18 May 2012

TREMONTI L’APPESTATO, NESSUNO LO VUOLE. IL CAPRO ESPIATORIO DEL PDL VUOLE CREARE UN NUOVO GRUPPO, MA NESSUNO VA CON LUI.

Dopo il giallo delle Olgettine, scomparse nel nulla, oggi c’è anche quello degli ex ministri. Che fine hanno fatto Tremonti e compagnia? Qualcuno si presenta per la par condicio in tv nei vari programmi politichesi, altri ogni tanto fanno qualche affermazione da peli alti sulle braccia. Oggi parliamo di Giulio Tremonti, il professore.

Con Berlusconi è rottura definitiva, le anticipazioni erano già arrivate prima della caduta del governo. Senza Pdl, Tremonti dove andrà? Uscirà dalla politica? Fonderà un partito suo? L’ex ministro dell’Economia starebbe pensando di creare un nuovo gruppo parlamentare autonomo (anche perchè anche la Lega gli ha dato il ben servito). Il Pdl ha indicato come capro espiatorio delle disfatta proprio lui, il padre della manovra economica: “Se non ci avesse messo sempre i bastoni tra le ruote, se non mi avesse fatto passare in Europa per quello che voleva annacquare la manovra, a quest’ora sarei ancora a Palazzo Chigi” dichiara Berlusconi.

Chiuso il capitolo Berlusconi, quindi quale potranno essere le mosse di Tremonti? Ora Tremonti si ritrova senza più un partito. Al di là delle frecciatine caustiche del Cavaliere, sono suonate come una scomunica le parole di Angelino Alfano, segretario del Pdl, nei confronti dell’ex inquilino di via XX Settembre. “Non voglio parlare di Tremonti, ci sarebbero conseguenze negative”, ha dichiarato Alfano.

Quindi un partito autonomo? Secondo suoi fidi collaboratori, l’ex ministro e guru dell’Economia avrebbe altri progetti rispetto alla realizzazione di un nuovo gruppo parlamentare. Si parla della creazione di una Fondazione intorno alla quale dar vita a un nuovo centro di azione politica per il futuro. Una scelta a ribasso forse perché non è riuscito a trovare un numero sufficiente di parlamentari disposti a seguirlo. Maurizio Del Tenno, collaboratore della Brambilla e conterraneo di Tremonti, sarebbe uno di questi. Insieme a Giorgio Jannone e Maria Teresa Armosino. Ma tutti avrebbero declinato l´offerta. Il motivo è semplice: nessuno vuole finire nel tritacarne mediatico-comunicativo dell’ex premier, visto che oggi è Tremonti l’uomo su cui far ricadere le responsabilità del disastro. Così, raggiungere la soglia dei 20 deputati che permette di costituire un gruppo autonomo, sembra si sia rivelata un’impresa praticamente impossibile.

Se pensiamo all’ascesa di Tremonti, scelto intimamente dal Cavaliere e adesso rigettato nel fango come l’ultimo dei figli, bè, un pò di dispiacere sovviene. Che ne sarà di lui?

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TREMONTI: NON LO VUOLE PIU’ IL PDL, NON LO VUOLE LA LEGA…..CASINI CHE ASPETTI? FATTI SOTTO!

Che c’erano delle tensioni con Berlusconi era un fatto noto, ma che anche la Lega si accodasse a questo isolamento è fatto di pochi giorni.  Se gli italiani hanno riversato i loro malesseri sul leader del PDL dall’altra parte PDL  e alleati sembrano aver trovato in Tremonti il loro capro espiatorio. Infatti raccontano autorevoli fonti leghiste alla Camera di una presunta proposta fatta da Giulio Tremonti a Bossi, nei giorni della caduta di Berlusconi, quando ancora non era definitivo il no della Lega a una presenza politica nel nuovo esecutivo tecnico. La riposta è stata un bel “No” secco. Tremonti però da parte sua, forse per pararsi un po’ il sedere, dichiara «un minuto dopo le dimissioni dal governo ho interrotto ogni tipo di attività politica tanto istituzionale quanto personale. Non un atto, non una parola. Riprenderò a parlare ed agire quando ne sarà il tempo. Non ora». Insomma per ora sembra sprofondato nel più assoluto isolamento, chissà che non lo raccati Casini.

