18 May 2012

CHI HA VINTO NELLE GRANDI CITTA’? BATOSTA PDL, PERDE ANCHE LUCCA, LA MOSCA BIANCA TOSCANA.

I risultati delle elezioni amministrative ci sono, c’è già che esulta e chi piange. I vincitori al primo turno sono 6: Flavio Tosi della Lega a Verona (sindaco uscente), Paolo Perrone (sindaco uscente) del centro denstra a Lecce, Ettore Romoli (sindaco uscente) del centrodestra a Gorizia, Cosimo Consales del centrosinistra a Brindisi (in precedenza vi era una giunta di centrodestra), Massimo Federici del centrosinistra (sindaco uscente) a La Spezia e Samuele Bertinelli del centrosinistra a Pistoia.

Al ballottaggio vanno ben 17 città con 8 fovorevoli al centrosinistra. A Lucca risultato storico, il sindaco uscente del centrodestra perde pure l’entrata al ballottaggio con il 15% dei consensi. Se la giocheranno Alessandro Tambellini del centrosinistra con il 46% dei voti e Pietro Fazi (lista civica e Udc) con il 16%. Anche a Monza l’aria che tira è simile a quella toscana. Il sindaco uscente, Marco Mariani, della Lega, è fuori con l’11% dei voti, al ballottaggio andranno Roberto Scanagatti del centrosinistra, il favorito con il 38% dei voti, e Andrea Mandelli del centrodestra con il 20%. A Parma il Movimento 5 Stelle fa cassa, prendendo il 19,5% dei voti con Pizzarotti, che va al ballottagio con l’esponente di centrosinistra Bernazzoli (39,2%).

Il ballottaggio combattuto si avrà ad Asti, Belluno, Cuneo, L’Aquila, Trapani e Agrigento, con il centrosinistra e l’Udc leggermente in vantaggio. A venir fuori con vigore da queste amministrative, è l’astensionismo, un dato grave che dovrebbe far riflettere su come è stata gestita la politica in questi ultimi anni.

C’è però chi esulta, come il PD, che si conferma come partito più forte, ma c’è anche chi piange: Alfano fa mea culpa, “Nessuno può festeggiare. Registriamo una sconfitta e paghiamo la responsabilità per il sostegno a Monti che non vogliamo far mancare. Non voteremo però l’invotabile”, arriva al suo seguito anche La Russa che dà la colpa ai candidati: “Abbiamo sbagliato i candidati non ho difficoltà ad ammetterlo. C’è la mania di cercarli con la faccia carina senza sapere da quale esperienza amministrativa vengano mentre la gente vuol persone affidabili e per i palermitani è più affidabile Orlando”. Arriva anche la risposta secca di Berlusconi, come come solitamente fa, minimizza: “Non conosco ancora bene i risultati, ma per quello che ho appreso al telefono sono superiori a quanto mi aspettassi sinceramente”.

“Si registra un nettissimo rafforzamento del Pd e del centrosinistra, uno tsnumani nel centrodestra e un’avanzata di Grillo. Non è vero che hanno perso tutti – commenta il segretario del Pd Pier Luigi Bersani - Siamo avanti in 17 capoluoghi, in 8 è avanti il Pdl. E’ ribaltato il risultato di partenza. Per quanto riguarda noi se ci danno tutte le settimane un risultato così, facciamo festa”.

Su la Stampa, Federico Geremicca, commenta le elezioni amministrative, sottolineando la solidità del PD nel fragile scenario politico italiano:

Un cumulo di macerie politiche. E in mezzo ai rottami di partiti che non ci sono più (il Pdl), di movimenti messi in ginocchio dai loro stessi errori (la Lega) e di esperimenti rivelatisi nelle urne espedienti mediatici o poco più (il Terzo polo) solo il Pd sembra reggere l’urto dell’esasperazione popolare.
Il Pd si conferma – e adesso di gran lunga – il primo partito del Paese. Non che il voto non abbia riservato amarezze anche ai democratici di Pier Luigi Bersani, com’era prevedibile: ma a fronte della polmonite che ha colpito gli altri, quel che turba il Pd può esser per ora considerato un semplice seppur fastidioso raffreddore. E nulla più.

