18 May 2012

MORTO GHEDDAFI. E ORA?

Raggiunto l’obiettivo. La caduta del Rais fortemente voluta da gran parte del mondo, finalmente è stata ottenuta. Un’altra dittatura è stata abbattuta, l’ex dittatore libico,  ucciso in uno scontro a fuoco dai rivoluzionari del Consiglio nazionale di transizione, non c’è più. Poco importa se l’Alto commissariato per i diritti umani delle Nazioni Unite si è pronunciato oggi per un’indagine sulle circostanze «non chiare» della morte di Gheddafi. «Ci sono quattro-cinque versioni diverse. C’è bisogno di un’indagine» ha detto oggi a Ginevra il portavoce dell’Alto commissario, Rupert Colville. Credo che il vero problema da porsi ora sia “E ora?”. I presupposti della missione militare della Nato sono caduti insieme alla morte del Rais. Oggi a Bruxelles è in programma il Consiglio Atlantico chiamato a discutere proprio della chiusura delle operazioni militari nel teatro libico. Gli ambasciatori dei Paesi membri dell’Alleanza dovranno decidere il futuro della missione e si spera anche sul futuro di quello che ad oggi appare come uno stato frantumato, messo in ginocchio da mesi di guerra, distrutto strutturalmente in ogni sua parte. La chiusura delle operazioni militari sarà con tutta probabilità graduale. L’Alleanza dovrà verificare se vi siano le condizioni di sicurezza per i civili e se le nuove autorità libiche siano in grado di mantenere il controllo e la pace nel Paese. Le posizioni degli Stati membri non sono ancora unanimi. La Francia, che nella missione ha avuto un ruolo preponderante, ha già fatto sapere di ritenere la missione «finita», posizione a mio avviso veramente vigliacca. Non basta saper distruggere per riportare una Democrazia, la vera Democrazia arriva con la ricostruzione dello Stato. Chi gestirà a questo punto gli scontri tra i ribelli e i fedelissimi di Gheddafi? Cosa ne sarà di loro? Continuerà una caccia all’uomo? Chi sorveglierà pacificamente, senza nascondersi dietro finte missioni di pace, senza armi, ma con la vera volontà di ricostruire quello che è stato distrutto materialmente?

MOZIONE LIBIA: IL SENATUR SFIDA LA NATO, PIEGA BERLUSCONI E COMMENTA ‘CE L’ABBIAMO ANCORA DURO’

Approvata ma con molte spaccature la mozione sull’intervento dell’Italia in Libia: Idv e Lega si sono dichiarati contro, mentre Pd, Pdl e Udc a favore. Detti così sembrano i risultati della domenica calcistica,  e invece sono i risultati della votazione alla Camera sulle quattro mozioni riguardanti l’intervento italiano in Libia. Sono state approvate con il solo voto dell’Opposizione le mozioni di Pd e Udc, approvata anche quella del fronte Pdl-Lega, respinta solo la mozione di Idv.  “Il voto dimostra la solidità del governo e della maggioranza”, ha commentato il Presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi. Convinto lui! Sta di fatto che sia Maggioranza che Opposizione hanno dovuto ingoiare bocconi amari: 7 i voti in meno rispetto a quelli attesi dal Governo (tre leghisti e quattro del Pdl che al momento del voto non erano in aula), contemporaneamente l’Opposizione non vince ma nemmeno si sfalda e il Pd incassa 13 defezioni (sei deputati non presenti e sette astenuti). L’unica ‘vittoria’ è del Carroccio, che nelle ultime settimane aveva alzato la voce, scocciato dalla situazione estera, dagli attacchi a Tremonti e dalla perdita di consensi presso l’elettorato, è arrivando a preventivare l’ennesima crisi di governo, rientrata non appena il Pdl ha ceduto sulle proprie posizioni in merito alla guerra libica. : “Con Berlusconi siamo sempre amici, abbiamo anche questa volta trovato la quadra. E ora la Nato deve prendere atto di questa decisione del Parlamento”, così ha commentato Umberto Bossi di fronte al dietrofront del Premier che ha portato ai risultati di oggi, un nulla di fatto. Di stabilito resta soltanto una “una data certa” (più o meno) di cessate il fuoco, anche se il ministro degli Esteri Frattini questa mattina ha cercato  di fornire ben altre motivazioni per giustificare il coinvolgimento italiano: “Una scelta obbligata che corrisponde non solo a doveri storici e morali, ma anche a specifici nostri interessi nazionali” che si traducono  “nella consolidazione della presenza delle imprese italiane, che non possiamo far assorbire da altri Paesi”.