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PRESENTATO IL MAXI-EMENDAMENTO: CE N’E’ PER TUTTI

Finalmente è arrivato al Senato il maxi-emendamento alla Legge di Stabilità, ma non c’è proprio niente da festeggiare. Le misure andavano prese, l’Europa pressava in tal senso, ma sembra che Tremonti non sia riuscito ad accontentare alla fine nessuno. Addirittura  per un po’ si sparge la notizia che nel provvedimento c’è anche la modifica dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori per consentire licenziamenti più facili. Per fortuna sono solo voci di corridoio, infatti precisa il sottosegretario al Tesoro, Antonio Gentile: “Il ministro Tremonti – afferma – nell’illustrare il maxi-emendamento non ha mai parlato, né accennato, ad una eventuale modifica né dell’art. 8 né dell’art. 18, che sarebbe stata inserita nel testo del decreto presentato al Senato. Il ministro Tremonti ha detto l’esatto contrario. In Commissione ha sostenuto che non saranno apportate modifiche ai due articoli in questione”. In compenso nei 25 articoli, 23 Pagine e 10 punti sono presenti: età pensionabile salita a 67 anni, più liberalizzazioni e privatizzazioni dei servizi pubblici locali, mobilità per gli statali. Bersani annuncia il no. Ad ogni modo, precisa il segretario Pierluigi Bersani, il Pd voterà contro “se le cose stanno come le abbiamo lette fin qui”. Non mi risulta – precisa – ci sia una modifica dell’articolo 18 ma se c’è ne discutiamo, perché non possono farci bere tutto”. Ad ogni modo, aggiunge, “non metteremo alcun ostacolo perché si chiuda questa fase, perché non c’è tempo: non ci sono settimane, e forse neppure giorni”.
Bossi si smarca e annuncia il suo voto contro il maxiemendamento. “Se ci sono articolo 18 e riforma delle pensioni diremo di no”, afferma a caldo il leader della Lega, ma la notizia come detto si rivelerà poi infondata. Si vota entro il week-end. Aspettiamo fiduciosi.

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LENTE D’INGRANDIMENTO SULL’ITALIA, ORA NON SI SCHERZA!

Come al solito si parla di punti di vista. L’ Unione europea dichiara che il governo italiano avrebbe accettato che il Fmi monitori l’andamento del programma di riforme economiche, da Roma come al solito smentite: nessun  accordo sul monitoraggio dell’Italia da parte del Fondo monetario internazionale. La crisi? Non c’è! Il monitoraggio? Assolutamente falso! Il declassamento delle agenzie di rating? Insignificante! Insomma si continua con la politica del nascondere lo sporco sotto il tappeto. E poi cosa si fa? Si guarda agli altri. Va bene, forse l’Italia è un po’ in crisi, ma la Spagna è messa come noi! Differenza. In Spagna chi ha deluso le aspettative del popolo è pronto a dimettersi. Se vi pare poco….. Intanto Berlusconi  è nuovamente sulla difensiva, consapevole della debolezza di un governo che perde pezzi nella sua maggioranza. E il presidente del Consiglio è costretto a rassicurare che tutti gli impegni saranno mantenuti a costo di sfidare l’Aula con un pericoloso voto di fiducia e certo! Tanto là non si sa com’è, ma ce la fa sempre. Il solito sorriso sornione del Cavaliere che come sempre prepara il suo show nei minimi dettagli: scende appositamente dalla scaletta del volo di Stato che lo porta in Francia insieme a Giulio Tremonti. Il tutto a favore di telecamere. Anche palazzo Chigi sottolinea che sull’aereo il clima è cordiale e proficuo. Il Cavaliere e il Professore avrebbero perfino scherzato prima del decollo mimando due pugili pronti ad affrontarsi per poi salutarsi calorosamente. Poi magari due barzellette e tutto è risolto, come al solito a tarallucci e vino. Ma se è vero che ora il fondo monetario ci guarda a vista, c’è poco da scherzare. Sarà difficile continuare ad alzare il tappeto.