 

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DI PIETRO NON CI STA E CADE IN BATTUTE DAL POSSIBILE TRAVISAMENTO!

“Di Pietro ripensaci” sono le parole fresche di Pierluigi Bersani che cerca di tirare dentro pure il rivoluzionario idv. Di Pietro non ci sta, non vuole avere a che fare con gli uomini del Pdl, e dice no ad un governo Monti che avrebbe caratteristiche di “finta-alleanza” tra Pd e Pdl, ma questo “solo per salvaguardare il paese” come dicono più volte i pidiellini.

Di Pietro come sempre fa, cade nelle battute, forse una resta troppo dura da digerire ad una certa frangia del paese: “Pd e Pdl insieme sono come due uomini nello stesso letto, non fanno figli”, e si scatena il movimento contro l’omofobia.
Di per certo Di Pietro non aveva intenzione di offendere gli omosessuali, ma di spiegare come lui non crede in un governo di “amicizia” perchè troppe differenze allontanano i due partiti maggiori.

Un pò di verità la dice l’onorevole dell’Italia dei Valori, ma una strappo alla regola si può fare se questo può traghettare l’Italia in una fase più buona, di respiro, che ora non c’è.

«Ognuno si deve prendere le sue responsabilità: spero che Di Pietro possa ripensarci perchè prima viene l’Italia poi le alleanze e la politica» dichiara Bersani a Mattino 5. Il leader del PD replica poi al leader di Sel Nichi Vendola che ha sottolineato come il nuovo esecutivo debba fare la patrimoniale e durare poche settimane. «Difficile dire quanto dura una tempesta. Non farei adesso questioni di tempo, bisogna vedere la visione del governo e come riesce a rispondere ai problemi». Proprio sulla patrimoniale, Bersani ribadisce come il Pd abbia la sua proposta: «sul programma discuteremo, noi abbiamo le nostre proposte e diciamo che chi finora non ha contribuito deve contribuire». Adesso aspettiamo la risposta del focoso Di Pietro.

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PRESENTATO IL MAXI-EMENDAMENTO: CE N’E’ PER TUTTI

Finalmente è arrivato al Senato il maxi-emendamento alla Legge di Stabilità, ma non c’è proprio niente da festeggiare. Le misure andavano prese, l’Europa pressava in tal senso, ma sembra che Tremonti non sia riuscito ad accontentare alla fine nessuno. Addirittura  per un po’ si sparge la notizia che nel provvedimento c’è anche la modifica dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori per consentire licenziamenti più facili. Per fortuna sono solo voci di corridoio, infatti precisa il sottosegretario al Tesoro, Antonio Gentile: “Il ministro Tremonti – afferma – nell’illustrare il maxi-emendamento non ha mai parlato, né accennato, ad una eventuale modifica né dell’art. 8 né dell’art. 18, che sarebbe stata inserita nel testo del decreto presentato al Senato. Il ministro Tremonti ha detto l’esatto contrario. In Commissione ha sostenuto che non saranno apportate modifiche ai due articoli in questione”. In compenso nei 25 articoli, 23 Pagine e 10 punti sono presenti: età pensionabile salita a 67 anni, più liberalizzazioni e privatizzazioni dei servizi pubblici locali, mobilità per gli statali. Bersani annuncia il no. Ad ogni modo, precisa il segretario Pierluigi Bersani, il Pd voterà contro “se le cose stanno come le abbiamo lette fin qui”. Non mi risulta – precisa – ci sia una modifica dell’articolo 18 ma se c’è ne discutiamo, perché non possono farci bere tutto”. Ad ogni modo, aggiunge, “non metteremo alcun ostacolo perché si chiuda questa fase, perché non c’è tempo: non ci sono settimane, e forse neppure giorni”.
Bossi si smarca e annuncia il suo voto contro il maxiemendamento. “Se ci sono articolo 18 e riforma delle pensioni diremo di no”, afferma a caldo il leader della Lega, ma la notizia come detto si rivelerà poi infondata. Si vota entro il week-end. Aspettiamo fiduciosi.

