18 May 2012

IL MIO COSTARICA: UN APPUNTAMENTO AL BUIO.

Camaleonte

Quando arrivai a San Josè Deyanira era già lì che mi aspettava alla stazione degli autobus. Non sono mai stato il tipo da appuntamenti al buio ma prima di partire un ragazzo specializzato in manutenzione di piscine all’aperto mi aveva detto di contattare sua sorella a san Josè e quindi mi sono bellamente detto “Perche’ no?”.
Dejanira e’ piuttosto sorpresa di vedere che parlo lo spagnolo, lei studia l’italiano e pare che risulti
piuttosto difficile impararlo (e non posso darle torto); mi porta a casa sua dove vive col suo promesso sposo Tello, un architetto di grido in una citta’ come San Jose’, molto dinamica e aperta alle nuove tendenze architettoniche di ispirazione principalmente scandinava .Mi mostra i suoi lavori e devo dire che sono opere di una certa rilevanza, molto moderni nel disegno e nelle soluzioni spaziali ma allo stesso tempo funzionali e non invasive, cosa piuttosto importante in un paese che fa del rispetto ambientale uno dei perni del proprio sviluppo. Stare con loro e’ veramente come essere arrivato in casa di amici, l’accoglienza che mi riservano e’ incredibile, proprio come ci si potrebbe aspettare da gente latinoamericana.

Sia Deya che Tello sono immigrati (lei dal Nicaragua e lui dal Perù) e hanno faticato e investito molto per affermarsi in un paese sviluppato economicamente come il Costarica. Mi raccontano che il tessuto sociale nazionale e’ piuttosto definito e netto nelle varie zone del paese: al centro, dove si trova San Josè, vivono i Ticos (e’ così che si fanno chiamare i Costaricensi) con una gran parte di immigrati, soprattutto Nica (il nomignolo che i Ticos danno ai Nicaraguegni); chiaramente la parte centrale (la conurbazione di San Josè e Heredia) e’ la zona piu’ popolosa del paese che comprende circa i due terzi degli abitanti, sulla costa del Pacifico, nell’area di Jacò e Puntarenas e’ fortissima la presenza dei Gringos, immigrati dagli Stati Uniti d’America che hanno praticamente colonizzato la zona trasformandola in un paradiso per surfisti e turisti nordamericani. Sulla costa caraibica invece vivono i Negros, i discendenti degli schiavi immigrati forzatamente durante la conolizzazione soprattutto per la costruzione delle ferrovie e che, fino a non molto tempo fa non avevano facoltà di spostarsi dalla zona costiera in una sorta di apartheid in versione centroamericana.
Nei tre giorni che decido di fermarmi a San Jose’ Tello mi mostra la citta’ e le sue conquiste di modernita’; San Josè e’ una citta’ molto dinamica dal punto di vista architettonico, si costruisce molto e molto in fretta, si abbattono blocchi di villette per costruire grattacieli che svettano in mezzo al verde dei numerosi parchi cittadini, cosa che da alla citta’ un cvolto giovanile e dinamico; devo dire che la citta’ e’ molto gradevole e non caotica anche se non sono venuto in costarica per la sua capitale…
Dopo tre giorni parto per Tortuguero Bay, un humedal al nord della costa caraibica famoso per le migliaia di tartarughe marine che lì vanno a nidificare. Per raggiungerlo e’ necessario arrivare in bus fino a Cariari e poi imbarcarsi in lancia seguendo le rive del Rio Tortuguero fino a raggiungere questo villaggetto immerso tra i canali del fiume e il mare. La vegetazione e’ quella tipica di un humedal: mangrovie a perdita d’occhio e alberi giganteschi, l’umidita’ e’ costentemente sul 100% e piove ogni giorno, l’ambiente ideale per incontrare animali del genere che vado cercando: anfibi e rettili acquatici.
Arrivato nella mia camera d’albergo devo scacciare un granchio violinista che vi aveva trovato rifugio prima di coricarmi; prima di addormentarmi ascoltando la pioggia scrosciante penso ai miliardi di bestiole che mi circondano…nopn sto piu’ nella pelle!
Esplorare una foresta di mangrovie e’ tutt’altro che semplice: bisogna stare molto attenti a non fare rumore quando ci si muove in
lancia se si vogliono avvistare i coccodrilli, per questo scelgo di viaggiare con una guida munita di motore elettrico sulla sua lancia e la scelta si rivela azzeccata. Avvicinandosi abbastanza silenziosamente e’ possibile scattare foto ai coccodrilli nel loro ambiente naturale a distanza molto ravvicinata e addirittura avvicinarsi a una nidiata di cuccioli  senza allarmarli. Quando un piccolo coccodrillo si sente minacciato comincia a emettere un caratteristico richiamo che la madre (sempre a breve distanza) percepisce immediatamente prima di attaccare l’intruso…l’emozione che si prova nell’avvicinarsi a meno di un metro da una nidiata di micro coccodrilli che prendono il sole nel loro ambiente naturale e’ indescrivibile a parole.
Non mi sono mai piaciuti nè gli zoo nè i giardini zoologici proprio perche’ gli animali in questi contesti sono prigionieri e tristemente apatici, nel loro ambiente naturale invece cio’ che si ha la fortuna di poter osservare e’ una bestiola perfettamente integrata nell’habitate che fa mostra di se a chi si avvicina con rispetto senza timore.