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IL DECRETO SALTA. SCINTILLE TRA BERLUSCONI E TREMONTI

Berlusconi ammette che se fosse stato per lui, Tremonti se ne sarebbe già andato a casa da un bel po’. Tremonti risponde che se avessero fatto come lui diceva non si sarebbe certo stati nella situazione in cui ci troviamo ora. Uno scarica barile di colpe che come al solito non porta all’essenza dei fatti che vanno risolti. E alla fine niente decreto, proprio Tremonti si è detto contrario, forse anche perché Napolitano stesso aveva dichiarato di essere contrario nel caso in cui si fosse trasformato in un “carrozzone”. Insomma  palazzo Chigi non poteva infarcire il decreto di norme che con l’emergenza finanziaria non c’entrano nulla. Come quelle sulla giustizia e sul mercato del lavoro. Ci hanno provato, gli è andata male. Con questo suo incaponirsi unicamente per la sua salvaguardia, Berlusconi si sta scavando la fossa da solo. Nel PDL sono in molti che mostrano segni di insofferenza, il Governo ancora regge, ma possiamo affermare che ha le ore contate. Comunque in questa piccola battaglia interna Berlusconi-Tremonti, per ora la spunta il secondo. Il decreto non si farà, verrà però verrà fatto un maxi-emendamento alla legge di stabilità, come chiedeva proprio Giulio Tremonti. Stizzito Berlusconi è pronto a replicare : ”Tremonti si è messo in testa di sostituirmi e pensa così di costringermi a fare un passo indietro, ma si sbaglia di grosso: se io cado si va alle elezioni”. Intanto Alfano mette in guardia su altri pericoli: : “Casini è scatenato, sta per lanciare una nuova formazione politica per raccogliere una decina di parlamentari nostri e far saltare il governo. Si chiamerà “costituente dei moderati”, guardate che sono pronti”. Berlusconi pare terrorizzato. Se riesce ad uscirene anche questa volta, si merita veramente l’appellativo di higlander della politica. Finché la coscienza gli permetterà di continuare ad affossare questo paese c’è poco da fare purtroppo.

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LA CORTE DEI CONTI BOCCIA LA RIFORMA FISCALE: “SENZA COPERTURA FINANZIARIA E COLPISCE LAVORATORI E PENSIONATI”.

La riforma fiscale “non ha copertura finanziaria e colpisce i più deboli”. Lo ha detto il presidente della Corte dei Conti, Luigi Giampaolino, nel corso dell’audizione sul provvedimento alla commissione Finanze della Camera. Il vertice della magistratura contabile ha fatto notare che una parte delle coperture – come l’aumento dell’Iva e delle aliquote sulle rendite finanziarie – sono state utilizzate dal decreto di agosto. Le incertezze riguardano anche la “molteplicità e rilevanza” degli “obiettivi perseguiti” che rischiano di generare “un conflitto nella destinazione delle risorse acquisibili”. Gli obiettivi sono essenzialmente due:

la riforma tributaria da un lato e la messa in sicurezza dei conti pubblici dall’altro. Tutto questo, ha spiegato Giampaolino, rende “necessario esplorare fonti di gettito nuove, in direzione di basi imponibili personali o reali che non insistano sul lavoro e sulle imprese”: insomma, il presidente dell’organo della magistratura contabile non nomina mai esplicitamente la patrimoniale, ma il riferimento è abbastanza chiaro, specie dopo la precisazione che i tagli lineari alle agevolazioni “avrebbero effetti recessivi” e colpirebbero sostanzialmente i soliti noti, lavoratori e pensionati. Inoltre, i criteri direttivi del ddl sono, secondo il vertice della Corte, “generici e indeterminati”, ma, ciononostante, non è tutto da buttare: i propositi di riforma del sistema tributario sono definiti “attuali” e “in linea con le esigenze di ripresa”. L’altro grande difetto della riforma fiscale individuato dalla magistratura contabile è il taglio della spesa sociale, che, così come è prefigurato, è “difficile da percorrere”, perché finirebbe per colpire i ceti più deboli e in più avrebbe gli stessi effetti negativi per l’economia del Paese “di quelli derivanti da un prelievo fiscale eccessivo e distorto”.