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308.

E’ un numero che Berlusconi si ricorderà per molto tempo.  E’ il numero che sancisce la fine della maggioranza parlamentare da lui creata con tanta fatica, una maggioranza che negli ultimi tempi si è andata piano piano sgretolando. In fin dei conti stava veramente risultando impossibile continuare a fare il gioco delle tre scimmiette in questo momento in cui tutta l’Europa ci chiede di darci una mossa. Così ieri alle 15.30 si è votato il rendiconto. L’opposizione ha deciso di astenersi dal voto per capire appunto se esistevano ancora i numeri per governare. Loro ne erano certi che sarebbe andata a finire così, per questo astenendosi, ha dichiarato il segretario del PD l’On. Pier Luigi Bersani, volevano mandare un messaggio forte e chiaro a Berlusconi, l’ultimo messaggio senza diritto di replica. Dall’altra parte ci si aspettava che i numeri sarebbero mancati, ma alla fine il risultato è stato ancora peggio delle aspettative. Questa volta non ce l’ha fatta. Nessun Scilipoti all’orizzonte a salvargli il culo. Anzi casomai una Carlucci in meno da contare.

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IL BIG BANG DEL PD: ORA SI CANDIDANO LE IDEE

Rimarranno delusi tutti quelli che si aspettavano una candidatura di Renzi.  La tre giorni leopoldina si chiude con un ottimo bilancio, diecimila presenze E molti interventi, tanto che il Sindaco di Firenze leader dei rottamatori, alla domanda se lui possa essere uno dei possibili candidati alla primarie, gigioneggia rispondendo che lui ha deciso di candidare le idee. Le sue e quelle di tutte le persone che si sono stancate dei dinosauri della politica, che sembrano pensare più a mettere daccordo correnti per rimanere seduti sulle proprie poltrone, che ai problemi reali delle persone comuni. Renzi in un’intervista rilasciata ieri a Che tempo che fa, continua dicendo che non è importante chi sale sulla poltrona, l’importante è che abbia l’intelligenza di circondarsi di collaboratori più forti di lui. Non c’è da combattere solo Berlusconi, ma anche quel modo di far politica a suo avviso vecchio e sorpassato, che non chiede conto alla gente di cosa vuole e cosa preferisce. “C’è un problema di rapporto con le vecchie liturgie di partito. E lo dico con il massimo rispetto verso Bersani: il modello per cui ci sono dei dirigenti che danno la linea agli eletti, che poi sono chiamati ad andare dagli elettori a fare volantinaggi per spiegare, andava bene nel ’900″ dice Renzi. Dall’altra parte gli fa eco Bersani mettendolo in guarda da un certo pensiero che andava di moda negli anni 80 e che ha fatto più danni che la grandine. Quello che è certo è che la Leopolda si conferma la più potente macchina mediatica del centrosinistra: 10 mila 267 presenze registrate nei tre giorni (dopo mezzogiorno la Leopolda ha chiuso le porte per massima capienza raggiunta), 330 giornalisti, 12 mila messaggi via web e uno stupefacente dato di contatti streaming (la diretta su Internet): oltre 500 mila. Intanto viene presentato un programma da discutere su internet per tre mesi, da qui a gennaio (il “Wiki-Pd”), 100 idee per cambiare davvero l’Italia, forse. Come si dice in questi casi: ai posteri l’ardua sentenza.