Sono stati in tanti a chiedermi se avessi mai avuto paura nell’addentrarmi nelle selve tropicali così piene di “animali pericolosi” ma la convinzione che ho maturato incontrando tutte queste creature e’ che avvicinarsi con rispetto e sincera curiosita’ sia una cosa ampiamente tollerata dagli animali, anche dai predatori che semplicemente osservano l’intruso cercando di capire se puo’ o meno costituire una minaccia. E’ probabilmente un’idea assurda mo sono convinto del fatto che sia la paura di chi li fronteggia a rendere gli animali pericolosi e che se ci si avvicina con rispetto si sara’ sempre al riparo da qualsiasi rischio in tali circostanze.
Certo e’ ovvio che un coccodrillo non ti saltera’ mai addosso per farti le feste se ti avvicini con buone intenzioni, ma se ti avvicini senza paura lui, semplicemente, te lo lascera’ fare, permettendoti di scattare fotografie incredibili e lasciandoti, per un istante, immergere in un’atmosfera silenziosamente pregna di significati ormai perduti nella nostra societa’ attuale.
Dopo i coccodrilli e’ il momento di incamminarsi sulla terraferma, un sentiero pregno di acqua porta direttamente a un avamposto dei rangers e lungo la strada, cercando con pazienza e molta attenzione e’ possibile incontrare animali piccolissimi e molto affascinanti. La “star” di questa piccola perlustrazione e’ la “rana Blue Jeans”, una rana piccolissima color rosso fuoco con l’eccezione delle zampe posteriori colorate di azzurro da cui il suo pittoresco nome. Questo animale e’ veramente microscopico: da adulta non arriva mai a superare la grandezza di un pollice e i numerosissimi esemplari giovani che incontro sono tutti piccoli come l’unghia di un dito mignolo. Perlustrando tra le foglie e i tronchi d’albero in via di putrefazione incontro anche un camaleonte perfettamente mimetizzato e un incredibile insetto stecco volante che riesco (con grande fortuna) a fotografare nell’istante in cui spiega le ali prima di spiccare il volo.
Le giornate nella foresta passano velocemente, non avrei mai pensato di scoprirmi così assorto nelle meraviglie della jungla ma al calar del sole devo, mio malgrado, rientrare alla base, il tempo scarseggia e il viaggio deve continuare…ho sentito dire di un parco incredibile dall’altra parte del paese dove si possono incontrare alcune delle bestiole che più stuzzicano la mia curiosita’: i bradipi.