Un testo però, avvisa la Corte, va approvato e anche “in tempi stringenti”, per impedire che “risulti inevitabile l’attivazione della clausola di salvaguardia”. Se non diventano operative le nuove misure, infatti, dovrà essere applicata la clausola inserita nella misura di agosto, che prevede un taglio del 10 per cento a tutte le agevolazioni.

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BERLUSCONI CHIEDERA’ LA FIDUCIA DI NUOVO: SUL RENDICONTO DI BILANCIO NON VOTANO TREMONTI, BOSSI E SCAJOLA, IL PREMIER ATTONITO. VIDEO CROZZA.

Berlusconi si presenta in aula (raro ma vero), ma non basta ad evitare la disfatta. Ieri l’articolo 1 del rendiconto sul bilancio è stato bocciato con 290 a favore e 290 contro, un pareggio che però ha portato alla pesante sconfitta. Volto attonito quello del premier, che se ne va infuriato con Tremonti e Scajola, i due governanti che non hanno votato.

Subito vertice a Palazzo Grazioni con La Russa, Brunetta, Letta, Bonaiuti e Ghedini per prendere una decisione sul da farsi. Il Pdl spingeva per la richiesta di fiducia, l’opposizione invece per la salita al Colle e le dimissioni. Stamane è arrivata la conferma, tra i due mali si è scelto quello minore e cioè chiedere la fiducia alle Camere.

La presunta disfatta è nata soprattutto per le assenze di volti importanti della scena berlusconiana, Tremonti, restato all’ingresso dell’Aula, Bossi, rimasto a parlare con i cronisti in Transatlantico e Scajola. A determinare la batosta del governo è stata anche l’assenza di 19 deputati del Pdl, 7 ex-responsabili (tra i quali spicca il nome di Scilipoti) e i 4 del gruppo misto. Come mai tutto questo assenteismo? Il più non giustificato è quello di Tremonti, ministro dell’Economia, assente proprio sul voto sul bilancio.  Cosa ne sarà di lui? Dalla faccia del premier uscito dalla Camera sembra proprio che batterà cielo nero sulla testa del ministro.

L’opposizione grida alle dimissioni. Dopo la batosta e la nuova richiesta di fiducia (ricordiamo che il voto di fiducia è stato chiesto meno di un mese fa) l’opposizione suppone non ci sia più molto da dire: “La maggioranza che sostiene il governo non esiste più, né nel Paese né in questa Camera” ha commentato Dario Franceschini. Gian Luca Galletti dell’Udc fa notare che “è la prima volta dall’inizio della storia della repubblica che il governo viene battuto in aula su un provvedimento del genere” e il leader centrsita Pierferdinando Casini parla di “dimissioni inevitabili per salvare l’Italia”. “Se non si dimette questa sera – aggiunge – fa male a se stesso e il Paese”.

Come ovvio, Berlusconi minimizza sull’accaduto “piccolo incidente”, ma chiude in una stanza con se Giulio Tremonti, cosa si saranno detti? O meglio, quali brutte parole avrà detto Berlusconi a Tremonti?

Crozza a Ballarò riassume così:

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CONDONO SI CONDONO NO? IL GOVERNO SI SPACCA SUL REGALO DA FARE A CHI VA CONTRO LA LEGGE.

Condono o non condono? Questa è la domanda che accompagna le notti degli uomini del Pdl ma anche di noi italiani. Nonostante le smentite di Palazzo Chigi e la contrarietà della Lega, dentro il partito dal Cavaliere continuano a levarsi voci a favore della discussa misura. Ma di cosa tratta questa misura?