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DA TUNISI RIMPATRIA SOLO BERLUSCONI. IL NOSTRO PREMIER NON RIESCE NEMMENO A TROVARE UN ACCORDO. NON SI POTEVA FARE UN CHANGE?

Berlusconi va a Tunisi, ma a tornare a casa è solo lui. L’incontro tra il nostro Premier e il premier tunisino Beji Kaid Essebsi non ha portato a nessuna intesa. I tecnici del Viminale sono rimasti a Tunisi nella speranza di trovare un accordo. Il governo di Tunisi è disponibile a trattare sul problema dei rimpatri e da entrambe le parti “c’è l’assoluta volontà di trovare delle soluzioni”. Che però non sono ancora state individuate. Dichiara Berlusconi: “L’Italia darà il suo aiuto mettendo a disposizione tutti i mezzi utili a raggiungere l’obiettivo”. Ma perchè Berlusconi non è riuscito a compiacere i tunisini? Forse anche da questi fatti si individuo l’abbassamento di “potere” internazionale del nostro cavaliere.

Intanto l’Ue fa sapere che se aumenteranno i flussi si potrebbe attivare la direttiva che permette di concedere asilo per almeno un anno “nel territorio degli stati membri”. E in serata, in un vertice a Palazzo Grazioli, arriva, almeno secondo le indiscrezioni, il via libera della Lega ai permessi di soggiorno temporanei che consentirebbero agli stranieri la libera circolazione nell’area Schengen e dunque la possibilità di lasciare l’Italia per altri paesi europei.

 

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IN LIBIA REPORTER USATI COME SCUDI UMANI CONTRO ATTACCO MISSILISTICO. LA CNN SMENTISCE ED E’ SUBITO POLEMICA

Non perdere mai l’occasione di fare uno scoop è ciò che accomuna la maggior parte dei giornalisti d’indagine e soprattutto i reporter di guerra, ma quale sia lo scoop in questa vicenda lo lascio decidere a voi. “Esclusivo: i libici usano i giornalisti come scudi umani” , così esordisce una notizia di lunedì 21 marzo trasmessa da Fox News, secondo la quale sarebbe stato rimandato un attacco missilistico sul centro residenziale di Gheddafi, per la presenza dei giornalisti sul luogo. Le autorità libiche avrebbero ufficialmente portato i giornalisti nell’area per mostrare loro gli effetti devastanti degli attacchi iniziali, in realtà li avrebbero usati come veri e propri scudi umani per proteggere la residenza del dittatore libico. La notizia sembrerebbe confermata, secondo Fox News, anche da fonti britanniche, che affermerebbero la presenza di sette missili terra-aria a lungo raggio Storm Shadow pronti ad essere lanciati da un velivolo militare, ma successivamente non lanciati per la presenza di gruppi di giornalisti della CNN, Reuters e altre agenzie giornalistiche. Una notizia questa che mette ancora una volta l’accento sulla ferocia di Gheddafi, leader senza scrupoli che non esiterebbe ad utilizzare civili come scudo difensivo. Tutto come al solito, se non fosse che Nick Robertson, corrispondente della CNN facente parte dei reporter scortati dalle autorità libiche sul luogo dove doveva avvenire il presunto attacco missilistico, smentisce tutto. Per usare le parole di Robertson addirittura il resoconto sarebbe “ipocrita e oltraggioso”. Pare, infatti, che mai ci sia stato, da parte degli accompagnatori libici, il minimo tentativo di restringere i loro movimenti e, anzi, proprio un rappresentante del governo libico lo avrebbe sollecitato ad entrare nell’autobus proprio mentre stava per trasmettere un servizio in diretta sull’accaduto. Tra l’altro l’unico rappresentante di Fox News alla spedizione risulterebbe non un giornalista né un cameraman, ma uno a cui era stata data una macchina fotografica ed era stato detto di andare. “In generale, la squadra della Fox a Tripoli raramente va alle visite organizzate dal governo”, ha commentato Robertson. Questa è nella logica della stampa statunitense un’accusa gravissima, che vuole sottolineare la mancanza di verifica della veridicità dei fatti da parte di chi divulga la notizia. In un paese dove le scelte politiche, il voto, l’opinione pubblica e persino le decisioni dei giudici sono spesso condizionate dai media, si esige che un bravo giornalista riporti almeno le due versioni contrastanti di una vicenda, rendendo possibile il crearsi di un’opinione indipendente. In realtà, il ‘caso Libia’ è solo l’ultimo campo sul quale si affrontano i due colossi del giornalismo CNN e Fox News e sta diventando di estrema importanza verificare l’attendibilità dell’una o dell’altra versione, altrimenti si potrebbero giustificare decisioni militari, risoluzioni ONU e chi sa che altro: questa l’importanza di dare un’informazione non di parte ma chiara e disinteressata.