Raggiungere la costa est del paese non e’ impresa facile se si considera di dover risalire le acque del Rio Tortuguero e poi attraversare tutta la Meseta Central in una sola tirata, tuttavia i bus costaricensi sono molto confortevoli, e rispetto agli standard a cui mi avevano abituato Guatemala, Honduras e Nicaragua 24 ore di viaggio sono quasi una passeggiata…
La prima impressione della costa del Pacifico e’ l’esatta rappresentazione della descrizione fattami da Deya e Tello: nella zona di Jacò sembra di essere praticamente in California.Ovunque ci sono scuole di surf, ostelli e alberghi hanno tutti nomi riconducibili all’immaginario dei surfisti e per le strade si sente parlare inglese anzichè spagnolo; in pratica una succursale gringa in Costarica.
Non essendo un surfista ma essendo comunque un viaggiatore dal budget limitato mi sistemo in un hotel di fronte al mare chiamato ”La Briza del Mar” gestito da due surfisti che non si vedono mai perche’ stanno sempre a surfare. Effettivamente non posso dargli torto: le onde in questa zona sono incredibilmente grandi ed estremamente regolari, cosa molto importante per gli appassionati della tavola perche’ permette di surfare tutto l’anno con uno standard di onde molto molto elevato, e non sono pochi coloro che hanno lasciato tutto per potersi trasferire qui a caccia dell’onda perfetta.
A me pero’ non interessano le onde, io sono quì per la vita selvaggia, e a circa mezz’ora di bus dal mio hotel vi e’ uno dei luoghi piu’ incredibili che io abbia mai visto in tutta la vita: El Parque Nacional Manuel Antonio.
Questo parco e’ uno dei piu’ piccoli del paese, praticamente si tratta di una piccolissima penisola collegata alla terraferma da uno stretto istmo ed e’ visitabile unicamente seguendo un unico percorso dal quale non si puo’ uscire e che segue un tragitto circolare.
E’ molto importante visitare il parco assieme a una guida certificata per una ragione molto semplice: le guide conoscono le abitudini degli animali e sono in grado di trovarli molto meglio di un qualsiasi turista, inoltre sono dotate di un telescopio che permette di osservarli benissimo senza disturbarli minimamente.
Lungo il percorso la varieta’ di animali che incontriamo e’ IMPRESSIONANTE: Iguana rosse, iguana nere, iguana azzurre, bradipi, colibrì, pipistrelli tropicali e persino un coatì . Inoltre il parco ha al suo interno spiagge da sogno dove sollazzarsi in santa pace con la sola compagnia dei pellicani.

Tornare a San Josè dopo aver visitato un posto del genere non e’ esattamente il massimo ma Deyanira e Tello avevano una sorpresa in serbo per me…
Il giorno dopo il mio rientro partiamo in macchina alla volta del Cerro de la Muerte, nel Parque Nacional Chirripo’.
Questa zona del paese si trova al centro sud ed e’ l’unica zona montagnosa del Costarica con vette che arrivano ai 3500 metri sul livello del mare.
Che cosa succede esattamente a 3500 metri in un paese tropicale? Considerando che ad alta quota le temperaure sono piu’ basse (anche se non di molto) cio’ che si viene a creare in ambienti di questo tipo e’ un fenomeno estremamente interessante: la fomazione di foreste nebulari. Una foresta nebulare non e’ altro che una jungla tropicale d’alta quota, questo rende l’ambiente piuttosto umido ma non nei termini in cui si sarebbe portati a immaginarla, infatti l’umidita’ della regione non e’ dovuta alle precipitazioni ma alle emissioni di ossigeno e acqua delle foreste stesse che sono delle vere e proprie “fabbriche di nuvole”.