Si parla di condono fiscale, tombale, edilizio o prevideziale e secondo quanto annunciato da Berlusconi, dovrebbe essere approvato entro metà mese. Secondo Cicchitto, grande promotore dell’iniziativa, il condono servirebbe a reperire risorse per abbattere il debito.

Ma c’è chi non la pensa così, come Giulio Tremonti, che vorrebbe combattere il debito con una lotta all’evasione e non un incentivo. Se andiamo a vedere bene infatti, già qualche mese fa il deputato Scillipoti aveva presentato una proposta di legge per condonare gli abusi edilizi perpetuati entro il 31 dicembre 2010, in ampliamento ad opere esistenti. Il condono in fatti, sarebbe un regalo a chi continua a costruire in spregio alle regole e un disincentivo a investire sull’efficienza energetica (grande sfida che sarà di attualità da ora ai prossimi anni).

In effetti, se il governo permette a chi ha costruito abusivamente di essere condonato, chi mai deciderà di entrare nell’iter burocratico di richieste e permessi per realizzare immobili in base alla legge vigente? Nessuno.

Uno studio presentato al Saie ha classificato la casa come “maglia nera dei consumi energetici”, mettendo in luce problemi cronici come l’insufficienza della manutenzione programmata, la vetustà dei manufatti, l’inadeguatezza dei materiali e una scarsa attenzione alle condizioni climatiche del sito di progetto. Sorprende, poi, che dal dibattito sia sparita la promessa di rinnovare gli incentivi al 55% sugli interventi di efficientamento energetico degli edifici, che scadono a fine anno. La proroga è stata a più ripresa promessa dall’Esecutivo, ma finora non è ancora stato messo nero su bianco. Eppure l’Enea ha calcolato che gli interventi di questo tipo negli ultimi quattro anno hanno visto investimenti per 11,1 miliardi di euro da parte delle famiglie italiane. Il costo per lo Stato dell’intera operazione, ovvero il minor gettito di entrate per il fisco, ammonta a 6,1 miliardi di euro, ma l’Enea stima benefici economici pari a circa 10 miliardi di euro, con un bilancio quindi nettamente in attivo. Una misura per lo sviluppo è a portata di mano, ma si continua a ignorarla.

 

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MANOVRA ECONOMICA: IN 50OMILA ESCONO DAI “MINIMI”, ANCHE CHI HA LA PARTITA IVA E’ NEI GUAI.

Con la riforma fiscale voluta da Silvio Berlusconi e Giulio Tremonti, oltre all’aumento dell’iva al 21%, si scopre un’altra sorpresa. Quale? Saranno penalizzate anche le partite Iva. Il Sole 24 Ore ci racconta gli effetti sui contribuenti, riassumibili in uno slogan: più tasse per tutti.

Saranno quasi 5oomila gli autonomi, i professionisti e i piccoli esercenti a salutare definitivamente il regime agevolato, alla fine dell’anno in corso: quasi il 96% di quanti attualmente ne fanno parte. E un addio non volontario ma indotto. La manovra di luglio ha completamente cambiato le carte in tavola per l’accesso al recinto dell’agevolazione. Una modifica in qualche modo epocale per quelle micro-imprese e quei piccoli studi a cui, proprio per le limitate dimensioni di fatturato, è stato finora assicurato un basso prelievo fiscale, insieme a tutta una serie di semplificazioni anche contabili. Del resto, come nota il dipartimento delle Finanze nel rapporto sui minimi realizzato appena un anno fa, «è stato quantificato in circa 1.5oo euro il costo medio per impresa degli obblighi previsti dalle direttive europee sulla rendicontazione».