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IN QUATTRO GIORNI DI GUERRA SONO GIA’ STATI SPESI 800 MILIONI DI DOLLARI, OGNI MISSILE COSTA 1 MILIONE DI EURO. CARE LE NOSTRE GUERRE UMANITARIE… PENSARE CHE CI SONO BAMBINI CHE MUOIONO DI FAME!

Le guerre costano caro assai, ma nonostante questo spuntano come funghi. Secondo le prime stime di fonte americana, in quattro giorni di campagna aerea sono stati spesi 800 milioni di euro per la guerra in Libia. Denaro che non tiene certo di conto del sangue, dei morti, del sudore e degli anni di vita che volano via a coloro che si vedono uccidere il figlio, il marito, la madre. Certo vedendo le prime foto dei militari felici e con il sorriso stile cartoon vicino ai cadaveri, questo non ci allieta, non ci farà ovviamente dire “Che soldi spesi bene…” anzi. Insomma, si conta che la missione “Odissea nell’alba” costerà un miliardo di dollari nel solo primo mese, e se si dovesse dilungare? Questo si starà a vedere.

Ma cos’è che porta ad un costo così alto?  Ogni missile Tomahawk costa almeno un milione di euro. È un concentrato di tecnologie e di esplosivi. E nella prima salva di missili, nella notte tra sabato e domenica, di Tomahawk inglesi e americani ne sono stati lanciati più di cento da navi e sottomarini contro una ventina di obiettivi della difesa aerea libica.  Fino a due giorni fa, la Coalizione aveva impiegato almeno 162 Tomahawk. I bombardieri B-2 avevano totalizzato 25 ore di volo, a un costo di almeno 10 mila dollari l’ora. Analisti di fonte inglese confermano che le missioni aeree britanniche costano 300 mila euro a velivolo. Considerando i 10 caccia impiegati per pattugliare la no fly zone si può arrivare alla spesa di 3-4 milioni di euro al giorno.

Finora gli italiani non hanno mai sparato. Non ce n’è stato bisogno. Se i piloti dei Tornado avessero però lanciato uno dei loro speciali missili Harm (Homing Anti-Radiation Missile) che sono in grado di riconoscere le emissioni elettromagnetiche di un radar e le inseguono finché non lo colpiscono, sarebbero stati altri 200 mila euro che se ne andavano in fumo.

La polemica sui costi è già avviata soprattutto in USA per tacitare sul nascere le discussioni, l’Amministrazione ha fatto sapere che l’operazione è pagata con somme regolarmente stanziate dal Congresso. «Non abbiamo in programma di fare richieste per ulteriori fondi», ha detto il portavoce dell’Ufficio Management and Budget della Casa Bianca.

Ma se questi soldi fossero stati spesi in altre situazioni? Per esempio c’è mezzo contenente nero che muore di fame e di malattie, dare due soldi per risollevare le loro sorti?

 

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LIBIA: LA “COALIZIONE” IN LITE, LA NORVEGIA SE NE VA. INTANTO CONTINUANO I BOMBARDAMENTI.