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RENZI SFIDA I BRONTOSAURI DELLA POLITICA

“I dinosauri non si sono estinti da soli”, così recita lo slogan del nuovo incontro indetto dal Sindaco di Firenze Matteo Renzi. Big bang invece è il titolo della kermesse, un titolo che dice tanto sugli intenti da discutere. La nuova riunione dei rottamatori avverrà proprio a Firenze dal 28 ottobre a domenica 30. La prima precisazione di renzi è che non è assolutamente intenzionato di creare un nuovo partito, ma che è fermamente convinto che si possa cambiare, anzi migliorare il PD.  Tra i primi a parlare, ci sarà il bersaniano sindaco di Siena Franco Ceccuzzi. Confermata la presenza dell’ex sindaco di Torino Sergio Chiamparino. Chiari i messaggi lanciati da Renzi su cui riflettere per un giusto rinnovamento del suo partito : “Il Pd che sogno vuole vincere perché si è stufato di partecipare”. E ancora: “Il Pd che sogno dovrebbe cambiare. E potrebbe farlo”. Ed è anzitutto un Pd che non vuole brontosauri, dice il Sindaco, che “non crede offensivo chiedere il ricambio perché chi ha causato il problema non può proporsi come soluzione”. Chissà se Renzi sarà il vento di cambiamento per la nuova primavera del PD.

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SCIOPERO CGIL, LE CENTO PIAZZE PIENE. GLI ITALIANI CHIEDONO “LIBERTA’”.

Sulle note di “Bella Ciao” si apre il corteo della Cgil. Decine di migliaia nelle “cento città” con l’aria allegra, Armanda De Angelis, 62 anni, grida ai ragazzi del proprio autobus “Io sono qui per voi, per il vostro futuro, contro la minaccia all’articolo 18. E sono qui per la figlia di una mia amica, una giovane biologa, che ha perso anche il lavoro da precaria e ora è costretta a partire per l’Olanda”.

Il tema del futuro è centrale in tutti i discorsi: dei sindacalisti come dei manifestanti scesi a protestare in 100 piazze, da Milano – con comizio conclusivo in piazza San Babila – a Palermo. Da Bologna – teatro piazza Maggiore, con il presidente della Regione Errani – a Bari. Da Torino – dove alcuni No tav hanno provato a salire sul palco di piazza San Carlo – a Firenze. Da Napoli – dove 8 poliziotti sono stati feriti dal lancio di petardi (ma la manifestazione era quella indetta da Cobas e Usb) – a Genova.

Ha un sapore antico, invece, la polemica sulle cifre. Per evitare il solito balletto, la Cgil ha preferito non fornire stime sui partecipanti ai cortei. Ma c’è, anche stavolta, lo scontro sull’adesione. Con il sindacato che, in base alle prime valutazioni, parla del 58 per cento (circa il 70 per cento nei trasporti). E governo e aziende che parlano di cifre modestissime. Secondo il ministro della pubblica amministrazione, Brunetta, la percentuale è stata del 3,6 per cento; la Fiat dice che l’adesione è stata del 15 per cento negli stabilimenti italiani. Di sicuro, sul fronte dei trasporti, sono stati penalizzati soprattutto i voli con 200 cancellazioni tra arrivi e partenze negli aeroporti di Roma e Milano.

“Il Paese non merita questa manovra – ha scandito dal palco Susanna Camusso – perché è irresponsabile: non c’è un’idea sul futuro del Paese e sulla crescita”. E’ stato questo uno dei passaggi più applauditi di tutto l’intervento, dal palco di Roma. Così come la piazza è esplosa in un boato all’annuncio di una guerra a tutto campo contro le deroghe all’articolo 18. “E’ una vergogna, se il parlamento non stralcia quella norma – dice il segretario della Cgil – deve sapere che useremo tutte le iniziative che sono possibili, la corte costituzionale, la corte di giustizia, le cause, tutto…”.

E di futuro – e di bambini – parlano i tanti striscioni che fanno riferimento alla scuola. “Da oggi diremo ai nostri bambini: spingi, se vuoi un po’ di posto”, c’è scritto su un cartello.