Anche per ovviare a questa “tassa occulta”, il Fisco ha concesso una sorta di wild card, per dirla in gergo sportivo, e ha garantito alle attività con basso livello di ricavi (non superiore ai 3omila euro annui e con investimenti non oltre i 15mila euro nel triennio) la possibilità di entrare o restare sul mercato e si è accontentato di un prelievo minore:

Il 20% dei redditi prodotti a cui va aggiunta l’esenzione dall’Irap e l’esonero dagli obblighi Iva. Ma chi sono i “minimi”? Il 6o% è rappresentato da tre grandi categorie: professionisti (oltre il 35%), commercianti (12,5%) e imprese delle costruzioni (11%). A livello territoriale, un terzo dei 5o6mila contribuenti che fanno parte del regime è condensato in tre regioni: Lombardia (13%), Lazio (11%) e Campania (1o%). Di quelli che hanno dichiarato un reddito, ben il 60% arriva appena a 1omila euro e solo il 6% supera i 4omila. In pratica significa che le dimensioni delle attività coinvolte sono davvero ridotte. Capire fino a quanto i vantaggi della permanenza nel regime abbiano inciso sulla capacità di crescita e di sviluppo dell’attività non è semplice anche perché negli ultimi tre anni la crisi economica si è fatta sentire e anche i «piccoli» e «piccolissimi» operatori economici hanno pagato uno scotto molto alto. Anche per questo è altrettanto difficile – e i numeri sembrano suggerirlo – se dietro il regime si sia comunque nascosta una sacca di sommerso e di redditi non dichiarati al Fisco. Considerazioni che, in fondo, non possono essere sfuggite prima di varare le modifiche introdotte dalla manovra di luglio (il Dl 98, convertito dalla legge 111/2011). Anche se la finalità dichiarata del restyling resta quella di supportare e favorire l’imprenditoria giovanile e le nuove attività produttive. Non a caso, dal 2012 potranno essere ammessi nella cerchia degli agevolati imprese, artigiani e professionisti che hanno appena aperto bottega o che non hanno alzato le serrande prima del 2008. Ci sarà un preciso limite temporale: 5 anni con la chance di fermarsi più a lungo offerta solo a chi non avrà ancora compiuto 35 anni (sempre che non cresca il suo volume di fatturato). La motivazione è proprio quella di evitare che il recinto si trasformi in un limite alla crescita dimensionale. Un recinto che, però, avrà un maxi-sconto dal Fisco in quanto si pagherà appena il 5% di tasse.

Ma quanti saranno i fortunati? Partiamo da chi c’è già. Sono i quasi 21mila che si salveranno dall’esodo. In termini relativi, sono sopra il 5% degli attuali minimi regionali solo i piccoli del Lazio e della Campania. Di questi, al momento, non è dato sapere quanto rimarranno perché la precedente permanenza si scala dal plafond dei 5 anni. Pertanto chi è già minimo da tre anni, potrà rimanere al massimo altri due. L’altra porzione (quella più cospicua) è rappresentata dalle partite Iva nuove di zecca. Nonostante la congiuntura economica negativa, i giovani che scelgono la via del lavoro autonomo sono progressivamente aumentati, dal 27% del totale nel 2006 al 35,3% nel 2010. Se si prendessero solo gli under 35 che hanno comunicato al fisco l’avvio di un’attività o di uno studio professionale lo scorso anno, si avrebbe già una platea potenziale di 200mila contribuenti interessati e destinati a durare. E per chi esce? Qualche semplificazione rimane – sempre se si resta nei parametri di ricavi e investimenti – e probabilmente la consolazione maggiore è non dover pagare l’Irap.

 

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AAA VENDESI ITALIA: TREMONTI CHIEDE AIUTO AGLI UOMINI GIALLI. PARTE LA CONTRATTAZIONE PER IL PONTE SULLO STRETTO DI MESSINA. IMPAZZITO?

Il nostrano scienziato dell’economia, Giulio Tremonti, starebbe contrattando la vendita di un pò d’Italia ai “comunisti” cinesi. A sbatterlo in prima pagina è stato il Financial Times scrivendo senza giri di parole che “L’italia si augura che Pechino possa effettuare significativi acquisti di bond e investimenti in società”.