A tre giorni dal via delle operazioni militari contro la difesa di Gheddafi è già lite. Da coalizione a litigiosi in casa. A dividere i governi è la questione della leadership delle operazioni della missione ‘Odyssey dawn’ finora condotte sotto il comando di Usa, Francia e Gran Bretagna. L’Italia reclama il passaggio in tempi rapidi della catena di comando sotto l’ombrello della Nato. In caso contrario, minaccia di riprendere il controllo delle sette basi militari messe a disposizione della coalizione e di provvedere a un «comando separato», secondo quanto dichiarato dal ministro degli Esteri, Franco Frattini. Ma dall’altra parte la Francia sostiene che con controllo Nato non sarebbe ben gradito dai paesi arabi. «Siamo in un’operazione voluta dalle Nazioni Unite, portata avanti da una coalizione ad hoc, e alla quale la Nato potrebbe eventualmente portare il suo sostegno», ha rincarato il generale francese Philippe Ponthies, portavoce del ministero della Difesa.

Intanto c’è chi fa dietrofront: La querelle ha già provocato i primi danni. La Norvegia ha annunciato la sospensione della sua partecipazione alle operazioni militari (sei caccia F16 dispiegati nel Mediterraneo ) finché non sarà chiarita la questione del comando, come ha chiarito il ministro della Difesa norvegese, Grete Faremo.

I bombardamenti nonostante la confusione non cessano. I cieli di Tripoli sono stati illuminati dai colpi della contraerea e si hanno notizie di numerose esplosioni in prossimità del complesso in cui vive Muammar Gheddafi nella capitale. Nonostante il cessate il fuoco, si sono registrati anche numerosi scontri tra le forze governative e i ribelli.

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GUERRA LIBICA: SI POTEVA FARE DI MEGLIO? L’ITALIA QUANTO RISCHIA?

La risoluzione 1973 dell’ONU, approvata venerdì notte dal Consiglio di sicurezza, autorizza la comunità internazionale a prendere “ogni misura necessaria”, esclusa l’invasione di terra, per proteggere i civili libici e disarmare il regime di Muammar Gheddafi. Dei quindici membri del Consiglio di sicurezza, hanno votato a favore Bosnia, Colombia, Francia, Gabon, Gran Bretagna, Libano, Nigeria, Portogallo, Sudafrica e Stati Uniti. Gli altri cinque paesi membri si sono astenuti: sono Russia, Cina, India, Germania e Brasile. In attuazione della risoluzione 1973, da sabato pomeriggio una coalizione internazionale ha colpito vari obiettivi militari sul suolo della Libia. Fanno parte di questa coalizione Francia, Stati Uniti, Gran Bretagna, Italia, Emirati Arabi Uniti, Danimarca, Canada, Belgio, Grecia, Norvegia, Qatar e Spagna. L’intervento è stato chiesto più volte dai ribelli libici ma perchè è arrivato così tardi?
Sono passati 22 giorni da quando Gheddafi ha aperto il fuoco per la prima volta e da quel giorno molte trattative diplomatiche volte a isolare il Rais si sono intraprese. Il No-Fly Zone dai ribelli libici invocato è stato spesso allontanato da USA e dagli altri paesi.  Molti opinionisti ed esperti sostengono che la no-fly zone sarebbe stata molto utile due settimane fa, quando avrebbe impedito a Gheddafi di bombardare i manifestanti: oggi, invece, le truppe di terra del regime sono sparpagliate quasi in tutto il paese. Colpirle dall’alto si è fatto estremamente più pericoloso e delicato, infondo i dati stimati sono già di 8000 morti, non certo pochi.

Poteva essere intrapresa un via diplomatica, forse, anche se la sua semplicità non era certo garantita. Gheddafi è stato avvertito più volte, le violenze sono state condannate dalla comunità internazionale e dalla Lega Araba, gli inviti a cessare il fuoco e aprire un negoziato con i ribelli sono stati molti e ripetuti. Molti paesi hanno congelato i beni di Gheddafi, il 27 febbraio l’ONU ha approvato un primo pacchetto di sanzioni economiche e politiche. Ma questo non sembra essere bastato. Ed è per questo che l’ONU ha inaugurato la risoluzione 1973 con l’obiettivo primario di: “proteggere i civili e far cessare le violenze”, certo violenza contro violenza, quindi sempre violenza e senza liberarsi di Gheddafi: “Gli obiettivi di questa missione sono limitati e non prevedono la sua uscita di scena: la missione può essere completata anche con la permanenza al potere di Gheddafi” ha detto ieri l’ammiraglio Mullen, capo di stato maggiore.