Ucello Quetzal

Arrivati nel parco nel primo pomeriggio io, Tello e Deya andiamo alla ricerca di un animale che ho cercato a lungo in Guatemala, Honduras e Nicaragua senza mai essere riuscito ad osservarlo: il mitico Quetzal.Il quetzal e’ un uccello di rara bellezza venerato dai Maya per la sua eleganza e i suoi colori variopinti e le sue lunghe piume caudali
venivano utilizzate per adornare le corone degli imperatori.Avvistare un quetzal e’ un’impresa piuttosto ardua perche’ questo animale nidifica unicamente in foreste primarie, vale a dire vergini e si nutre soprattutto dei frutti dell’albero di aguacatillo, che poi sarebbe un avogado che fa dei frutti molto piccoli piu’ simili a susine che a avogados.Poiche’ in tutti i paesi del nord dell’America Centrale questi alberi sono stati deforestati per essere sostituiti da alberi piu’ “redditizi” si e’ tolto ai quetzal la loro principale fonte di cibo condannandoli a diminuire inesorabilmente.
Nel Parque Nacional Chirripo’ invece si e’ provveduto a imboschire molti di questi alberi trasformando la zona in una sorta di santuario per questo animale che comunque, resta sempre difficile da osservare.
La guida che ci accompagna conosce bene la zona ed e’ munita dell’inseparabile telescopio; tuttavia nella nostra perlustrazione non abbiamo molta fortuna, tutto cio’ che riusciamo a incontrare e’ una comitiva di fotografi canadesi del National Geographic anche loro intenti a cercare questo splendido animale anche loro senza fortuna…
Perdiamo le speranze e ci avviamo in Jeep verso il campo base quando all’improvviso la guida inchioda di colpo e scende….un quetzal splendente maschio di all’incirca due anni si e’ appena posato su un ramo vicino a noi! (foto 13)

Quest’animale e’ incredibile, le sue piume sono letteralmente di tutti i colori: verde, rosso, blu, bianco, nero, azzurro ed infine il becco giallo…dopo aver attraversato tutte le citta’ perdute dei Maya da Theotihuacàn a Copàn incontrarlo dal vero ha il sapore della conquista di qualcosa di speciale, una sorta di premio “speciale”.
Purtroppo dopo l’esplorazione delle foreste nebulari e’ giunta per me l’ora di lasciare questo paese incredibile; il tempo sta scarseggiando e mi restano poco piu’ di tre mesi per arrivare fino a Buenos Aires, la strada e’ tantissima e ne sono pienamente cosciente.
So anche di aver fatto molto in questi giorni passati in Costarica ma che ho altresì lasciato da esplorare il punto piu’ selvaggio di tutto lo stato: il Parque Nacional Corcovado, una penisola sulla costa est del paese dove non c’e’ assolutamente nessun insediamento umano, la zona e’ un’immensa distesa di jungla tropicale raggiungibile solo con un trekking di una settimana dopo aver risalito in canoa il corso di un fiume per due giorni. Non sono attrezzato epr una sfida di questo tipo ma mi riprometto di esserlo per quando avverra’ il mio ritorno in questo paradiso terrestre così pieno di vita e di foreste lussureggianti, dove la gente riesce a farti sentire a casa e dove non ci si sente mai soli, nemmeno immersi nella selva piu’ remota.

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IL MIO COSTARICA: “Quieres hacer fiesta?”.

Ci sarebbero vari modi di raggiungere il Costarica ma ovviamente un pazzo poteva scegliere solo quello piu’ “pittoresco”: dopo aver attraversato il lago nicaragua e aver fatto tappa tre giorni sull’isola di ometepe, sempre dentro al lago nicaragua, ho raggiunto la sponda sud del lago a San Carlos, una cittadina di frontiera con porto fluviale; San carlos e’ il crocevia dei traffici fluviali tra nicas e ticos (nicaraguensi e costaricensi) ed e’ da lì che partono le lanchas che risalgono le acque del Rio Frio; la lancha e’ agile e veloce e il viaggio durerebbe poco fino a Los chiles in Costarica, se non fosse che navighiamo sotto un acquazzone tremendo e che dobbiamo andare controcorrente…

A los chiles l’acqua non smette di cadere e una volta giunto al mio autobus per La Fortuna sono ovviamente fradicio fino ai calzini… Gli autobus costaricensi non sono semplici come quelli degli altri paesi dell’america centrale che ho preso, qui bisogna fare il biglietto prima, c’e’ il posto prenotato…pensare che in Guatemala nemmeno si fermavano…rallentavano col bigliettaio che gridava la destinazione giusto giusto per farti salire…pero’ non mancavano mai, qui se perdi il bus puoi anche metterti comodo e aspettare mezza giornata, come in Italia…il prezzo del progresso…

La Fortuna e’ una cittadina termale con una chiara vocazione turistica di livello medio-alto, e’ infatti pieno di resort di alto livello con SPA e varie amenita’ mentre invece scarseggiano le soluzioni a buon mercato per i mochileros come me; ma riesco comunque a trovare un buchetto che costa sui dieci dollari a notte (per gli standard a cui mi ero abituato una vera fortuna).

