di una barca, di una nave. Uno che lavora con le mani il legno. Guai a chiamarlo falegname. Qui si parla d’artisti. Del mare sente ancora il rumore la notte, mi dice. Mica nelle conchiglie, sta.
Più ispirazione in un’ora e mezza che in mille pomeriggi di pongo. Perché la saggezza è imprevedibile come le uscite di questi esseri umani tanto esperti della vita da tornarne bambini verso la fine.
Ma che ci fanno qua? No, dico, che ci fanno qua? Questi non sono malati. Hanno solo tanta strada negli occhi. E basta. Mica è un crimine. Vorrei essere loro figlio per portarli via. Fosse pure per una sigaretta sul molo.
Scatta l’ora di andarsene. Ho solo 6 plettri in tasca. Li regalo tutti. Beatrice si commuove e mi fa “Lo terrò dentro al cuscino”. Che piccolo tesoro. Magari lì suona più prezioso che in mano mia.

