Il nodo cruciale resta la crisi economica italiana e la non riuscita di una manovra economica tanto aspettata e tanto ostentata, ma che, ormai dato certo, non servirà certo a ristabilizzare  l’Italia, ma anzi solo a danneggiare, ancora, l’italiano.

Naturalmente la Cina “gode” delle disgrazie altrui, questo non perchè sia un carnefice, ma lo stare male prima degli USA (dopo l’11 settembre) e poi dell’Europa, compresa l’Italia, ha giovato e gioverà al mercato cinese. Basta citare qualche dato: In seguito agli attacchi terroristici subiti dieci anni fa dagli Stati Uniti la crescita della Cina smise di essere l’obiettivo principale di Washington, che in questo modo regalò a Pechino dieci anni di crescita senza ostacoli.

Nel 2001 il Pil cinese era di 1.16 miliardi di dollari, a stento il 12 percento del Pil americano. Ma nel 2010 ha raggiunto i 6.04 miliardi di dollari, circa il 40 percento del Pil Usa. Nella stessa decade, il commercio estero cinese è cresciuto da 500 milioni a 3 miliardi di dollari. Nel 2001 la Cina aveva 120 milioni di dollari di titoli del tesoro e titoli garantiti da mutuo ipotecario. Oggi Pechino, il maggior creditore di Washington, possiede 2 miliardi di simili assicurazioni.
Un tale aumento di potere di una nazione emergente non ha precedenti storici. In altri tempi si sarebbe certamente scontrata con le strategie di contenimento della superpotenza principale. Tuttavia nel mettere in atto le strategie di sicurezza ambientale che hanno seguito l’11 settembre, gli Stati Uniti si sono concentrati ossessivamente su una minaccia nuova e più letale: la rete terroristica di al Qaeda. I neo conservatori presenti nell’amministrazione del presidente George W. Bush, per i quali la Cina fino a quel momento era stata considerata il principale nemico di lungo periodo che l’America potesse avere, non ebbero altra scelta che cambiare le loro priorità strategiche.

Potremo dire che quindi non è Tremonti che sta vendendo l’Italia, ma l’insieme di condizioni fortunate per la Cina, a far si che l’Italia diventi appetibile. L’entrata della Cina in Italia non riguarderebbe però solo investimenti in borsa, che potrebbero anche non essere dispiaciuti, ma l’entrata degli uomini gialli all’interno della imprese italiane, come Enel, Eni e Finmeccanica e vista la “passivity rule” fatta attuare dal Governo Berlusoni, sembra che tutto sia una grande contraddizione.

Che il governo italiano sia impazzito? Può darsi. Le crisi epocali hanno una grande caratteristica in comune e cioè che il governo coinvolto impazzisce del tutto, perde l’orientamento alla ricerca di una soluzione al malessere del paese. Ma forse il nostro governo, la testa l’ha persa anche un pò prima.

Su Libero poi esce la scoppiettante notizia (se lo dice Libero ci crediamo): “Tremonti vende il ponte di Messina ai cinesi”.

Secondo quanto ha dichiarato il ministro delle Infrastrutture Altero Matteoli -presente a uno degli incontri dello scorso 6 settembre – a Radiocor, il fondo cinese ha espresso un «forte interesse» per il Ponte sullo Stretto diMessina. Quello che doveva essere l’opera del riscatto dell’orgoglio italiano, sarà marchiato Pechino. Non solo. Si è anche discusso di un hub portuale in Sicilia per i commerci nel Mediterraneo e di autostrade come la Orte-Mestre: «Se hanno voglia di investire – ha concluso Matteoli – ne ho di progetti da proporre». Non è difficile però ipotizzare anche un forte interesse dei cinesi nei confronti di molte eccellenze del made in Italy, e quindi una sorta di partita di scambio: se il governo agevola le trattative, i cinesi potrebbero acquistare a mani basse titoli di debito italiani.

Pensandoci un pò potremmo vendere pure la Fontana di Trevi, il Campanile di Giotto di Firenze… altre proposte?

 

 

 

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