Anche l’Italia è entrata nel conflitto, questo cosa può portare? Sul Corriere della Sera di oggi, Antonio Panebianco scrive che “siamo il Paese più vicino e il più esposto alle ritorsioni”. Sia Berlusconi che La Russa hanno escluso che l’arsenale libico possa essere in grado di colpire il territorio italiano, ma nessuno può essere certo che l’Italia è al sicuro da atti di terrorismo come quelli promossi da Gheddafi durante i quarant’anni del suo regime. Gheddafi ha si o no missili a lungo raggio?  Il timore è che Gheddafi possa ancora conservare gli Scud che nell’86 colpirono Lampedusa e potenzialmente potrebbero arrivare anche a Linosa e Pantelleria, se non in Sicilia. Alcuni analisti lo danno per altamente improbabile che Gheddafi abbia ancora questa possibilità di attacco. In ogni caso, preoccupa un altro aspetto. Nel quadro degli accordi con la Libia, il nostro paese ha fornito anche armamenti bellici. Abitudine in realtà consolidata da molti decenni. Difficile avere una lista precisa di che tipo di armi siano state vendute. Intanto è massima l’allerta soprattutto ai confini. Si temono attentati. In una circolare firmata dal capo della polizia Antonio Manganelli e indirizzata a prefetti e questori al momento si sollecita «la massima attenzione per gli obiettivi sensibili e soprattutto per le frontiere marittime e terrestri».

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ANCORA GUERRA IN LIBIA: SI CONTANO 8.000 MORTI TRA I CIVILI. GIALLO SULLA SCOMPARSA DEL FIGLIO DI GHEDDAFI.

Gli attacchi non si fermano, il tempo atteso prima di sferrare il primo assalto ha creato una vera e propria coalizione contro Gheddafi. Il timore iniziale è passato ad essere una sicurezza e cioè abbattersi sulla Libia con ogni forza trovabile. Oggi i primi a riprendere l’operazione aerea sono stati i francesi: la “Odissey Dawn” è al terzo giorno di vita e ha visto esordire anche i Tornado italiani che si sono impegnati a distruggere i sistemi raid libici. Intanto c’è un primo bilancio del conflitto sul campo tra le forze del Colonnello e gli insorti. Sono oltre 8.000 i ribelli rimasti uccisi dall’inizio della rivolta al regime libico Gheddafi. «I nostri morti e martiri sono più di 8.000», ha detto a Sky News il portavoce del Consiglio nazionale di transizione di Bengasi, Hafiz Ghoga, che ha anche criticato gli appunti mossi domenica dal Segretario generale della Lega araba, Amr Moussa, ai bombardamenti lanciati dalla comunità internazionale in Libia.
Un portavoce del governo francese ha invece detto di non avere informazioni sul fatto che civili siano rimasti uccisi negli attacchi sulla Libia da parte della coalizione. Circolano in Libia voci circa la morte di Khamis Gheddafi, figlio del colonnello Muammar, che sarebbe deceduto ieri a Tripoli. Secondo quanto ha annunciato il sito dell’opposikzione libica «Al-Manara», Khamis sarebbe morto per le ferite riportate nei giorni scorsi, quando un pilota dell’aviazione libica passato con l’opposizione avrebbe aperto il fuoco contro di lui nei pressi della caserma di Bab al-Aziziya, nel centro di Tripoli. La notizia non è stata ancora confermata, ma sta già facendo il giro dei media arabi. Khamis Gheddafi era a capo di una delle brigate del regime impegnate a combattere contro gli insorti. Sesto dei figli del colonnello, aveva il grado di capitano dell’esercito ed era responsabile del reclutamento e dell’addestramento dei soldati mercenari africani.

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GHEDDAFI VINCE SUI RIBELLI NON ASSISTITI DALLA COMUNITA’ INTERNAZIONALE IN ESTREMO RITARDO. INTANTO IL RAIS DICHIARA “MI SENTO TRADITO DA BERLUSCONI…”.

