Si trovava nella sua cella del penitenziario di massima sicurezza di Opera, quando udì chiaramente le parole pronunciate da Roberto Saviano sul potere della ‘ndrangheta durante la puntata di “Vieni via con me” dello scorso 15 novembre. Parole non gradite a Pino Neri, referente pavese delle cosche camorriste reggine, nonché traspositore degli equilibri della ‘ndrangheta in Lombardia dopo l’omicidio dello scissionista Carmelo Novella. In carcere con l’accusa di associazione mafiosa e arrestato nel blitz contro la ‘ndrangheta al Nord lo scorso 13 luglio, decide di querelare per diffamazione lo scrittore Saviano.
Oggi agli arresti domiciliari, Neri spiega che ciò che gli ha dato maggiormente fastidio sono state le parole riferite al suo sogno di indebolire la Calabria e fare della Lombardia l’unico vero centro che governa l’internazionale del narcotraffico.
Ma non solo, perché Saviano ha fatto riferimento anche ad un incontro con un «esponente pavese della Lega nord» per chiedere «un favore politico, perché loro hanno bisogno di arrivare ovunque”.
“Saviano ha parlato per sentito dire, ha fatto sue valutazioni prive di elementi di fatto – rincara Roberto Rallo di Como, legale di Neri - . Se ha prove a sostegno del suo ragionamento lo potrà dimostrare nel processo. Saviano stava raccontando una storia, come fanno i cantastorie. Non ha citato fatti o atti degli inquirenti”.
Saviano però sembra che abbia a sostegno delle proprie tesi diverse tonnellate di atti giudiziari e intercettazioni racchiuse in un centinaio di fascicoli in Procura, nei quali si prova come il Neri, oggi indebolito e in dialisi al San Matteo, sia stato al centro dei summit ‘ndranghetisti più importanti della costa jonica a Milano e di quello che decise la sorte di Falcone e Borsellino.

