Tante storie, tante facce della crisi. La politica, in questa giornata, sta un po’ a margine. Si vedono il leader dell’Idv, Antonio Di Pietro, che stringe tante mani e chiede “elezioni subito”; il numero uno di Sel e governatore della Puglia Nichi Vendola, che tra l’altro firma il referendum sulla legge elettorale. Il presidente dei Verdi, Angelo Bonelli. E poi sfilano le bandiere della Federazione della sinistra. Ma è per Pier Luigi Bersani che il corteo si scalda di più: perché in tanti vorrebbero parlargli, e dare suggerimenti, e fare critiche. Un gruppo di signore grida al segretario: “Liberateci”. Bersani fa sì con la testa e poi aggiunge: “Ma questi li abbiamo votati noi…”.

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SILVIO C’E', IL DISCORSO DI BERLUSCONI LASCIA DI STUCCO TUTTI. SOLO TRE PROVVEDIMENTI: “L’ITALIA E’ SOLIDA, E’ SOLO COLPA DEI MERCATI”, SUBITO RISPOSTA DEL COMMENTATORE DELLA BBC “I MERCATI LA PENSANO DIVERSAMENTE”.

Silvio c’è, trenta minuti di intervento, prima alla Camera e poi al Senato. Silvio c’è, ha invitato l’opposizione a collaborare per superare la crisi. Silvio c’è ed annuncia anche i provvedimenti, appena tre per l’esattezza.

Un nuovo piano per il Sud e due decreti per tagliare gli stipendi delle cariche pubbliche e ridurre le auto blu. Niente di più. Tanto che dai banchi dell’opposizione parte qualche fischio. Ed è l’unico momento in cui Berlusconi alza lo sguardo dal discorso scritto e fa un’affermazione “fuori testo”: “State ascoltando un imprenditore che ha tre aziende in Borsa e che quindi è nella trincea finanziaria consapevole ogni giorno di quel che accade sui mercati”. Sottolineando così il Conflitto d’Interessi. L’intervento del premier è stato accolto da pochi applausi dai banchi del Pdl. La Lega non ha apprezzato il nuovo pacchetto al Sud. L’opposizione ha chiesto unanime le dimissioni di Silvio Berlusconi. Il leader dell’Idv, Antonio di Pietro, è stato il più duro: “Caro Silvio, ci sei o ci fai?”. Mentre Pierluigi Bersani ha definito il discorso del premier “lunare, spero non si sia sentito in giro per il mondo” e si è detto disponibile a collaborare ma solo “se vuoi fate un passo indietro noi ne faremo uno avanti”.

Seduto tra Giulio Tremonti, tornato nel primo pomeriggio da Bruxelles, e Franco Frattini, Berlusconi è apparso teso. Tra i banchi si nota l’assenza di Umberto Bossi. “E’ a tutti chiaro che i problemi e le emergenze che in queste ultime settimane abbiamo dovuto affrontare sono diretta conseguenza di una crisi di fiducia dei mercati internazionali” ma “non dobbiamo inseguire il nervosismo dei mercati”, ha esordito. Il discorso del premier è stato incentrato su due punti: il tentativo di spiegare che la crisi è internazionale, e quindi nessuna responsabilità in particolare è attribuibile all’esecutivo, e che il governo ha lavorato eccome. E’ colpa insomma dei mercati “che non tengono conto della nostra solidità”. Il commentatore della Bbc, che ha trasmesso in diretta il discorso del Cavaliere, si è lasciato sfuggire un lapidario: “I mercati hanno un punto di vista diverso”.

Per quanto riguarda l’Italia, ha dichiarato il premier, “è essenziale dare certezza ai mercati definendo con chiarezza tempi, risorse e interventi previsti” ed “è necessario attuare in tempi brevi la delega fiscale”. Nel nostro Paese “l’evoluzione dei conti pubblici è più favorevole che in altri paesi avanzati, dopo la recessione e con la ripresa economica, grazie alla azione di finanza pubblica del nostro governo, i conti sono migliorati e abbiamo un deficit di bilancio meno ampio di quanto indicato (5%) e comunque più basso di altri paesi area europea”. Berlusconi ha poi annunciato i provvedimenti adottati stamani dal Cipe e dal consiglio dei ministri. Tra cui una forte riduzione delle auto blu e l’adeguamento degli stipendi delle cariche pubbliche alla media europe. “Ho firmato due decreti stamani, uno per “livellare gli stipendi delle cariche pubbliche” e l’altro “per una razionalizzazione dell’utilizzo delle auto blu”.