Nessuno avrebbe mai pensato che il popolo libico potesse mai rivoltarsi contro il regime del colonnello Muammar Gheddafi. Al tempo stesso nessuno avrebbe mai pensato che avendo l’occasione per ‘fargli lo sgambetto’, la comunità internazione invece, se la sarebbe defilata perdendosi in mille sterili discussioni e perdendo tempo prezioso. Di fatto ha abbandonato il popolo libico al suo destino. Un tragico destino che in queste ore sta vedendo il suo epilogo. Oggi il piano franco-britannico per una ‘no-fly zone’ sui cieli della Libia è stato ormai definitivamente superato dagli eventi. E’ questa l’unica certezza emersa dall’odierna riunione parigina dei ministri degli Esteri dei Paesi del G8. Di fatto la comunità internazionale ha deciso di non decidere stringendo il cappio attorno al collo dei ribelli. In queste ore si assiste di fatto allo smantellamento di quel fronte anti Gheddafi nato con i moti popolari del 17 febbraio scorso. Da Bengasi, nell’est del Paese nord africano, divenuta simbolo dell’opposizione al regime di Tripoli, in tanti stanno lasciando la città. Un fuga alla vendetta del rais che non tarderà ne mancherà.

Le forze fedeli a Muammar Gheddafi sono vicine a Bengasi, roccaforte degli insorti e città simbolo della ribellione nell’est della Libia, e “tutto sarà finito in 48 ore”. Lo ha detto oggi il figlio di Gheddafi, Saif al-Islam, parlando alla tv francese Euronews. Alla domanda sulle discussioni in corso far le potenze mondiali per imporre una “no-fly zone” sulla Libia, ha risposto: “Le operazioni militari sono concluse. In 48 ore tutto sarà finito. Le nostre forze sono vicine a Bengasi. Qualunque decisione verrà presa, sarà troppo tardi”. A distanza di un mese, nemmeno oggi i Paesi riuniti nell’ambito del G8 a Parigi in Francia hanno trovato un accordo su un possibile intervento militare in Libia. Sono state Mosca e Berlino ha porre il veto sul passaggio che nel documento finale del G8 includeva esplicitamente la no-fly zone tra le misure di pressione da avviare per proteggere la popolazione dagli attacchi delle forze di Gheddafi e per indurre il Colonnello a lasciare il potere. Un atto spiegato dal ministro degli Esteri tedesco, Guido Westerwelle affermando: “Un intervento militare è molto difficile e pericoloso, e potrebbe indebolire il movimento democratico”. Mentre il capo della diplomazia italiana Franco Frattini come a voler far loro da sponda ha affermato: “Non possiamo rispondere ad una azione violenta che vogliamo far cessare con una azione che non avrebbe il consenso internazionale”. A dire il vero in merito alla questione oggi Frattini si è molto dilungato. “Muammar Gheddafi è destinato a essere completamente isolato dalla comunità internazionale se continuerà a bombardare il suo popolo”, ha anche detto Frattini che poi ha anche giustificato la decisione del governo italiano di limitarsi a sospendere e non cancellare il trattato di amicizia Italia-Libia, firmato nel 2008. “La cancellazione di un accordo farebbe venir meno la speranza che domani vi sia una nuova Libia, con cui domani riprendiamo la collaborazione”, ha detto il ministro degli Esteri, ma questo certo non è piaciuto a Gheddafi che ha dichiarato di essersi sentito “tradito da Berlusconi”.  Resta la Francia praticamente l’unico Paese del G8 ad aver formalmente riconosciuto il Consiglio nazionale di transizione libico Cnt. Quello stesso Cnt che avrebbe lanciato tre richieste alla comunità internazionale: una no-fly zone; raid aerei tattici contro le risorse militari libiche; un raid contro il bunker del colonnello Gheddafi. Richieste rimaste tutte disattese. Nessuna infatti, è stata accolta. Sull’imposizione di una no-fly zone sulla Libia sia la NATO sia gli USA hanno messo il freno definendola una scelta multilaterale che spetta all’ONU. Mentre la Lega araba ha fatto registrare la sua apertura in tal senso. A premere per la linea dura sono solo Francia e Gran Bretagna che hanno dato la loro disponibilità a raid aerei mirati contro il regime di Tripoli. Aiuti economici e politici ai ribelli, ma non militari ha ribadito ancora una volta il segretario di stato USA Clinton. Di fatto la comunità internazionale ha perso altro tempo prezioso. Quel tempo che gioca tutto a sfavore dei ribelli che negli ultimi giorni hanno dovuto cedere una dopo l’altra le città occupate dall’inizio della rivolta. La linea del fronte è sempre più spostata ad est. Oggi centinaia di civili e ribelli sono arrivati a Bengasi fuggendo da Ajdabiya, strappata ai ribelli dalle truppe di Gheddafi, che continuano ad avanzare verso est. Secondo i ribelli i soldati di Tripoli avrebbero interrotto i collegamenti tra le due città anche se non ci sarebbero conferme. Ad ovest la situazione non è migliore. I ribelli controllano ancora Misurata ormai sotto assedio, ma hanno perso il controllo anche di Zuara, 120 km a ovest di Tripoli. Nella città oggi si sono svolte manifestazioni pro Gheddafi. Ormai anche se si decidesse per una no-fly zone a Gheddafi poco importerebbe.