La mattina dopo io e Sebastian (il mio compagno di viaggio francese incontrato alle rovine di Copan in Honduras) ci svegliamo e ci facciamo la colazione (uova strapazzate ai peperoni e caffe’), poi vado a cercare un internet point per comunicare ai miei che sono ancora vivo. Tornando all’ostello un tipo enorme in un SUV color oro si ferma e abbassa il finestrino:
-Quieres hacer fiesta?
-Que fiesta?
-Queres tequila?
-Claro!
-Entonces sube que vamonos!

Chiamo seba e saliamo sull’auto di questo perfetto sconosciuto (!!!) in compagnia di due suoi “soci”. Scorrazziamo per le colline intorno a La Fortuna; il cielo e’ coperto di nubi cariche ma non piove; il verde e’ comunque sorprendente nonostante la mancanza di sole; Cleber (così si chiama il nostro imprevisto e decisamente nerboruto amico) tira fuori da non so dove due bottiglie di aguardiente de cana e varie lattine di Imperial (la birra del costarica); ci versa e, sempre guidando fa:
PURA VIDA! Bienvenidos a Costarica!

Non c’e’ male come primo giorno in un nuovo paese…Chiaramente i discorsi  si sprecano susseguendosi come le curve, le colline e gli uccelli tropicali che attraversano il nostro cammino; dopo circa un’oretta di viaggio arriviamo a una casetta immersa nel verde dove sta un loro amico. Nel giardino c’e’ una palma di cocchi, i frutti sono ancora piccoli e verdi; Cleber, un po’ arzillo, ne stacca uno e lo poggia per terra
-Quieres coco loco?
-Que es coco loco?
BAM!
Con un pugno inaudito spacca il cocco, lo versa in un bicchiere, ci aggiunge un po’ di aguardiente e ce lo porge…
Continuiamo a trastullarci nell’atmosfera irreale (e alcolica) di questo incontro inaudito fino a sera e una volta che ci riportano all’ostello Cleber fa:
-Chicos, muchas grachas por su confianza, espero que van a disfrutar mucho de este pais…PURA  VIDA!
Io e Sebà siamo allibiti, io personalmente non avrei mai creduto che si potessero incontrare persone del genere; la mamma me lo ha sempre detto che non si accettano passaggi dagli sconosciuti ma mi sto convincendo del fatto che e’ solo la paura ad attrarre i problemi…

(Giulio Faillace per Tutta altra Musica)

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PRENDO LE GAMBE E PARTO.

Ho sempre sognato di andarmene via a caso per il mondo attraversando frontiere, foreste, deserti, vallate e montagne ma avevo sempre pensato che fossero cose un po’ troppo “cinematografiche” per poterle realizzareveramente; ma talvolta la vita ti mette in determinate condizioni per le quali non ci sono piu’ spazi per i compromessi e una semplice “vacanza” non servirebbe a niente…quello di cui avevo bisogno era uno stacco netto nel mio modo di vivere la vita e di concepire la gente e l’intera umanita’.

Stavo cominciando a perdere fiducia nella razza umana e allora mi sono detto: “Quale potrebbe essere il piu’ grande atto di fiducia nei confronti dell’umanita’?” La risposta e’ stata: “Attraversare un continente intero dove si parla una sola lingua (che non conosco) e di cui tanto male si parla da queste parti”.

L’America Latina comprende stati in America Settentrionale, Centrale e Meridionale, ha al suo interno tutti i tipi di ecosistema e brulica letteralmente di forme di vita…il cammino che ho seguito, da Nord verso Sud, mi ha portato alla scoperta di una cultura giovane e sorprendentemente ospitale; un lungo viaggio che alcuni potrebbero considerare pericoloso e che, invece, ha infuso in me fiducia e speranza per un domani migliore…

Presto su Tam Tam una nuova rubrica, direttamente dall’America Latina di Giulio Faillace.

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