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LA DISFATTA DI SILVIO: ZERO TITULI. LA SINISTRA VINCE TUTTI I CAPOLUOGHI DI REGIONE, COME DICE BERSANI, UN BEL PAREGGIO 4-0 E FINI SE LA RIDE DI GUSTO.

I numeri parlano chiaro. Berlusconi ha perso tutti i capoluoghi di regione ma il premier “ha troppi impegni per celebrarsi il funerale” come lui stesso riporta. La sconfitta del Cavaliere sembra prendere la forma di una vera e propria ginocchiata sui denti (speriamo che non venga ricoverato di nuovo come la storia della statuetta di Milano). Succede, succede a tutti, prima si vince poi si perde, lo sport ce lo insegna, ma come dice la canzone, bisogna anche saper perdere.

C’è una fase politica che si chiude in Italia, un capitolo che gli italiani hanno sottolineato di non voler più leggere; Sarà la crisi economica, sarà la politica violenta che ha scelto Berlusconi, saranno i candidati sbagliati, ma gli italiani hanno deciso, basta con Berlusconi e quelli come lui. Dal 1994 al 2011, una durata rilevante per l’impero Berlusconi, che forse sta arrivando a conclusione. La storia ce lo insegna, si nasce e si muore.

Ma Berlusconi non riesce ad ammettere la sconfitta, sì in Romania pronuncia le parole “Abbiamo perso” ma subito le fa seguire da un “Guardando caso per caso, la sconfitta non ha niente a che vedere con il governo”, come se non fosse davvero così. I primi tracolli di un’aria cattiva che tira sulla testa del governo, sono le dimissioni di Bondi da Coordinatore del Pdl, un “segno dovuto” secondo il Ministro.

Il premier si spezza ma non si piega, insomma, mentre tutto attorno lo scenario racconta un cappotto completo su tutta la linea. Persa Milano per mano del “comunista” Pisapia. Tracollo a Napoli, dove De Magistris prende percentuali bulgare che neanche il Bassolino dei tempi d’oro. E poi Cagliari, che finisce nelle mani dell’altro comunista protagonista di queste amministrative, Massimo Zedda (60%). Via a cadere le città già perse al primo turno: Torino, Bologna. E infine Trieste, che torna nelle mani del centrosinistra. Basterebbero queste sei città per disegnare quel famigerato vento di cambiamento che trascina il centrodestra fuori dalle città che contano. Ma c’è di più, molto di più, andando a guardare nei centri piccoli e medi. Il centrodestra tiene solo a Varese, dove il leghista Attilio Fontana porta a casa una vittoria sofferta. Il resto è ancora tinto dai colori del centrosinistra: Gallarate, dove la Lega sostiene di fatto il Pd, Novara, Rimini, Pordenone, Grosseto e Crotone. Mentre al centrodestra vanno Cosenza, Iglesias e Rovigo. Per quanto riguarda le province, vanno al centrosinistra quelle di Mantova, Pavia e Macerata. Mentre il centrodestra si prende Vercelli e Reggio Calabria.

Un sonoro pareggio 4-0 come dichiara ironizzando Bersani, quello tra il PD e il PDL. Una sconfitta contro l’opposizione ma anche contro chi si ha in casa, ma da separato, come la Lega. Tocca a Salvini tirare le somme: “Non siamo qui a fare i processi, ma è chiaro che il Pdl ha perso voti, e la Lega ne ha guadagnati”. Il ministro Calderoli, per parte sua, si mostra tranquillo, fedele nel solco tracciato dal premier: “Il governo andrà avanti fino alla fine della legislatura per fare le riforme. Si vince e si perde insieme”. Ma c’è da giurare che la base non sarà così netta nel distribuire le colpe, né così blanda nelle soluzioni.