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BORGHEZIO A LAMPEDUSA MA I GIOVANI NON CI STANNO: “NON ABBIAMO UN CINEMA, UNA BIBLIOTECA, UN TEATRO E CI CONSIDERATE SOLO PER I MIGRANTI”. SPIAGGIA OCCUPATA E TANTI PALLONCINI COLORATI IN ARIA.

Un centinaio di studenti e giovani lavoratori hanno occupato simbolicamente la spiaggia della Guitgia, uno dei litorali più frequentati e simbolo di Lampedusa per lanciare un messaggio alle Istituzioni con l’obiettivo “di dare un’immagine diversa della nostra isola e non quella trasmessa dai media che lanciano  allarmismi ingiustificati”. I ragazzi, che hanno costituito un comitato, hanno liberato palloncini colorati e hanno affisso manifesti sulla spiaggia. “Sull’isola ci sono molti problemi – dice Francesco Solina, responsabile della cooperativa sociale Poseidon – chi soffre di più siamo noi giovani, la politica e le istituzioni ci mettano nelle condizioni di rimanere nella nostra terra, facciano qualcosa per noi e per i tanti migranti che accogliamo. Vogliamo vivere nella serenità, basta con gli allarmismi”.

Il comitato ha stilato un manifesto di dieci punti con il quale si intende raccogliere il maggior numero di giovani. “Noi esistiamo – afferma una studentessa del liceo scientifico – non vogliamo i riflettori addosso solo perché ci sono i migranti. Vogliamo essere ascoltati”. Un’altra ragazza spiega che “a Lampedusa non esiste un cinema, non c’é una biblioteca, non c’é un teatro; c’é una piscina in costruzione da anni e mai ultimata. Abbiamo bisogno di un luogo dove noi giovani possiamo incontrarci”.

“Non capiamo perché Le Pen e Borghezio vengano nella nostra isola, non vogliamo entrare nelle polemiche politiche ma la loro presenza non ha senso”. Così la portavoce del Comitato dei giovani di Lampedusa, commenta l’arrivo nell’isola di Marine Le Pen, leader dell’estrema destra francese, e dell’europarlamentare della Lega Nord, Mario Borghezio. I due esponenti politici visiteranno il centro di accoglienza dell’isola dove si trovano poco meno di mille migranti.

Intanto sull’isola sicialiana continuano gli sbarchi. Un peschereccio con una trentina di migranti a bordo è stato avvistato dalla guardia costiera a 22 miglia a sud di Lampedusa. Un secondo barcone, con a bordo una cinquantina di migranti, è stato avvistato dal mezzo ‘Elephant’ della missione Frontex, a circa 35 miglia a sud dell’isola. Non solo: almeno due barconi con a bordo 200-250 persone sono partiti oggi da Gabes, in Tunisia. Lo hanno detto all’ANSA fonti locali. I due barconi sono partiti alle 4 di questa mattina, grazie al fatto che dalla notte scorsa il mare è calmo. Non si esclude la partenza di altri barconi.

Altri tre barconi con a bordo decine di migranti sono stati avvistati a circa 50 miglia a sud di Lampedusa. Le motovedette della capitaneria di porto sono partite per raggiungerli.

 

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