A ridere è soprattutto il presidente della Camera Gianfranco Fini, felice che grazia a lui, il tracollo c’è stato. Lo ha sempre sentenziato, che senza il FLI, Berlusconi avrebbe preso un bel colpo, e adesso i fatti gli hanno dato ragione. Poco importano le parole degli uomini del Pdl che sottolineano quanto da soli gli uomini del Terzo Polo riescano a fare ben poco, ma a loro, per ora, interessava solo far cadere dal piedistallo il convinto Cavaliere, e sembra ci siano riusciti. “Avevo avvertito Berlusconi, scrive Fini, lui mi ha ripagato buttandomi fuori”. Il leader di Fli si spinge oltre: “Il governo può anche non cadere, ma il berlusconismo è finito”.

Ma le grosse risate sono dalla parte della sinistra.  Pisapia e De Magistris, certo, festeggiano. Così come fanno festa Bersani - “Abbiamo smacchiato il giaguaro”, commenta sarcastico – Bindi, Veltroni, D’Alema, i big del partito democratico di solito impegnati a distinguersi per una volta sono tutti d’accordo. Da padre storico dei democratici sorride anche Romano Prodi, che si presenta in piazza del Pantheon a Roma per festeggiare. L’avvertimento dell’unico uomo che abbia battuto Berlusconi (per due volte) è tanto chiaro quanto perentorio: “Non più di cinque minuti per festeggiare – ammonisce – poi subito mettersi al lavoro”. C’è da augurarsi che i suoi seguano il consiglio.

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MOZIONE LIBIA: IL SENATUR SFIDA LA NATO, PIEGA BERLUSCONI E COMMENTA ‘CE L’ABBIAMO ANCORA DURO’

Approvata ma con molte spaccature la mozione sull’intervento dell’Italia in Libia: Idv e Lega si sono dichiarati contro, mentre Pd, Pdl e Udc a favore. Detti così sembrano i risultati della domenica calcistica,  e invece sono i risultati della votazione alla Camera sulle quattro mozioni riguardanti l’intervento italiano in Libia. Sono state approvate con il solo voto dell’Opposizione le mozioni di Pd e Udc, approvata anche quella del fronte Pdl-Lega, respinta solo la mozione di Idv.  “Il voto dimostra la solidità del governo e della maggioranza”, ha commentato il Presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi. Convinto lui! Sta di fatto che sia Maggioranza che Opposizione hanno dovuto ingoiare bocconi amari: 7 i voti in meno rispetto a quelli attesi dal Governo (tre leghisti e quattro del Pdl che al momento del voto non erano in aula), contemporaneamente l’Opposizione non vince ma nemmeno si sfalda e il Pd incassa 13 defezioni (sei deputati non presenti e sette astenuti). L’unica ‘vittoria’ è del Carroccio, che nelle ultime settimane aveva alzato la voce, scocciato dalla situazione estera, dagli attacchi a Tremonti e dalla perdita di consensi presso l’elettorato, è arrivando a preventivare l’ennesima crisi di governo, rientrata non appena il Pdl ha ceduto sulle proprie posizioni in merito alla guerra libica. : “Con Berlusconi siamo sempre amici, abbiamo anche questa volta trovato la quadra. E ora la Nato deve prendere atto di questa decisione del Parlamento”, così ha commentato Umberto Bossi di fronte al dietrofront del Premier che ha portato ai risultati di oggi, un nulla di fatto. Di stabilito resta soltanto una “una data certa” (più o meno) di cessate il fuoco, anche se il ministro degli Esteri Frattini questa mattina ha cercato  di fornire ben altre motivazioni per giustificare il coinvolgimento italiano: “Una scelta obbligata che corrisponde non solo a doveri storici e morali, ma anche a specifici nostri interessi nazionali” che si traducono  “nella consolidazione della presenza delle imprese italiane, che non possiamo far assorbire da altri Paesi”.

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